Rassegna stampa

Abete: "Il calcio conservi il suo ruolo sociale"

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 20-03-2017 - Ore 10:46

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Abete:

ILPOSTICIPO.IT - CACCIARI - Il calcio italiano sceglie Carlo Tavecchio. Alla Federcalcio nessun segnale di discontinuità. Sono tempi così: non si ha ancora la voglia di uno slancio diverso. Non manca tanto il coraggio di farlo, ma forse la strategia necessaria di compiere uno sforzo troppo esigente, duro da sopportare. La politica sportiva si lega a vecchie maniere, a gestioni meno complicate, a nuclei consolidati. Ci si tiene il banco, anche se ci si rende conto che le cose cambieranno nel medio termine. Non è ancora il tempo di accelerare, forse perché ancora non si è capito a fondo quale velocità mantenere, la strada sicura da battere. A livello internazionale, per quanto riguarda i risultati sportivi, l’unica Juve ci tiene a galla. Siamo, più o meno, alle solite. In Europa siamo eterne comparse, in Italia viviamo di un campionato non altamente competitivo. Tutto questo in attesa di sostanziali colpi d’ala. La marcia del cambiamento è lenta. Si naviga a vista in un mare di possibilità in cui il nostro movimento calcistico deve avere l’abilità di infilarsi. Nulla è perduto, ma occorre avere saldi i riferimenti, i principi base dai quali costruire un nuovo presente senza dimenticare i percorsi faticosi, chissà quanto virtuosi, del passato.

Giancarlo Abete, 67 anni, ne ha viste tante e di tutti i colori. Abete, imprenditore attivo, memoria di ferro, ottimo dirigente, ci è venuto a trovare. Sorride, ci chiede chi siamo, come stiamo. Ha forma e sostanza eleganti, ma è semplice, alla mano. È un uomo sereno, conscio di aver svolto sempre il suo lavoro nel rispetto delle istituzioni. Un uomo tremendamente attento, lucido, esperto e, perché no, molto giovanile, affatto riluttante ai nuovi trend di cambiamento, non solo nel mondo del calcio. È un conoscitore di uomini, della politica e soprattutto degli equilibri nei rapporti interindividuali. È fiero della sua autonomia, dei suoi valori ereditati in famiglia. Per lui il segreto principale nella vita, non soltanto nella sua attività professionale, è sempre restare se stessi. Non è un uomo noioso, sebbene dia un’impressione diversa. Non vuole un caffè e neanche un bicchiere d’acqua. Si rilassa, si scambiano due battute, poi si comincia. DaTavecchio, da chi ha preso il suo posto. “I miei mandati – racconta Abete – furono contraddistinti dall’unità, che non è un valore assoluto se collegato a una logica consociativa. Il valore positivo è dato dal fatto che nel calcio ci sono interessi molto differenziati e quindi era importante lavorare con unità di intenti. Unità però che non deve diventare consociativismo. Non deve mai venir meno la dialettica e il confronto di idee. Dopo Calciopoli si capì che bisognava aprire a un confronto democratico con un sistema che permettesse la possibilità di scegliere. Nel 2007, nel 2009 e nel 2013 sono stato candidato unico, penso ci sia stato uno stile di lavoro e un rispetto delle diversità. Nel 2014 questo un po’ si era perso, anche se ci fu un confronto tra Tavecchio e Albertini. La logica era che le Leghe detenevano il 66% (+2%)  e le componenti tecniche erano in minoranza, una conflittualità strutturale. Ma questa veterocultura, dopo due anni e mezzo è venuta meno. C’è stata una dialettica vivace e le componenti hanno scelto la loro direzione. Mi preoccupava la cultura del ‘con me o contro di me’ che non appartiene a una dimensione liberale. Fortunatamente questa logica, dopo due anni e mezzo, è venuta meno”.

LA MANCATA ELEZIONE DI ABODI
Abete avrebbe scelto Abodi alla presidenza della Figc, anche se conosce perfettamente il motivo della sua mancata elezione. E ce la spiega in maniera chiara. “Andrea Abodi ha lavorato molto bene in Lega di B con stile e lo spirito giusto, però la Federazione è una realtà molto più complessa, inoltre la candidatura è stata posta nell’imminenza della competizione elettorale e questo ha determinato qualche fibrillazione anche dentro la Lega stessa. Una candidatura nasce su una logica di politiche che devono corroborarsi nel tempo. La sua diversità è stata più nel tipo di approccio e ell’esperienza data dalla B. Ma risultava difficile vedere differenziazioni in ambito politico. Lotito alla Presidenza della Lega di B? Abodi ha fatto molto bene, spero si possa proseguire…”. Abeterivendica con orgoglio i suoi mandati, la correttezza delle sue dimissioni dopo il fallimento del mondiale brasiliano, l’Italia bella ed europea di Prandelli, le sue riforme. I tre punti a vittoria, i nuovi format dei campionati. È stato il primo a modificare, seppur per motivi disciplinari, numeri e partecipazioni di squadre in A e in B. Ma non pensa che ora le riforme siano la panacea dei mali. La A a 18, ad esempio, non è il massimo della vita, soprattutto della svolta. “Nel programma di Tavecchio si parlava di una Serie A a 18 squadre, poi il progetto è stato modificato. Ma oggi 4 campionati su 5 sono a 20 squadre, solo la Bundesliga ne ha 18. Sono le norme legate al tipo di distribuzione dei diritti televisivi che rendono i campionati competitivi, non il numero delle squadre partecipanti”.

Il suo concetto base: sostenibilità economica con un occhio al ruolo sociale del calcio. Altrimenti non si fa mai giorno, anzi si fa notte. Platini – non ce lo dice chiaramente – era meglio da calciatore, anche se l’introduzione del Fair Play finanziario è stato un suo merito. I mecenati fino a un certo punto. I meriti sportivi, i bilanci dei club devono avere una loro centralità. “Platini è stato molto bravo come giocatore non devo certo dirlo io, e devo dire che è stato anche bravo nel ruolo di presidente perché ha fatto valere la sua dote di leadership naturaleHa impostato alcune politiche che ha avuto capacità di portare avanti, come il Fair Play finanziario, che più che essere un quadro normativo era un modo di comunicare ai club di impegnarsi in un progetto virtuoso delle risorseLe perdite sono significativamente scese, i club si sono sentiti controllati”.

SECONDE SQUADRE E STADI DI PROPRIETA’
Giancarlo Abete sulle seconde squadre, stile Spagna, ha le idee chiare sul dove andrebbero collocate. Anche sugli stadi di proprietà non ha titubanze. “Le seconde squadre – ci dice – ci staranno, erano in tutti e due i programmi dei candidati. Ma la loro collocazione non è ipotizzabile in Serie B, ma in area Lega Pro, per un motivo: la Lega Pro deve svolgere un ruolo formativo. Quando ero presidente della Lega di C facemmo attività di apripista con i 3 punti per la vittoria, i play off e i play out. La Lega Pro è un campionato molto competitivo per i vivai. Una statistica oggi ci dice che tra chi va in Nazionale più del 60% ha avuto esperienza di Lega Pro. Lo stadio della Roma? Spero si faccia. Lo stadio oggi è fondamentale, come ha dimostrato la Juve. Gli stadi oggi devono essere fruibili e funzionali. Hanno un’importanza strategica. Ricordiamoci che la bellezza del mondo del calcio sta sempre nell’essere borderline tra la dimensione economica e quella sociale, con la seconda componente che deve rimanere sempre la più importante”. Per quanto riguarda il futuro Giancarlo Abete non fa programmi: “Io presidente del Coni o dell’Uefa? Non scherziamo – sorride salutandoci – voglio tornare a fare il mio lavoro di imprenditore e passare molto più tempo con la mia famiglia”.

Fonte: Ilposticipo.it - Cacciari

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