Euro 2016

La Brexit e le radici dell'Europa

condividi su facebook condividi su twitter Di: Paolo Valenti 28-06-2016 - Ore 11:59

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La Brexit e le radici dell'Europa

Due magnifici ottavi di finale regalano all’Europeo francese storie da raccontare che vanno oltre la dimensione dello sport. Le vittorie affatto scontate di Italia e Islanda, nella loro assoluta diversità, sono ripassi di storia che riportano ai padri che immaginarono e iniziarono a costruire un’Europa unita. E forse non è nemmeno un caso che di quelle vittorie ne facciano le spese due paesi come Spagna e Inghilterra: la prima stressata da sempre dalle forze centrifughe basche e, soprattutto, catalane; la seconda che ha appena deciso di uscire da quel progetto europeo che, per quanto imperfetto, rimane il risultato più tangibile di uno sforzo economico, politico e sociale che non può essere demolito per le carenze che fino ad oggi ha trascinato con sé. Le imprese di Italia e Islanda, nella diversità del loro sviluppo, hanno un comune denominatore: le radici umane, la voglia di superare le difficoltà e convertirle in possibilità di successo tramite le idee e la cultura del lavoro. Per la Nazionale di Conte queste difficoltà sono note: la mancanza di giocatori di talento sui quali fare affidamento, gli infortuni a catena che, già prima dell’inizio del torneo continentale, hanno decimato un centrocampo che in corso d’opera ha visto cadere sotto i colpi della stanchezza e della sfortuna Candreva e De Rossi. Da questi rilevanti incidenti di percorso l’allenatore azzurro ha saputo trarre una motivazione personale di rivalsa che ha saputo trasmettere a un gruppo unito che, proprio perché consapevole dei suoi limiti, ha capito la necessità di lavorare fino allo sfinimento in ogni allenamento per arrivare in partita a potersi confrontare ad armi pari anche con i migliori avversari.
Diversa la storia dell’Islanda, un paese di poco più di 300.000 abitanti con un territorio aspro da sfruttare, che, dall’inizio degli anni 2000, ha cominciato a programmare una crescita del movimento calcistico dettata più dalla necessità di dare delle prospettive ai giovani diverse dall’alcool e dalla noia che dalla reale ambizione di sfidare le compagini più forti del continente. Oggi i tesserati della federazione sono il 7% della popolazione, il paese è pieno di campi indoor in erba sintetica e i giocatori migliori emigrano verso i campionati europei accrescendo competenze ed esperienza che mettono poi a disposizione della rappresentativa nazionale con un orgoglio e una passione tipica di chi ha meno e vuole raggiungere di più.
Due esempi, le nazionali di Italia e Islanda, che, nel loro modo di fare calcio, hanno attinto in maniera diversa e inconsapevole  alle radici del progetto politico dell’Unione Europea, da sempre, sulla carta, non solo un’unione economica di paesi in regime di libero mercato ma soprattutto un’entità da costruire sui valori del lavoro, della mutua assistenza e dell’uguaglianza nel rispetto delle diversità. Un grande progetto di unità finalizzato a scongiurare il male assoluto della guerra. Quell’unità che è il segreto dei successi finora conseguiti dalle due nazionali azzurre. Quel progetto di unità oggi in grosso affanno tra i paesi dell’UE, che sarà possibile recuperare solo se l’Europa saprà rileggersi in termini non solo economici e recuperare i valori sui quali i suoi costituenti l’avevano immaginata.        

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