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Marco Pantani 10 anni dopo, la storia tragica che divide ancora

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 14-02-2014 - Ore 21:30

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Marco Pantani 10 anni dopo, la storia tragica che divide ancora

"Il mio sogno di felicità? Mio nonno Sotero che mi sveglia alle 5 del mattino, mi accompagna a pescare in un capanno sul Canale di Cesenatico e le reti portano a galla una marea di passere, cefali, anguille e sardoncini... Poi prendo la bici rossa, che mi aveva regalato, e mi metto a scalare una salita che sembra non finire mai. Arrivo in vetta dopo avere pedalato sul dolore e dall’altra parte non c’è niente . Mi butto perché ho voglia di volare....".

Marco Pantani raccontava così, nel bar di un albergo di Liegi, alla vigilia della Freccia Vallone 2002. Un sogno che liofilizzava la sua vita. Era stato ancora più esplicito al Tour del 1998 dopo una delle sue imprese sulle Alpi. Per rispondere a Gianni Mura che gli chiedeva perché andasse così forte in salita aveva snocciolato cinque parole sparate come proiettili che sono un manifesto: "Per abbreviare la mia agonia".

Pantani, il ragazzo venuto dal mare che parlava alle montagne, è morto, a 34 anni, il 14 febbraio 2004: 10 anni fa. Il suo mito sopravvive, anzi si alimenta col tempo. Succede a chi ha lasciato un segno profondo e regalato emozioni che sopravvivono a qualsiasi revisione storica.

Marco ha pedalato negli anni più oscuri (leggi doping) del ciclismo. È morto solo e randagio in un anonimo residence di Rimini (ora completamente ristrutturato) per overdose di cocaina. La sua vita non è certamente un esempio, ma non spetta a noi giudicare. Ci interessa capire perché quell’omino fatto d’aria, che sulla bici pesava 55 chili, è riuscito a fare cose che noi umani possiamo soltanto immaginare. Ci interessa entrare nell’antropologia del personaggio più carismatico e rivoluzionario che ci è capitato di incontrare.

Pantani divide due opposte fazioni: gli apocalittici che non vorrebbero nemmeno sentire pronunciare il suo nome legato a una lunga serie di inchieste e i tifosi integralisti per i quali Pantani "non è mai risultato positivo a un controllo antidoping, al Giro del 1999 è stato vittima di un complotto e quel giorno a Rimini è stato ammazzato perché ritenuto troppo esposto e troppo scomodo da chi gli vendeva la cocaina...". Entrambi i partiti trovano motivazioni e argomentazioni plausibili quanto incompatibili.

Noi che abbiamo passato tanto tempo con lui e gli abbiamo voluto bene pensiamo che ci sia una terra di mezzo sulla quale costruire un ricordo intellettualmente onesto. Un ricordo distante sia dall’elegia, che gli avrebbe fatto ribrezzo, sia dalla condanna, che sarebbe una crudele pena accessoria. Marco ha sbagliato come tanti (forse tutti) in quell’epo-ca, ma ha pagato come nessun'altro.

Per noi giornalisti era un personaggio straordinario. Sapeva andare in fuga dall’omologazione. In un ciclismo falsato dal doping ematico, fatto di passistoni o inseguitori che si difendevano anche in salita, Pantani era la scheggia impazzita che attaccava e attaccava salendo sulle montagne come su un ring per prendere a pugni gli avversari fino a mandarli tutti al tappeto, e poi prendere a pugni la salita in una lotta ancestrale che lo portava a vincere senza sorridere come se la sofferenza fosse una componente necessaria della sua esistenza. Aveva un timbro antico e una modernissima ritualità. Quando si toglieva anche la bandana, sapevi che era soltanto una partita a due: Marco e la montagna. Una liturgia che ancora ci strappa il sorriso.

Comincia col calcio, ala destra nella città di Zaccheroni, ma lo lasciano troppo in panchina per il suo ego piuttosto sviluppato. La bici in omaggio della Scuola Coppi e la possibilità di decidere direttamente l’approccio alle competizioni lo portano al ciclismo sulla soglia dell’adolescenza. Leggero e sottile come un biglietto del tram, Marco vince le prime corse da allievo nelle gare che prevedono altimetrie da uomini. Il talento e la feroce carica agonistica lo portano a farsi sfilare in fondo al gruppo all’attacco delle salite per provare poi il sadico piacere di rimontare gli avversari, uno per uno... Abbiamo capito dopo che la montagna era per Pantani come la scacchiera di Ingmar Bergman nell’Ultimo Sigillo. Era la via catartica per sfuggire alla morte in chiave non solo agonistica. Era la sua partita a dadi per giocarsi il cielo.

Vinto il Giro dei dilettanti grazie a un numero sul Sella, firma per la Carrera di Claudio Chiappucci e guardando negli occhi il team manger Davide Boifava, che in quel tempo era un dio, gli dice: "Guardi che l’affare lo avete fatto voi...". Boifava e il mondo se ne accorgono al Giro d’Italia del 1994, quando Pantani si mette in tasca la tappa di Merano e quella dell’Aprica facendo venire il mal di testa, e di gambe, a Miguel Indurain. Vale subito una maglia rosa, ma un incidente d’auto, un gatto grigio e una jeep che gli spezza in due la gamba sinistra rimandano l’appuntamento con il suo destino al 1998, quando domina il Giro e poi conquista anche il Tour de France, 33 anni dopo Gimondi!

Potrebbe replicare nel ‘99, quando viene fermato al Giro per un "tasso di ematocrito fuori norma". Marco aveva già vinto su tutti gli arrivi in salita e aveva già messo in banca la maglia rosa, quando si ritrova a scendere i gradini dell’Hotel Touring in mezzo a un gruppo di carabinieri. Davanti ai microfoni dice: "Sono caduto tante volte e mi sono sempre rialzato. ma questa volta non mi rialzerò più". È lì, a Madonna di Campiglio, che Marco muore per la prima volta. Si sente capro espiatorio, precipita negli abissi e per risalire si affida al sostegno, prima effimero e poi devastante della polvere bianca.

Riesce ancora ad essere Pantani nella seconda parte del Giro 2000, dove è decisivo per la maglia rosa di Garzelli, e al Tour dove incrocia le lame con Lance Armstrong. Il texano lo lascia platealmente vincere sul Mont Ventoux e Marco restituisce il regalo a suo modo: rifila a Lance la prima cocente sconfitta in montagna(a Courchevel) e poi prova a far saltare il banco verso Morzine. Lance si prende tutta la scena e sale sul piedistallo dell’eroe positivo, mentre Pantani scende sempre più vicino al fuoco dell’inferno. Ma ora sappiamo che "Robocop", come lo chiamava Marco, era il più spregiudicato e organizzato manipolatore della realtà a due ruote.

Da quel momento in poi va in bici soltanto l’ombra di Marco fino al Giro del 2003 con l’ultimo inutile scatto verso le Cascate del Toce. La cocaina, gli amici-nemici e l’incapacità di convivere con la normalità lo portano a scalare i tornanti più sconcianti della sua esistenza fino a morire, solo, nella stanza del Residence Le Rose di Rimini nel pomeriggio del 14 febbraio 2004 quando il suo cuore non ha più retto le dosi pantagrueliche di cocaina. L’inchiesta, a dir poco lacunosa, ha sostenuto la tesi del suicidio involontario, ma i genitori, Tonina e Paolo, insistono con la tesi dell’omicidio e la riapertura del caso alla luce delle incongruenze emerse appare un atto dovuto.

Dieci anni dopo, a noi restano le imprese di un campione che in carriera ha vinto 36 corse, meno di quante Merckx ne vinceva in un anno, ma ogni volta che Marco tagliava il traguardo, con le braccia a croce e quel mezzo, sofferente, sorriso, avevamo la sensazione forte dell’impresa. Se le categorie hanno un senso, è stato il più grande scalatore puro di sempre (lo confermava anche Charly Gaul), ma se era riuscito ad allargare la platea del ciclismo oltre ogni ipotesi è perché alle qualità tecniche univa originalità e carisma. E’ perché 10 anni dopo uno come lui non si è nemmeno intravisto. E’ perché ci manca!

 

Fonte: GAZZETTA.IT

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