Euro 2016

L'impatto dell'Euro

condividi su facebook condividi su twitter Di: Paolo Valenti 11-07-2016 - Ore 09:44

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L'impatto dell'Euro

E così anche Euro 2016 va agli archivi. Un’edizione che non passerà alla storia perché non ha trovato storie importantissime da raccontare. Forse Klinsmann non aveva tutti i torti qualche settimana fa quando, paragonando la Copa America all’Europeo, aveva affermato che il tasso tecnico che poteva offrire la prima competizione era superiore rispetto alla seconda. Per fortuna, però, il calcio non è fatto solo di valori tecnici e alla fine le partite di questo Europeo, pur senza entusiasmare, hanno comunque tenuto alta l’attenzione degli appassionati, proponendo diversi spunti di commento. Ne proponiamo alcuni, consapevoli che ognuno potrà poi valutarli a proprio insindacabile giudizio. 

Il Portogallo – Squadra strana quella di Ronaldo che, rispetto all’impostazione tipica delle selezioni degli anni passati, ha indugiato meno nel possesso palla, mantenendo però l’atavica incapacità di esprimere un vero uomo gol nell’area di rigore. CR7 escluso, ovviamente: ma per lui ci saranno considerazioni a parte. Incapaci di riproporre a centrocampo i fini tessitori di gioco di un tempo, i lusitani hanno espresso un calcio più essenziale, teso a trovare le giocate giuste per mandare al tiro Ronaldo. Essenzialità e un pizzico di fortuna hanno consentito al Portogallo di sottrarre il titolo ai galletti padroni di casa, rappresentando in pieno il leit motiv della manifestazione: la forza del gruppo, la capacità di essere squadra oltre il valore dei singoli. Proprio nella finale questa capacità è stata sublimata dopo l’uscita anzitempo del capitano: nessuno sbandamento, nessuna sbavatura, compattezza dei reparti e mancanza di qualsiasi cedimento mentale. Caratteristiche già dimostrate nelle gare precedenti, che hanno garantito ai nipoti di Eusebio di avanzare a fari spenti prima di rubare la scena ai padroni di casa.   

La Francia – I bleus hanno messo in campo il meglio delle loro capacità, dimostrando equilibrio, flessibilità e perfino capacità di soffrire. Ben guidati da Deschamps, hanno saputo imporre doti fisiche e tecniche fino alla partita col Portogallo. La loro vera finale l’hanno vinta contro la Germania: lì hanno immaginato che il titolo sarebbe caduto nelle loro mani come un frutto maturo. Dimenticando il più classico dei proverbi di trapattoniana memoria: non dire gatto finchè non l’hai nel sacco.

La Germania – Gli ex panzer non sono riusciti ad imporsi più per sfortuna che per demeriti propri: un tabellone difficile, il venir meno di titolari importanti e qualche leggera imprecisione nelle conclusioni proprio nella partita decisiva affrontata contro i padroni di casa, hanno condannato la nazionale di Low ad un terzo posto che sicuramente non riempie di gioia i suoi sostenitori. Squadra solida e tecnicamente valida in tutti i reparti, ha dato lustro alle possibilità che può generare l’integrazione multiculturale e multirazziale. La nazionale tedesca, oggi, è un insieme di provenienze testimoniate da cognomi e aspetti genetici che ha saputo dar vita a un modo di giocare che integra al meglio potenza fisica, abilità tecniche e duttilità tattica. Nel complesso rimane la miglior squadra del mondo: fortunatamente, però, un torneo di calcio non si gioca con le figurine se non tra i banchi di scuola.

L’Italia – Ovvero, il capolavoro di Conte. Con una nazionale tra le meno dotate di sempre, l’allenatore azzurro è riuscito a battere il Belgio, a eliminare i campioni uscenti della Spagna e a portare i campioni del mondo tedeschi allo stillicidio dei rigori con un centrocampo privo di quattro titolari. E se da quello stillicidio alla fine fosse emersa l’Italia, chissà: forse saremmo qui a raccontare un’altra storia. Ci siamo fermati, invece, ai quarti di finale, con una squadra mentalmente tosta, fisicamente al meglio, tatticamente perfetta. Per fare di più sarebbero serviti almeno due campioni, ma quelli non si possono fabbricare.

L’Islanda – La sorpresa del torneo solo per chi non ne aveva studiato prima le mosse. Le istituzioni di Reykjavik hanno investito molto nel calcio negli ultimi dieci anni per dare prospettive alle energie di una gioventù che si stavano perdendo nel nulla dell’alcol. Un programma di sviluppo che ha trovato in Euro 2016 la prima importante vetrina espositiva di risultati programmati nel tempo. Da brividi l’haka vissuta coi tifosi alla fine delle partite vincenti e al rientro in patria, l’ennesima dimostrazione della dirompente capacità di coesione sociale che il calcio è capace di generare a qualsiasi latitudine.  

Ronaldo – Reduce da una stagione lunga e logorante, è partito in sordina come i suoi compagni. Consapevole di questo, ha cercato di gestire al meglio le energie, diventando protagonista nei momenti in cui ce n’era bisogno. Fantastica l’elevazione espressa per colpire di testa il pallone che ha aperto le porte della finale al Portogallo, che ha spinto gli osservatori meno giovani a paragonarlo al gol di Pelé nella finale mondiale di Messico 70. Quando la sfortuna gli si palesa sotto le sembianze irruente di Payet, trova comunque il modo di rimanere protagonista e attirare le attenzioni come un divo hollywoodiano. 

GriezmannPiù che un piccolo diavolo (soprannome con cui viene appellato dai suoi fans), è sembrato il piccolo principe dei bleus. Con l’autore del personaggio letterario condivide il nome, Antoine. Del piccolo principe ha il phisique du role: minuto, occhi chiari che ben si accompagnano alla maglia della sua nazionale. Per lui è stato l’Europeo della consacrazione: capocannoniere senza rivali, ha mostrato al pubblico di tutto il mondo numeri da centravanti vero. Tiro, tecnica, opportunismo, corsa ne fanno l’attaccante ideale del calcio del ventunesimo secolo.

La sicurezza – La maggior preoccupazione degli organizzatori della manifestazione si è, di fatto, trasformata in un successo. Almeno se riferita ai timori di attentati di matrice terroristica che scorrevano nelle vene di addetti ai lavori, politici e opinione pubblica. Gli scontri tra hooligans, per quanto pesanti, sono passati in secondo piano rispetto alla minaccia di rivivere notti come quelle dello scorso novembre. 

Con la vittoria del Portogallo, i battenti dell’Europa che calcisticamente conta si chiudono per qualche settimana. Giusto il tempo di rifinire la preparazione estiva e far ricominciare i campionati nazionali che poi, a settembre, sarà di nuovo Champions League. Ma quella, più che l’Europa delle nazioni, è quella dei comuni e dei loro mecenati e mercenari: forse più brillante ma meno condivisa. Arrivederci, allora, al 2020 con la formula del torneo itinerante, fascino ed emozioni ancora tutte da scoprire.  

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