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Intervista all'ex mister Luciano Tessari: i ricordi dello scudetto 1983 e retroscena della finale del 1984

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 21-12-2014 - Ore 22:05

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Intervista all'ex mister Luciano Tessari: i ricordi dello scudetto 1983 e retroscena della finale del 1984

“Nessuna scazzottata dentro lo spogliatoio dopo la finale di Coppa Campioni persa contro il Liverpool”

Ti racconto quel magico anno 1983” nella suggestiva location del ristorante “Villa Paganini”, che aveva già stregato il premio Oscar statunitense Robert De Niro. Da “C’era una volta in America” di Sergio Leone allo storico doppio scudetto nella capitale, con questa volta alla regia Luciano Tessari della AS Roma, tecnico in seconda dell'indimenticato maestro Nils Liedholm. Dalla sua viva voce i racconti, gli aneddoti e qualche segreto finora mai pubblicato, di un anno irripetibile per lo sport a Roma. Un personaggio di assoluto spessore sportivo ed umano: un maestro che ha cresciuto intere generazioni di campioni. La sua classe e la sua competenza, unite ad una umanità ormai rara nella società moderna, ne fanno un galantuomo del calcio. Mai una parola fuori posto, con quel senso del rispetto delle regole, degli avversari, dell’amore verso le città in cui ha giocato ed allenato, della riconoscenza verso il pubblico, verso i i dirigenti ed i giocatori con i quali ha condiviso momenti straordinari dentro e fuori il rettangolo di gioco. “Non solo momenti di gioia, perché la carriera sportiva non è fatta solo di successi. Ma è proprio dalle sconfitte e dai momenti più difficili che devi saper trarre i giusti insegnamenti per migliorare”.

Per Luciano Tessari, soprannominato “l’ombra” di Liedholm nella Roma e nel Milan (Tessari è stato anche tra i fondatori del centro sportivo Milanello insieme a Nereo Rocco, oltre che il primo maestro rossonero di Gianni Rivera): “Liedholm è stato un genio del calcio, prima come giocatore e poi come allenatore, incarnava la vera passione e l'amore per il calcio, con una grande capacità di saper insegnare ai giovani. Una signorilità fuori e dentro dal campo. E' stato il grande maestro del calcio, il vero allenatore della storia della Roma”. Ma anche il ricordo dei suoi ex pupilli resta sempre vivo e emozionante. A cominciare dai due compianti Agostino Di Bartolomei (“un bravo ragazzo, un punto di riferimento in campo, una bandiera ed un capitano apprezzato da tutti i compagni e dalla città”) e Aldo Maldera (“un terzino capace di diventare il capocannoniere del Milan la dice lunga sul suo talento”), con loro un gruppo di campioni autentici come Paulo Roberto Falcao, l'ottavo re di Roma (“portò la mentalità vincente, fu un leader trainante: disse subito che la Roma doveva scendere in campo sempre per imporsi e vincere anche in casa delle grandi”), Bruno Conti (“la tecnica e la fantasia per eccellenza: si fece amare anche da tutti gli gli italiani quando con Pablito ci trascinò ai Mondiali di Spagna”), Carlo Ancelotti (“proprio noi lo scoprimmo giovanissimo quando giocava centravanti a Parma: diventò un signore del centrocampo e adesso anche lo è anche da allenatore”), il bomber Roberto Pruzzo (“mai più nessuno forte come lui nell'area di rigore”). Con loro le indimenticabili colonne giallorosse come lo zar difensivo Vierchowood, il mastino Sebino Nela, il sorprendente Maurizio Iorio, l'ex nerazzurro Prohaska, lo storico numero 1 Franco Tancredi, il “roscio” funambolico Odoacre Chierico, l'ex perugino Michele Nappi, gli emergenti Valigi, Righetti e Faccini. E l'inossidabile Superchi a fine carriera. Era la Roma del carismatico presidente Dino Viola, al quale fu chiesto all’inizio di non entrare nello spogliatoio durante le partite perché Liedholm era abituato a parlare da solo con i giocatori senza la presenza di altri dirigenti. “Fui invitato dal mister a riferire in privato al presidente Viola che il Barone non voleva dirigenti nello spogliatoio: il presidente, con intelligenza, comprese il valore della richiesta, ordinando a tutto il suo staff dirigenziale di non fare intromissioni nello spogliatoio durante le partite”. Ma inevitabile resta ancora l’amarezza per quella disgraziata finale di Coppa Campioni persa proprio allo stadio Olimpico contro il Liverpool nel maggio del 1984. “Un avversario atipico per essere una squadra inglese: lo visionai più volte in quella stagione, aveva la caratteristica di saper giocare in diversi modi. Li avevo visti attaccare in otto e difendersi in dieci, lasciando il solo Rush sempre in avanti anche per il contropiede e bravo anche a fare la torre di testa per gli inserimenti dei compagni, con lo scozzese Dalglish uomo assist e l’intelligenza tattica di Souness a supporto”. Il Liverpool in quella stagione di Coppa Campioni aveva sempre vinto in trasferta e la Roma non aveva mai incassato gol in casa: ad andare in gol quella notte fu il difensore Neal: “Un gol assolutamente irregolare per un fallo netto di Rush sul nostro portiere Tancredi in uscita. Dalla panchina s’intuì  fin da quell’episodio che sarebbe stata una serata difficilissima. E Pruzzo che si sentì male prima dei rigori: avevamo perso così  un nostro importante rigorista, visto le già defezioni di specialisti del dischetto come lo squalificato Maldera e Cerezo uscito per crampi nei supplementari. Non ho mai smesso di pensare a quella notte maledetta. Ancora oggi”. Solo Di Bartolomei e Righetti andarono a segno dal dischetto, fatali gli errori di Conti e Graziani innervositi anche dalla pantomima storica del portiere Grobbelaar sulla linea di porta. E quel chiacchierato rifiuto di Falcao di non tirare il penalty: “Non era mai stato nel roster dei primi cinque rigoristi della Roma. Non era mai stato un rigorista nella sua carriera. Una polemica vecchia e inutile. Falcao, più di ogni altro, aveva sognato di alzare la Coppa Campioni con la maglia della Roma”. Ma quell’episodio incrinò il rapporto di Falcao con la tifoseria giallorossa, segnando inevitabilmente la fine del suo ciclo nella capitale.

Tante leggende avvolgono ancora il dopo partita negli spogliatoi: chi asserisce che ci fu una scazzottata, chi racconta di sedie che volavano. “Pura fantasia di giornalisti che volevano destabilizzare l'ambiente – chiarisce Luciano Tessari – vi posso garantire che l'unico rumore che si percepiva era il silenzio nello spogliatoio. Non ci fu nessuna scazzottata tra i giocatori. A nessun giocatore uscivano le parole, tutti seduti in un agghiacciante silenzio, tanta era la tristezza e l'amarezza dentro di quella finale persa ai rigori. Tutto il resto è invenzione”. Ma ci fu invece un altro episodio che rammaricò Liedholm e Tessari: “Quella sera era presente con i dirigenti già il tecnico Sven Goran Erikkson. Avevano già deciso in un momento davvero inopportuno il futuro della panchina della Roma, prima della finale di Coppa Campioni”.

Fonte: Marco Tosarello

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