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Lode alla fenice bosniaca: tutto quello che Edin non dice

condividi su facebook condividi su twitter Di: Eduardo Barone 23-12-2015 - Ore 10:50

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Lode alla fenice bosniaca: tutto quello che Edin non dice

"Post fata resurgo" è una locuzione latina. Significa "Dopo la morte mi rialzo". Questa è la caratteristica dell'araba fenice, un animale mitologico adorato fin dai tempi dell'Antico Egitto: risorgere dalle proprie ceneri dopo la morte.

Post fata resurgo. Edin Dzeko calciatore è morto. E' morto domenica. E' morto nell'ennesima partita balorda dove stavolta la Roma non ne è uscita a pezzi. Dzeko sì però. Nervi tesi, tanti fuck off e la prima espulsione in carriera. Ad Edin non è mai successo. Questo è forse uno dei momenti più bui della sua carriera. Sono lontane le reti gonfiate senza formalità di Wolfsburg e il pride and glory di Manchester. Il Re è nudo. Spoglio della sua fulgida e splendente armatura. Tremendamente insicuro e impaurito da una situazione che non si sarebbe mai aspettato. Lui che aveva detto di sì all'offerta del suo connazionale e amico. Pjanic da anni gli chiedeva di venire a Roma. Stavolta Edin non ha saputo dire di no, decidendo di abbandonare la fredda Albione che ormai non aveva più spazio per lui.

FASTI E NEFASTI - L'airone bosniaco arriva nella Capitale su un carro imperiale, attorniato da migliaia di tifosi in festa. Le prime parole e le primi calci di giallorosso vestito provocano brividi ed emozioni. "La Roma ha finalmente trovato il suo centravanti" sentenziano sicuri molti. Arrivano le prime partite e il primo gol in giallorosso. Uno stacco deciso e una testata prorompente, la cui eco rimbomba per tutto l'Olimpico in visibilio. Poi, il sogno, piano piano e senza accorgersene, diventa un incubo. E' un lento e progressivo inaridimento dell'entusiasmo attorno a lui. La squadra si paralizza. Una glaciazione prima di tutto emotiva, poi anche tecnica, che ha il suo culmine nel mercoledì nero di Coppa Italia, in uno stadio desolato e senza anima, proprio come la squadra.

Quanto è spaventoso il paradosso. Pjanic e Dzeko, due anime differenti di una stessa Nazione. Nel bene e nel male sono stati fin qui determinanti per questa squadra. Una doppietta insieme nei momenti più alti della stagione, il 2-1 alla Juventus e il 2-0 alla Lazio. Sempre insieme anche nel momento più basso: l'eliminazione agli ottavi di Coppa Italia con due rigori sbagliati.  

E' proprio questa l'ora in cui criticarlo e scaricarlo è troppo facile. "Tanti saluti, tornatene da dove sei venuto" quella frase glaciale, umiliante e demoralizzante, soprattutto per chi la pronuncia. Perché chi la dice ci aveva creduto. Destro e Doumbia sono stati gli ultimi ad aver ricevuto questo trattamento. Ecco perché, come una repulsione automatica del sistema nervoso, viene da fare tutt'altro, proprio quando quel tutt'altro è difficile farlo.

Edin Dzeko ha scelto la Roma. Ha scelto di costruire qualcosa in questa piazza. Non può essere abbandonato. Le sue doti e le sue qualità non sono passeggere. Dzeko ha l'eleganza di un cigno, la grinta di un leone, lo spirito di un gladiatore. E' un professionista ma non un mercenario. Rimane il centravanti giusto per questa Roma, anche se per adesso questa Roma non sembra essere adatta a lui.

Quell'espulsione forse è stata catartica. Edin si è scaricato di tutto il nervosismo accumulato in questi mesi. Ora è pronto a ricominciare. Come l'araba fenice. Post fata resurgo.

 

 

Fonte: Eduardo Barone per Insideroma

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