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Fair play finanziario: un consulente UEFA ne spiega il peggior difetto

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 11-01-2016 - Ore 20:12

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Fair play finanziario: un consulente UEFA ne spiega il peggior difetto

«Oggi ci sono club con fatturati intorno ai 600 milioni, come Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco e Manchester United, subito dietro Chelsea, Juventus, Manchester City e Psg che non potranno mai raggiungerli senza realizzare perdite di bilancio attualmente impossibili». A giudicare dalle parole di Paolo Ciabattini – riportate oggi in una intervista al Corriere Fiorentino – il Fair Play finanziario sembra anche peggio di quel che sembra.

Non solo il divario tra i top club e tutti gli altri, ma anche quello tra i primi 4 al mondo ed i 4 immediatamente successivi potrebbe diventare incolmabile, a meno che non venga violato il FFP stesso. Anche per questo nelle scorse settimane C&F ha dedicato una approfondita analisi al sistema del Salary Cap, considerato come unico in grado di garantire equilibrio e competitività tra i club nel lungo periodo, anche nell’ipotesi che questo diventi un sistema vigente a livello europeo.

Paolo Ciabattini, nato a Milano il 1 marzo 1965, Laureato alla Bocconi in Economia e commercio, ha lavorato per Ernst & Young, poi è passato a Pioneer dove ha ricoperto vari ruoli, da direttore operativo a finanziario, a direttore del personale. Oggi è consulente Uefa per il benchmarking, che significa parametrare le performance di un’azienda o di una divisione rispetto a quella di altre aziende o altre divisioni, prese come punti di riferimento, in questo caso le squadre di calcio europee.

Ha scritto “Vincere con il fair play finanziario” (Il Sole 24 Ore Libri): «Quando Michel Platini l’ha istituito sono rimasto colpito perché erano gli stessi concetti che personalmente portavo avanti da tanti anni, non sono mai stato capace a separare l’impatto tecnico e sportivo di un calciatore da quello economico, così quando l’Uefa ha fatto diventare una regola l’idea che si dovesse raggiungere il pareggio di bilancio grazie alle risorse che una società è capace di generare da sola un mio amico mi ha dato l’idea di scrivere questo libro». Il primo sull’argomento in Europa che ha avuto un notevole impatto sul tema, tanto che l’Uefa se n’è ricordata e l’ha ingaggiato come consulente.

Ovviamente il Fair Play finanziario non è tutto da buttare, e Ciabattini spiega: «Ciò che apprezzo di più del fair play finanziario è evitare che alle differenze esistenti per fatturato, bacini, importanza del brand e vittorie conseguite nei primi cento anni di storia del calcio vi si aggiungessero anche quelle dovute agli interventi dei mecenati. Squadre come l’Inter, ad esempio, a un fatturato di 200 milioni di euro aggiungevano perdite di bilancio che rappresentavano più del quadruplo dei costi della Fiorentina e questo non lo trovavo giusto».

Un sistema da migliorare ma che nel complesso sta funzionando: «A giudicare dalla diminuzione delle perdite di bilancio dei club di massima divisione delle 54 leghe europee direi proprio di sì».

«Non sono mai riuscito ad apprezzare un club solo per i risultati sportivi – continua il consulente UEFA -, la mia natura mi portava a considerare anche quelli economici e ad ammirare quelle società che riuscivano a coniugare i primi con i secondi, o meglio i secondi con i primi».

Infine Ciabattini avverte: «Il business nel football è una tendenza impossibile da arrestare. Il fatturato delle squadre europee aumenta sempre di più, trainato dai diritti televisivi, raddoppiati addirittura quelli della Premier League. Senza dimenticare che il FFP ha ridotto le perdite del calcio continentale da un miliardo e settecento milioni di euro a poco più dei 400 di adesso».

«Cos’è mancato al calcio italiano in questi ultimi anni? Una governance preparata, sia a livello istituzionale che di club. Non è stato valorizzato come si doveva il prodotto serie A, non si sono costruiti stadi di proprietà quando c’erano i soldi per farli e ci siamo adagiati sui diritti televisivi».

Fonte: calcioefinanza

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