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Le conseguenze di Berlino

condividi su facebook condividi su twitter Di: Paolo Valenti 07-06-2015 - Ore 18:25

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Le conseguenze di Berlino

La notte di Berlino è un passaggio ormai alle spalle. Ha dato evidenza della capacità della Juventus di riuscire a fronteggiare quasi alla pari, almeno per mentalità, uno dei top team europei. Questo significa due cose: 1) che il lavoro cominciato dalla società quattro anni orsono ha solide basi; 2) che i bianconeri saranno ancora protagonisti in Italia e in Europa ai massimi livelli. E se questo può essere consolante per il calcio italiano in generale, se restringiamo lo sguardo alle cose di casa nostra un pizzico di preoccupazione è più che lecito, soprattutto perché rimbombano ancora le parole di Rudi Garcia di pochi giorni fa, quando ai quattro venti ha dichiarato che il gap con la Juve è destinato ad aumentare nel prossimo futuro.
Cosa manca alla Roma per riuscire, almeno in campionato, a fronteggiare la Juventus con maggior efficacia? Dino Viola, dei presidenti della Roma sicuramente quello più capace a leggere il futuro, diceva sempre che per vincere un campionato devono esserci tre componenti che funzionano al meglio: una società seria e capace, una squadra dai valori tecnici e morali assoluti e un pubblico maturo. Bontà nostra, se andiamo ad analizzare con obiettività questi elementi, allo stato attuale ci accorgiamo che forse le parole dell’allenatore francese non erano solo una provocazione per Pallotta ad uscire allo scoperto in merito ai piani della società per il prossimo anno.
PARTIAMO PROPRIO DALLA SOCIETÀ - Nessuno mette in discussione la serietà e le capacità individuali dei dirigenti di Trigoria. Da quello che è emerso in questi anni, quello che sembra mancare è un piano organico che i quadri dirigenziali riescano a seguire e portare a compimento. Bisogna essere squadra non solo in campo ma anche dietro le scrivanie per poter scegliere obiettivi e raggiungere risultati. La Roma di questi primi anni americani, pur con tutte le migliori intenzioni, questa caratteristica sembra non averla. Forse è anche per questo che il Presidente ha voluto mettere uomini di sua diretta conoscenza a lavorare a Trigoria anche nel settore tecnico, in modo da avere un controllo migliore della situazione e supplire così alla distanza che separa Roma da Boston. Una squadra funziona se è controllata da un capo e le eccessive deleghe di Pallotta hanno messo a nudo i limiti organizzativi di alcuni membri della sua prima linea ai quali probabilmente il presidente vuole adesso porre rimedio.

La squadra ha valori tecnici buoni per il campionato italiano, sicuramente superiori a quanto si è visto negli ultimi sei mesi, ma non sufficienti per mettere seriamente in difficoltà la Juventus. Soprattutto per quanto riguarda la mentalità, che tutto è sembrato essere tranne quella che porta a vincere un qualsiasi trofeo. Nella prossima campagna acquisti, oltre a cercare giovani di prospettiva o buoni giocatori già affermati, sarà importante prestare attenzione alle caratteristiche “morali” dei nuovi da innestare nella rosa. Giocatori, per intenderci, alla Strootman che, oltre alle indubbie qualità tecniche, abbiano dei valori caratteriali (determinazione, sicurezza nei propri mezzi, capacità di trascinare i compagni) in grado di sopportare la pressione di una piazza volubile come Roma.
E qui veniamo al terzo elemento, il PUBBLICO. E’ evidente, per chiunque segua la Roma da qualche anno, che il pubblico giallorosso ha perso quella caratteristica che lo contraddistingueva in passato, ossia il sostegno a prescindere della propria squadra. Giusto o sbagliato che sia, sulla spinta di una voglia di vincere ed essere protagonisti che negli anni dal 2000 in poi è stata quasi sempre frustrata, i tifosi della Roma sono diventati simili a quelli delle squadre del nord: fischiano quando la squadra gioca male e la sostengono se torna a vincere la domenica successiva. Con una intensità superiore, che disorienta i giocatori meno forti mentalmente e rende difficile il lavoro di tutti i giorni ma, soprattutto, l’approccio alla partita. Poco equilibrio, poca capacità di valutare obiettivamente tecnici, dirigenti e giocatori hanno reso spesso Roma una polveriera. Il fatto che Luis Enrique andò via tre anni fa da Trigoria marchiato come un bluff e ieri sera veniva sollevato in aria dai Campioni d’Europa deve far riflettere.
Alla fine, se questo gap con la Juventus e il meglio del calcio europeo lo si vuole colmare, un po’ di autocritica e di umiltà sono passaggi fondamentali per scegliere, come diceva a suo tempo Luciano Spalletti, i comportamenti giusti per diventare un team vincente. Società, squadra e pubblico facciano tesoro della notte di Berlino.  

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