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Pjanic: "Zeman è un buon allenatore ma predilige giocatori che non aveva qui"

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 15-10-2014 - Ore 16:14

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Pjanic:

Miralem Pjanic, centrocampista giallorosso, ha rilasciato una lunga intervista al sito ultimouomo.com. Queste le sue parole:

A chi ti ispiri?
"Sin da bambino a Zizou, cioè Zidane. Da avversario mi piace molto Pirlo, è sempre difficile giocare contro di lui, fa la differenza, è elegante. Forse in generale nel calcio di oggi quello che mi piace di più è Xavi, per lo stile".

Questi calciatori giocano in diverse zone del centrocampo...
"Perché sono intelligenti. Mi piacciono i calciatori che riflettono quando giocano. Si capisce se un giocatore sa riflettere o no. E questi tre vedono cose che gli altri non vedono".

Tuo padre doveva giocare in Lussemburgo ma non gli erano stati dati i documenti. Vero?
"Sì, sì. È vero. È andata così: mio padre aveva chiesto due volte i documenti per andare a giocare in Lussemburgo e avevano rifiutato di darglieli. Era un calciatore, giocava nel Drina Zvornik. Così la terza volta siamo andati con mia madre. Io ero in braccio a lei e quando mia madre ha iniziato a piangere, perché continuavano a rifiutarsi di darci i documenti, mi sono messo a piangere anche io. Abbiamo impietosito l’uomo davanti a noi che ci ha detto: Va bene, lo faccio per il bimbo". 

Perché vi siete trasferiti in Lussemburgo?
"Aveva degli amici lì. È stata la prima occasione per andarsene (in Bosnia c'era la guerra, ndr) e l’ha colta. In Lussemburgo faceva l’operaio e anche mia madre doveva lavorare. Grazie al calcio però ha avuto i documenti per restare, all’inizio. Ma lì non si vive con il calcio, è amatoriale".

Quando siete tornati a Zvornik?
"Nel 1996. La prima volta c’erano ancora i carrarmati degli americani per strada".

I tuoi compagni di nazionale hanno vissuto questo conflitto?
"Sì, ma non ne parliamo molto. Io ho visto le immagini, ho guardato i documentari, i film".

Tuo padre quando capì che saresti diventato un grande calciatore?
"Eravamo già in Lussemburgo. Io quella mattina mi sono svegliato presto e sono sceso a palleggiare contro la porta del garage. Mio padre ha sentito dei rumori e pensava che qualcuno stesse provando ad entrare in casa nostra. Quando mi ha visto ha capito che avevo qualcosa di speciale con la palla". 

Avevi sempre il pallone con te...
"Difficilmente mi separavo del pallone, lo tenevo sempre in braccio, tra i piedi, ero sempre fuori con gli amici. E mio padre mi diceva che anche da piccolo c’era una grande differenza tra me e gli altri. Ma ci sono tanti giocatori bravi nel mondo. È la testa che a un certo punto cambia e ti permette di diventare un professionista. Oppure no".

Quanto conta tuo padre per te?
"Certo conta tanto per me, perché mi conosce meglio di qualsiasi altra persona. Mi segue fin da bambino, mi dà consigli. Era un centrocampista come me, giocava in una coppia di centrali. Sapeva giocare. Io l’ho visto giocare e ogni tanto giochiamo ancora insieme. Si vede che ne capisce. Ma abbiamo un rapporto normale, niente di eccessivo".

Francis De Taddeo, responsabile del centro di formazione del Metz, la tua prima squadra francese. Che ricordo hai di lui?
"Me lo ricordo sì. De Taddeo mi ha chiamato subito dopo la partita (Lussemburgo-Belgio delle giovanili, terminata 5-5 con 4 gol ed un assist per Pjanic, ndr). Ancora oggi le persone che ho incontrato a Metz sono importanti per me. Con loro ho avuto un rapporto che ho con poca gente. Mi sentivo davvero molto bene lì e anche loro credevano molto in me. C’era qualcosa di molto forte tra noi. Per dirti, prima di firmare qui a Roma ho chiamato Olivier Perrin, il mio allenatore nell’Under 18 e gli ho chiesto che ne pensava, se era un calcio per me".

Con il Metz la tua carriera accelera...
"Praticamente ogni anno saltavo una categoria e giocavo con quelli più grandi".

Il tuo esordio avvenne con il Paris Saint-Germain...
"Era la terza o la quarta partita del campionato, in casa, con lo stadio pieno. Quell’anno giocavo con la seconda squadra nel campionato dilettanti, ma c’erano un infortunato e uno squalificato, sono entrato in prima squadra e da quel momento non ne sono più uscito. Non se lo aspettava nessuno e la mia famiglia era in vacanza quando gli ho detto che sarei andato in panchina. Sono tornati di corsa". 

Dopo il Metz, sei passato al Lione...
"Il primo anno avevamo ancora una grandissima squadra, poi sono stati ceduti Karim (Benzema, ndr) e Juninho, perché servivano soldi. Peccato, perché il Lione aveva tutto per vincere ancora".

Ti ritieni sfortunato per non aver vinto tanto con il Lione?
"Sfortunato? No. Anzi, posso dire di essere stato fortunato. Sono andato lì a 18 anni, venivo da Metz che è una piccola squadra di Ligue 1 e sono andato in una delle più forti in Europa, perché in quel momento lì erano veramente straordinari. È cambiato tutto, gli allenamenti erano più duri, dovevo abituarmi ai nuovi ritmi, ai nuovi compagni, alla nuova città. Ho lavorato, lavorato, lavorato e con il tempo".

Con il Lione la chiamata della Bosnia...
"In quel periodo ho iniziato a giocare molto anche con la Nazionale. In un anno devo aver giocato 50, 60 partite. Lì ho fatto il salto, sono entrato più nel vivo, nel centro del gioco. Sono diventato più maturo, diciamo".

Nel Lione c'era un dualismo con Gourcuff. Ora che sei alla Roma, avviene lo stesso con Totti?
"Sì e no. Checco gioca in un ruolo diverso, Gourcuff è più il mio ruolo. Non è stato un anno molto felice, positivo, e quando dovevo scegliere di venire Roma ho tenuto conto anche di questo. Ma qui è diverso. Con Checco ci troviamo bene in campo, capiamo i movimenti l’uno dell’altro".

Sarà anche l'abitudine...
"È la quarta stagione che giochiamo insieme. Io so molto bene come gioca lui, lui sa molto bene come gioco io. Quando vedo che lui viene un po’ più basso, vado io più alto. So come lui vuole la palla… ci capiamo, è diverso e mi sento molto bene come gioco adesso".

Quale ruolo prediligi?
"Il mio posto è dove gioco adesso. La mezzala in un 4-3-3. In un centrocampo dove gestiamo la partita, dove abbiamo sempre il possesso, senza paura di tenere la palla. Questo è il mio gioco. E gioco con calciatori straordinari che capiscono davvero molto di calcio. È facile giocare in questo modo, quando il mister ti chiede di giocare in questo modo".

Cosa pensi di Zeman?
"Secondo me Zeman è un bravo allenatore. Forse però voleva un certo tipo di giocatori che non aveva qui. Forse dovevamo giocare in un’altra maniera, perché i giocatori a disposizione facevano un altro tipo di gioco. Lui chiede spesso ai centrocampisti di buttare la palla in avanti, di verticalizzare, sempre. A me piace giocarla come la sento io. Come mi chiede il mister adesso: Fai quello che senti perché tu sei quello che decide, tu devi fare il tuo gioco. Questo mi dice Garcia oggi. È completamente diverso. Non è che non me la sentivo di buttarla dentro, a volte però pensavo che la soluzione migliore era un'altra. La differenza oggi è che mi sento molto più libero".

Cosa è cambiato con Garcia?
"Abbiamo le idee molto più chiare. Sappiamo come vuole che giochiamo. Siamo molto più forti tatticamente, equilibrati. Sappiamo i compiti di tutti e se uno non è al suo posto c’è qualcun altro che lo copre, ci battiamo l’uno per l’altro, corriamo, diamo una mano a quello che magari è meno in forma. È tutta la squadra che fa la differenza e questo è lo spirito che il mister ha portato con sé. Noi facciamo quello che chiede il mister e se il mister vuole che recuperiamo la palla subito, velocemente, subito dopo la linea degli attaccanti ci siamo noi centrocampisti".

Hai paura di attraversare momenti difficili con la Roma?
"Chi non ha vissuto momenti difficili?".

Dopo la finale di Coppa Italia, a causa di quelle tue parole rivolte a Lulic, sei stato contestato da alcuni tifosi...
"Conosco l'ambiente, ma anche il mister l’ha visto. Quando è arrivato un po’ gli ho spiegato com’è qua la situazione, com’è l’ambiente. Il mister è un uomo molto in gamba, ha capito subito la situazione e ha lavorato subito sull’aspetto psicologico perché venivamo da una stagione molto difficile. Certa gente ama quando qualcosa va male, per questo accentua gli aspetti negativi, per far male alla società, ai giocatori. Ma io so che quando ho giocato ho sempre dato il 100%. A volte non puoi dare tutto quello che vuoi. È la vita dei calciatori. Noi proviamo sempre a dare il massimo e i tifosi hanno tutto il diritto di essere arrabbiati quando in due stagioni arrivi quinto o sesto. Non sono stagioni da Roma, è normale che protestino. Adesso siamo lì dove dobbiamo essere e vogliamo portare gioia ai nostri tifosi".

Ti senti l'erede di Totti?
"Come posso essere l’erede di Totti? Tutti sognano di essere l’erede di Totti ma non è facile. Totti è Totti, è qualcosa di più del solo calcio. Ha fatto la storia del calcio italiano, è una leggenda. È bellissimo il fatto che non abbia mai cambiato maglia. Ha avuto fortuna, a non dover mai cambiare maglia".

Ti senti identificato con una squadra anche dopo poco tempo?
"
Perché no? Il calcio è cambiato e a volte sono le società ad aver bisogno di soldi, non è sempre il calciatore che va via. Io ho avuto l’opportunità di andar via, però mi sento così bene che, mi chiedo, perché devo andar via se amo questa squadra, se amo questa città e voglio vincere qui?".

Ti vedi allenatore?
"Non ci ho ancora pensato. Anche perché, spero, sia un momento ancora lontano. Però penso di sì, perché amo talmente tanto il calcio che sarà dura uscirne".

Fonte: ultimouomo.com

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