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De Rossi, quando una carriera si giudica solo dagli errori

condividi su facebook condividi su twitter Di: Sabrina Redi 24-08-2016 - Ore 15:00

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De Rossi, quando una carriera si giudica solo dagli errori

Questa non vuole essere l’apologia di Daniele De Rossi. Perchè Daniele di errori nel corso della sua carriera ne ha commessi. La Roma perde contro il Porto, in un modo anche fin troppo amaro (0-3 con i capitolini rimasti in 9), e la responsabilità di quanto accaduto, è anche sua. E così tornano di moda i vecchi ritornelli sullo stipendio, la famosa gomitata al Mondiale del 2006 ai danni dello statunitense McBride (sono passati dieci anni e ancora se ne parla) e le vicende riguardanti la vita privata del numero 16.

I fatti dicono che da quando gioca da professionista il giallorosso ha collezionato ben 14 espulsioni tra club e nazionale (12+2), sono dati e su questo non si può dire niente. Così nella rabbia che si prova in seguito alla dolorosa sconfitta rimediata contro la formazione di Espirito Santo, è facile rivangare gli sbagli del centrocampista. Chi non lo fa è Spalletti: “Conosco bene De Rossi, a me sembra tutto un altro De Rossi dal suo primo periodo. Era già una persona che capiva le posizioni, ora mi sembra perfetto: è maturato, è un uomo vero sotto tutti gli aspetti, uno che ci tiene in ogni situazione. Per cui per me questa è la prima non è la quattordicesima, ora si analizza tutto quello che è successo e se ne parla”.

De Rossi ha commesso l’ennesimo fallo da rosso, l’ennesimo cartellino che ha messo in difficoltà la squadra giallorossa. Forse non è maturo, forse non ha imparato dagli errori del passato. Eppure nei momenti negativi si potrebbe fare un piccolo sforzo, concedendo anche delle attenuanti per un modo di vivere le partite con eccessiva enfasi, magari ricordando al contempo tutte quelle gioie che il 33enne di Ostia ha contribuito a regalare ai propri tifosi. Però come nella vita, persino nel calcio, a ogni passo falso, c’è sempre il conto da pagare: dall’ingaggio 'esorbitante', passando per gli scatti d’ira in campo, fino alla condizione di eterno secondo all’ombra di Totti.

Al calciatore capitolino saltano troppo facilmente i nervi, come un vero tifoso in campo, anche quando si vede la famosa vena sul collo, quella che piace a molti sostenitori. Perché De Rossi è questo, dall’espulsione con lo Shakhtar, all’esultanza sopra le righe al termine di un derby vinto. Però, è pure quello del gol contro l’Inter l’anno del mancato scudetto (il 27 marzo 2010). È quello che da ragazzino in un Roma-Messina, il 19 marzo 2006, segna con la mano e ammette l’irregolarità all’arbitro: quanti l'avrebbero fatto? E’ l’unico ad aver messo la firma nella deludente partita contro il Manchester United, finita 7-1 (10 aprile 2007). Ed è ancora il giocatore che permette alla Roma di portare a casa contro i nerazzurri, la Supercoppa italiana il 19 agosto 2007, segnando un penalty determinante. Perchè a proposito di rigori, De Rossi è uno che non si è mai tirato indietro, assumendosi sempre le responsabilità delle proprie azioni nel bene e nel male.  Si potrebbe continuare a ricordare un gol o l’altro, come quello realizzato ai danni del Bayern Monaco nella rimonta del 23 novembre 2010: tutte, comunque, dimostrazioni d’affetto e di passione che però con un passo falso finiscono nel dimenticatoio.

Ieri ha sbagliato, è un dato di fatto, ed è giusto che riceva le critiche per l’entrata su Maxi Pereira, sebbene le responsabilità appartengono al gruppo e non a un singolo elemento (vedi l’espulsione di Vermaelen, il rigore allo stadio do Dragao e lo svantaggio iniziale all’Olimpico).  I giallorossi, nel frattempo, ne pagheranno le conseguenze, ma sarebbe meglio focalizzarsi sulla squadra e sul percorso ancora tutto da costruire. E perché no ricordando che, oltre a diversi episodi negativi, certi momenti indimenticabili sono arrivati anche grazie al contributo di quel ragazzo con la maglia numero 16.

Fonte: InsideRoma.com - Sabrina Redi

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