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Uefa Financial Fair Play - La creatura di Michel Platini reggerà l’urto del diritto europeo?

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 13-05-2015 - Ore 10:00

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Uefa Financial Fair Play - La creatura di Michel Platini reggerà l’urto del diritto europeo?

Qualche riflessione alla luce delle prime applicazioni della normativa UEFA contro il “doping finanziario”. 

Il 9 maggio dello scorso anno, l’UEFA ha annunciato di aver raggiunto ‘accordi sanzionatori’ con le nove società che, secondo le conclusioni dell’Organo di Controllo Finanziario dei Club (il Club Financial Control Body), avevano violato le regole sul Fair Play Finanziario (Financial Fair Play o FFP).

PSG, Manchester City, Galatasaray, Anzhi, Zenit, Rubin, Bursanspor, Sofia e Trabzonspor hanno tutte aderito alla procedura di transazione prevista dagli articoli 15 e 16 del regolamento dell’Organo di Controllo. La stessa procedura conciliativa è stata seguita lo scorso febbraio da Hapoel Tel-Aviv, Hull City, Panathinaikos e Ruch Chorzòw.

Infine, per venire alla cronaca della settimana scorsa, l'iter si è concluso anche per l'Inter, la Roma ed altri otto club. Ci proponiamo qui di spiegare le implicazioni di questo primo banco di prova del FFP e di evidenziare i punti deboli della normativa, tenendo conto che la Corte di Giustizia Europea probabilmente sarà chiamata a pronunciarsi nell’ambito della causa intentata all’UEFA dall’agente belga Daniel Striani.

Dunque, tanto tuonò, che -finalmente- piovve. Tuttavia, qualche mese prima che piovesse, l’UEFA si è premurata di fornire nuovi e capienti ombrelli per i club più esposti, che ne hanno fatto buon uso.

Incidentalmente, si tratta di ombrelli che proteggono lo stesso Regolatore e la sua controversa missione di moralizzatore finanziario. Usciamo dalla metafora: circa un anno e mezzo fa, con una modifica in ‘zona cesarini’, a breve distanza dal periodo in cui avrebbe dovuto irrogare le prime sanzioni, l’UEFA ha emendato il regolamento del Club Financial Control Body, prevedendo la possibilità, per questo organo investigativo, di offrire ai club una sorta di patteggiamento.

La conclusione di accordi 'transattivi' da parte di tutte le società 'rinviate a giudizio', incentivati dal rischio di conseguenze più pesanti se il caso fosse stato rimesso alla decisione della Adjudicatory Chamber, ha disinnescato contenziosi estivi, altrimenti -quanto meno in caso di esclusione dalle competizioni UEFA- inevitabili.

Inoltre, questa 'camera conciliativa', aggiungendosi alla già cospicua flessibilità data dall’ampia gamma di sanzioni progressive (ben nove ipotesi sanzionatorie partendo dall’avvertimento), riduce -fino forse ad eliminare- il rischio di un ricorso ai tribunali ordinari.

È questo il contesto nel quale l'Inter, sottoscrivendo il 'patteggiamento' per il quadriennio dalla stagione 15/16 alla 18/19, ha accettato la proposta sanzionatoria che, tra le principali misure, prevede: (a) l'impegno a raggiungere il pareggio di bilancio nella stagione 18/19; (b) la sanzione di 20 milioni di euro che saranno trattenuti da eventuali ricavi provenienti dalla partecipazione a competizioni UEFA (di cui 6 milioni da versare in tre rate annuali e 14 milioni nel caso in cui non dovessero essere rispettate le condizioni economiche concordate); (c) l'impegno per il 2016 di un deficit di massimo 30 milioni e di nessun deficit per il 2017; (d) riduzione della rosa UEFA da 25 a 21 giocatori per la 15/16 e 22 per la 16/17 (ritorno a 25 dalla 17/18, se soddisfatte le misure concordate); (e) la limitazione del numero di nuovi acquisti del quadriennio inseribili nella lista UEFA in considerazione del bilanciamento di mercato tra entrate e uscite (anche questa restrizione potrà essere abolita nel 2017/18).

 

Lo scorso ottobre, la Commissione Europea ha rigettato la richiesta di esame della compatibilità del Fair Play Finanziario con la normativa comunitaria, ritenendo che il problema debba essere risolto dalle corti nazionali, eventualmente con rinvio alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Questo passaggio senza conseguenze attraverso l'esame della Commissione è stato salutato da Platini come una conferma della compatibilità del FFP con la legge europea. In realtà i problemi e i dubbi di liceità rimangono, e il loro esame è solo rinviato a quando la Corte di Giustizia si vedrà recapitare il caso dal giudice belga avanti il quale pende la causa del Signor Striani. Poiché nessun club calcistico, e tanto meno l'ECA (associazione dei maggiori club europei), osano sfidare le roi in campo aperto, è grazie a questo oscuro agente di calciatori che testeremo la legittimità del sistema introdotto dall'UEFA. O forse no. Perché anche su questo versante l'UEFA si sta coprendo. Lo scorso 31 marzo UEFA e ECA hanno annunciato il rinnovo del memorandum d'intesa, grazie al quale i maggiori club europei non solo prenderanno molti più soldi dalla distribuzione dei ricavi generati da Champions League e Europa League, ma saranno addirittura rappresentati direttamente all'interno del Comitato Esecutivo UEFA.

Se prevale la realpolitik di Karl Heinz Rumenigge e colleghi, è plausibile che la causa pilota instaurata dal Signor Striani in Belgio sia presto abbandonata.

L'ECA, peraltro, rappresenta il gotha dei club europei, quelli che, sanzione più sanzione meno, siedono ora alla tavola del re. Molti altri club europei, pur coltivando legittime ambizioni sportive, non sono parte dell'ECA. Le proprietà di questi club potrebbero mantenere l'interesse a contestare la legittimità dei limiti alla crescita imposti dal FFP.

Vediamo dunque, in estrema sintesi, quali sono gli aspetti problematici sui quali dovrebbe vertere l'esame dei giudici del Lussemburgo.

Per bocca dell’UEFA, il Fair Play Finanziario si propone di migliorare le condizioni finanziarie generali del calcio europeo. Fulcro del FFP è la regola del pareggio di bilancio: i club non devono spendere più di quello che guadagnano. Usando la ricchezza come parametro della capacità di spesa, questa regola tende a favorire i club che hanno consolidato, per giro d’affari, posizioni di vertice (Real Madrid, Manchester United, Bayern Monaco e Barcellona, nell’ordine, sono ai primi quattro posti).

Senza dubbio si tratta di un'intesa restrittiva della concorrenza, come tale, in linea di principio, vietata. Occorre però vedere se, per il diritto comunitario, questa restrizione è giustificata (da un valido obiettivo) e proporzionata (al raggiungimento del medesimo).

Gli obiettivi del FFP sono stati condivisi da Joaquin Almunia che, al tempo in cui era ancora vice-presidente della Commissione Europea, ha assimilato il FFP alla normativa che vieta gli aiuti di stato. Si tratta di un parallelo alquanto strano, visto che assimila due situazioni opposte: da un lato, si vuole impedire che gli stati spendano soldi pubblici per salvare aziende dove i privati non sono disposti a investire, mentre, dall’altro, l’UEFA vuole per l’appunto proibire investimenti privati.

Comunque, il giudizio che conta non è quello della Commissione Europea, bensì quello della Corte di Giustizia Europea, e verterà, appunto, sulle due condizioni che giustificano e legittimano intese restrittive della concorrenza, ossia, come detto, la bontà dello scopo e l’adeguatezza dei mezzi per conseguirlo.

Accade, in certi mercati, che nuovi operatori debbano attuare un percorso di sviluppo caratterizzato da forti perdite nel corso di parecchi esercizi, per raggiungere una certa massa critica di clientela (creditizia, televisiva, turistica, telefonica). A nessuno è mai venuto in mente di imporre il pareggio di bilancio a queste imprese. Così, nel calcio, difficilmente un club minore può competere coi più forti club d’Europa, prima sul campo e poi sul mercato (diritti televisivi, sponsorizzazioni, merchandising, licenze e proventi da stadio), se non gli è permesso di investire massicciamente nell’acquisizione e mantenimento di una rosa di giocatori in grado di sfidare le potenze già affermate. Quantomeno, sembra essere questa la strada che ha dato qualche risultato concreto (PSG) e duraturo (Chelsea, Manchester City). L’exploit stagionale di una squadra di seconda fascia può verificarsi, ma molto difficilmente potrà consolidarsi; infatti già nella stagione successiva i big corrono ai ripari, grazie alla maggior capacità di spesa, anche acquistando dalle squadre-rivelazione i giocatori migliori. Ma la break-even ruleprescrive il pareggio di bilancio a breve termine e sanziona pesantemente i non compliant, imponendo loro restrizioni operative (limiti agli acquisti e alle rose) e finanche escludendoli dalle competizioni. Gli effetti riduttivi della concorrenza sono evidenti, siano essi voluti (far diminuire la spesa per i giocatori, calmierare il mercato dei trasferimenti) o solo conseguenti (disincentivare gli investimenti nei club non ancora arrivati in cima all’Olimpo calcistico).

Il problema è ben illuminato da Karl Heinz Rumenigge, presidente dell'ECA e del Bayern in un'intervista pubblicata dalla Gazzetta dello Sport del 3 aprile 2015: "…Anche noi come associazione dei club dobbiamo pensare come si potrebbero aiutare nel financial fair play certe squadre come Inter e Milan, perché sono danneggiate in questo senso. Se hai un buco, difficilmente ne puoi uscire senza denaro fresco. Leggo che il Milan può essere venduto, ma il proprietario nuovo non può mettere troppo capitale senza andare contro le limitazioni Uefa. Quindi tocca anche a noi nomi grossi scovare una soluzione per non penalizzare di più".

E ancora: "Quasi tutte le società dell'Est soffrono perché non hanno troppi ricavi da televisioni, sponsor, merchandising. Quindi dobbiamo studiare come si potrebbe dare una mano a questi club, ma pure ad alcuni big dell'Ovest che adesso si trovano in difficoltà".

Ecco il punto: questi gravi effetti restrittivi sono funzionali al miglioramento dello scenario competitivo, assicurando la stabilità economica del settore nel medio-lungo periodo? E sono proporzionati a tale obiettivo, nel senso di costituire il livello minimo di restrizioni necessario per raggiungerlo? È lecito dubitare che la risposta a ciascuna di queste due domande sia affermativa; per quanto basterebbe negare anche uno solo dei due assunti (utilità o proporzionalità) per bocciare il FFP. 

La Commissione Europea aveva deciso, nel caso ENIC (la prima multiproprietà calcistica, che controllava sei club in Europa, tra cui il Vicenza), che l’aumento dell’incertezza dei risultati sportivi fosse un obiettivo desiderabile e meritevole di tutela da parte dell’UEFA. Poiché il FFP sembra piuttosto andare in direzione contraria, impendendo di fatto a nuovi contendenti l’entrata (sia pure in takle finanziario) nel magic circle dei grandi club, è difficile immaginare perché questa volta le conclusioni debbano essere diverse.

Tra l'altro, le limitazioni non colpiscono solo i club che vorrebbero contendere la Champions League ai soliti noti. L'intervista a Rumenigge ci ricorda che spesso le condizioni di partenza sono diseguali e massicci investimenti finanziari rappresentano l’unica prospettiva di crescita per club di aree economicamente o calcisticamente svantaggiate: non è pensabile che una squadra bulgara, cipriota o caucasica possa scalare le classifiche europee grazie agli introiti raccolti nel proprio mercato nazionale; ma, per allargare tale mercato, devono qualificarsi stabilmente almeno alla Champions League e, per farlo, devono allestire squadre il cui costo è ben superiore alle entrate di cui dispongono.

Anche ammettendo che l’UEFA convinca i giudici circa l’utilità delle misure adottate rispetto al perseguimento della stabilità finanziaria, dovrà anche assolvere l’onere di provare che non esistono misure meno invasive, meno drastiche, per perseguire tale obiettivo. Anche qui il terreno è minato. Il Signor Striani non mancherà di osservare che la stabilità finanziaria si ottiene anche imponendo l’emissione di garanzie bancarie pari al deficit di bilancio. Inoltre, sempre in proporzione al disavanzo, o magari in rapporto alla spesa per giocatori in eccesso al punto di pareggio, potrebbe introdursi una 'tassa sul lusso', che vada a beneficio dei club contabilmente più virtuosi -ossia con azionisti meno munifici- aumentandone la competitività.

Non dimentichiamo, infine, che la prova del nove riguardo al pregio concorrenziale di misure restrittive è dato dal maggior beneficio assicurato ai consumatori. Ma, grazie al FFP, un challenger club, per competere coi grandi, dovendo necessariamente aumentare il fatturato, sarà piuttosto portato all'aumento dei prezzi di biglietti e merchandising.

Questi dubbi di compatibilità col diritto comunitario rimarranno tali almeno fino a quando un outsider come Striani non avrà portato il suo caso alla Corte di Giustizia. In verità, dopo l'accordo di Stoccolma tra ECA e UEFA, è probabile che questo contezioso belga non farà progressi. I club, dentro o fuori dall'ECA, che sono sotto il giogo del FFP rimangono per ora allineati e coperti. Un po’ per la convenienza di alcune proprietà, che possono così giustificare il ridimensionamento degli obbiettivi e dei conseguenti impegni finanziari; un po’ perché, per non rischiare il giudizio della Adjudicatory Chamber, conviene a tutti (Inter e Roma incluse) mettersi d'accordo con il Financial Control Body.

Fonte: Sport Business Management - Luca Ferrari

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