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L'estate del Divino

condividi su facebook condividi su twitter Di: Paolo Valenti 01-07-2015 - Ore 16:53

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L'estate del Divino

Estate 1980, quella delle stragi e dei segreti di Stato: i cieli di Ustica, la stazione di Bologna. Morti innocenti arse in un’estate rovente. Il calcio italiano, fresco di calcioscommesse e della delusione dell’Europeo giocato in casa (finito con uno striminzito quarto posto), riparte con una novità: la riapertura delle frontiere per i giocatori stranieri. Era da un po’ che se ne parlava, sulla base di due razionali trasversalmente condivisi: la necessità di calmierare il mercato dei top player italiani (che, dopo le ipervalutazioni di Beppe Savoldi e Paolo Rossi, spaventava i presidenti delle squadre) e la possibilità di utilizzare gli stranieri come “maestri” per i nostri calciatori. Una motivazione economica e una tecnica che avrebbero dovuto dare una spinta decisiva alla crescita del nostro movimento specialmente a livello internazionale, dal momento che nelle coppe europee le nostre rappresentative non raggiungevano le fasi finali delle competizioni da diverso tempo (con l’unica eccezione della Juventus). E così le nostre società cominciarono la caccia allo straniero, con diversa fortuna. Le squadre migliori, con più ampie disponibilità economiche, portarono in Italia professionisti di alto profilo, davvero capaci di trasmettere esperienza e mentalità vincente. Il Napoli dette casa a Ruud Krol, magnifico terzino della nazionale olandese degli anni settanta che, un po’ avanti negli anni, si riposizionò come regista difensivo (il “libero” dell’epoca) nella squadra di Rino Marchesi. La Juventus acquistò, dopo averlo apprezzato come avversario nella semifinale di Coppa delle Coppe contro l’Arsenal, l’irlandese Liam Brady, ottimo centrocampista dalle spiccate qualità offensive. L’Inter mise sotto contratto Herbert Prohaska, futuro campione d’Italia con la Roma tre anni dopo, la Fiorentina il campione del mondo argentino Daniel Bertoni. Ci furono anche le scommesse perdute: il Bologna si rivolse al brasiliano Eneas, la Pistoiese a Luis Silvio, il Perugia a Elio Sergio Fortunato. Nomi cercati più per far presa sui sogni estivi (e i portafogli) dei tifosi che per reali necessità tecniche.


E la Roma? Dopo il primo anno di presidenza Viola, i giallorossi accrebbero le loro ambizioni: il lavoro di Liedholm si rivelò prezioso ed efficace, la struttura portante della squadra in forte crescita di personalità e autostima. Lo straniero non poteva essere un orpello ma un valore aggiunto per far fare il salto di qualità. Quando, però, in un caldo pomeriggio di agosto, all’aeroporto di Fiumicino sbarcò Paulo Roberto Falcao, non tutti sapevano bene chi fosse. Certo, c’era entusiasmo perché finalmente anche la Roma aveva il suo straniero, ed era brasiliano. Ma più che Falcao, i calciofili che seguivano le telecronache del calcio brasiliano trasmesse dai circuiti privati e commentate da un giovane Mario Mattioli, avevano in mente le punizioni di Zico, i gol di Roberto Dinamite, le parate di Cantarelli. Arrivava invece questo ragazzo di ventisette anni, fisico asciutto, elegante, dalla voce acuta accompagnata da qualche caduta di tonalità, che di brasiliano, almeno negli atteggiamenti, aveva poco. Viola si era ciecamente fidato del Barone svedese, sicuro che Falcao fosse la chiave di volta per dare alla Roma lo slancio definitivo per diventare grande. Un angelo caduto dal cielo che in poco tempo diventò Divino.  

Fonte: a cura di Paolo Valenti

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