Calcio Internazionale

Piccoli Beckam crescono

condividi su facebook condividi su twitter Di: Paolo Valenti 26-09-2015 - Ore 09:30

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Piccoli Beckam crescono

Abbiamo parlato pochi giorni fa della futura compagine che rappresenterà Los Angeles nella MLS a partire dal 2018. Oggi vediamo di analizzare i programmi di sviluppo dell’unica squadra che al momento rappresenta calcisticamente la città, i Los Angeles Galaxy che, negli anni, hanno messo sotto contratto giocatori di grande nome ma ormai a fine carriera: si pensi, su tutti, a David Beckam e Steven Gerrard. Ora, però, il club ha intrapreso un programma a medio-lungo termine che mira a costruire in casa i propri giocatori in modo da portarne nella rosa della prima squadra una decina. Il progetto è estremamente aggressivo e strutturato, tanto che nella LA Galaxy Academy vengono investiti milioni di dollari ogni anno.
I dirigenti sono consapevoli che la California del sud è una delle zone più ricche di talenti di tutta la nazione. Per selezionare i migliori è stata messa in piedi una capillare organizzazione di scouting che monitora, direttamente o tramite club affiliati, anche ragazzini di 7-8 anni. E’ un’età molto giovane ma lo scopo dell’Academy è proprio quello di costruire dei professionisti che abbiano il marchio “LA Galaxy”. E per fare questo è necessario cominciare molto presto, istruendo i ragazzi con dei programmi a tutto tondo che siano focalizzati non solo sullo sviluppo fisico, la cura della tecnica individuale e l’acquisizione delle competenze tattiche ma includa anche la formazione del carattere e di una cultura di base che consentano a coloro che non diventeranno dei professionisti di essere mentalmente strutturati per essere vincenti anche in altri campi della vita. E’ un grande lavoro, che necessita di un programma di istruzione non solo sportiva che impegni i giovani dalle 8 del mattino alle 5 del pomeriggio. In effetti chi approda all’Academy è costantemente messo sotto pressione: i ragazzi selezionati vengono fatti giocare contro squadre di giocatori di uno-due anni più grandi. Insegnare a vincere fa parte dell’attività dell’Academy anche se la vittoria non è l’unico obiettivo che si persegue: viene data altrettanta importanza alla disciplina e all’idea di inseguire un sogno. “I giovani vedono come lavora il nostro club – dice il direttore tecnico Jovan Kirovski – e vogliono venire qui perché sanno che in questo ambiente hanno davvero una possibilità di farcela, perché comprendono la differenza che c’è tra le altre squadre e un posto professionale come l’Academy. Vogliamo – prosegue Kirovski – che sentano la necessità di stare con noi”. “Desideriamo impostare dei giocatori – aggiunge il presidente Chris Klein – che siano bravi a scuola e si sappiano comportare bene anche fuori dal campo, sviluppando un carattere e un’etica del lavoro che gli consenta di avere successo nel mondo del calcio o in altri contesti lavorativi. Nel lungo termine vogliamo essere in grado di avere giocatori di livello mondiale, come quelli che escono dalla cantera del Barcellona o dalle giovanili del Manchester City. E a questo progetto crediamo fermamente”.

E’ chiaro che in un contesto così competitivo molti ragazzi, specie i più giovani, possano disamorarsi o non trovare gli stimoli sufficienti per proseguire. E’ un rischio che viene messo in preventivo come elemento di selezione naturale. Ma il concetto che sta alla base di tutto è quello di sviluppare un senso di appartenenza capace di dare un’identità ai Galaxy del futuro. Portare nella rosa della prima squadra una decina di giocatori che si conoscono dai tempi della scuola significa avere intesa sul campo e rapporti consolidati anche fuori, costruire un gruppo solido capace di affrontare le difficoltà e puntare in alto con passione.

All the promises we made, from the cradle to the grave”: una vecchia canzone degli U2 recitava questo ritornello e in fondo i Galaxy stanno declinando nel mondo del calcio proprio quel concetto di cradle-to-the-grave identity (trad. dalla culla alla tomba) che rende orgogliosi i giocatori di rappresentare la loro terra e i tifosi di immedesimarsi in loro. Forse perché gli americani sono perennemente alla ricerca della valorizzazione di una storia e di un’identità ancora giovani, a differenza di noi europei, che la storia l’abbiamo fatta nei secoli scorsi e che oggi andiamo a inserire tanti stranieri nei settori giovanili per incapacità di progettare e investire sulle nostre risorse. Barcellona (e pochi altri casi) a parte.      

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