Rassegna Stampa

35 anni dopo: il ricordo di Paparelli

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 28-10-2014 - Ore 19:30

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35 anni dopo: il ricordo di Paparelli

Il 28 ottobre 1979 avevo cinque anni e guardavo la tv a casa di mia nonna. Mio zio, che porta lo stesso cognome di Vincenzo Paparelli, era allo stadio. In quel mondo senza telefonini e twitter ricordo benissimo la preoccupazione, il panico, le telefonate preoccupate a casa. Mio zio Gino non era parente di Vincenzo, ma soltanto omonimo.  La mia famiglia era stata risparmiata da quel dolore, un'altra, poco distante, stava piangendo.  La sostanza e il ricordo di quel giorno rimane però intatta e terribile.  Non si può morire di calcio. Vale per tutti, a qualsiasi latitudine e per qualsiasi fede .  La distanza tra l'allegria chiassosa da stadio e il dolore è quanto di più enorme e stridente possa esistere. Ti commuove l'idea della gioia spezzata, del legame tra padri e figli, del filo interrotto.

Per questo il mondo del calcio ha partecipato al dolore della famiglia De Amicis in modo così sincero e profondo.  Anche se si è trattato di un tremendo incidente stradale distante parecchi chilometri dallo stadio quella tragedia ci ha colpito tutti. Appassionati e tifosi. Ha colpito la nostra comunità, la passione che tutti sentiamo. Per questo l'altro giorno, mentre commentavo Samp Roma, mi sono spaventato durante il primo tempo per qualcuno in tribuna centrale che si era sentito male. 

In questi anni ne ho conosciuti tanti di tifosi da stadio, di tutte le fedi e di tutti i settori. Curva o tribuna. Sono molto più simili di quanto si possa credere. Sono tutti ugualmente innamorati. Hanno consumato le dita delle mani, le hanno passate tra i capelli milioni di volte, hanno guardato il cronometro con speranza o paura, hanno riso e pianto, goduto e rosicato, tifato e gufato, discusso all'infinito di un rigore, di un terzino spompato o di un attaccante che non vede la porta.  Hanno percorso (anzi macinato) chilometri, si sono dati appuntamenti spesso ad orari improbabili, hanno prenotato treni e masticato panini. D'estate e d'inverno, con il caldo infernale o la pioggia.  E nessuno di loro, ovviamente, ha meritato di morire. 

 

Fonte: Etalia.net/P.Pardo

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