Rassegna Stampa

Affari, pallone e intrighi di palazzo i giochi d’azzardo del furbo Antonino

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 24-06-2015 - Ore 06:20

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Affari, pallone e intrighi di palazzo i giochi d’azzardo del furbo Antonino

LA REPUBBLICA – CROSETTI - C’È una foto in cui Antonino Pulvirenti galleggia molto, del resto fino a ieri mattina era questa la sua specialità. Taormina, 13 luglio 2013, hotel Atlantis Bay (è suo). Galleggia, Pulvirenti, facendo il morto in piscina, e sull’acqua di smeraldo ondeggiano insieme a lui come sugheri felici anche Claudio Lotito e Adriano Galliani. Quel giorno si cementò l’alleanza che qualche mese prima, a gennaio, già aveva portato lo scaltro Antonino sulla poltrona di consigliere della Federcalcio. Gli amici e compagni di nuotate e mojiti, cioè Galliani e Lotito, lo avevano caldamente sponsorizzato. Non a tutti piacque l’arrivo di Pulvirenti nel palazzo del potere. Memorabile la lite con Andrea Agnelli, che si sentì definire dallo scaltro Antonino «una zitella isterica in crisi d’astinenza». Il presidente della Juve aveva semplicemente detto: «Pulvirenti? Non lo si vede in Lega da dieci anni».

Nella cordata che da un po’ si è impossessata di Federcalcio e Lega, lo scaltro Antonino non si poteva definire una gomena, ma neppure il più fragile dei fili. Era, questo sì, un buon alleato, un sodale fedele. Nel corso di quella celeberrima estate al mare, con tanto di escursioni sull’Etna e all’Isola Bella, molto venne lodato Pulvirenti da Claudio Lotito (YouTube è una miniera d’oro). Attorno al tavolo del ristorante “Da Nino”, a Letojanni, non mancava il vicepresidente del Catania, Pablo Cosentino, pure lui agli arresti con Pulvirenti, chi l’avrebbe detto quel giorno.

Lo scaltro Antonino ha sempre galleggiato molto, sebbene non gli siano mancate onde di tempesta. Come nell’agosto 2012, quando la sua compagnia aerea Wind Jet finì letteralmente il carburante e lasciò a terra per giorni, e poi per sempre, trecentomila sconsolati vacanzieri di ritorno dall’Isola Bedda. Fallimento, bancarotta, un’altra bella storia italiana. Nel 2006 la rivista Capital lo designò “imprenditore dell’anno”, quando si dice vedere lontano.

Nella terra di Sicilia in cui molti imprenditori arrivano da fuori e fanno affari, come ad esempio il friulano Maurizio Zamparini, lo scaltro ragioniere Antonino (è il suo titolo di studio) invece nacque. Proprio a Catania, nel 1962, classe di ferro. E pezzo dopo pezzo ha costruito più di un impero. Holding finanziarie, la sventurata compagnia aerea low cost, la catena di discount Forté, un’altra di fast food, un paio di alberghi a Taormina (il Mazarò Sea Palace e l’Atlantis Bay), un resort golfistico sull’Etna, un’ottantina di supermercati e persino un’industria chimica a Gela: 1500 dipendenti.

Eppure aveva cominciato con un piccolo market affiliato alla Standa. Ad ogni affare concluso, raccontò un giorno, un regalo da Antonino ad Antonino: un orologio di pregio, oppure una nuova Bmw. Ma perché il mondo si accorga davvero di te, serve un pallone. Così Pulvirenti scalò dapprima la presidenza del Belpasso (Interregionale), il suo paese, poi quella dell’Acireale (serie C1) e infine, dopo un tentativo fallito nel 2000 per colpa di Luciano Gaucci (un altro che galleggiò molto, prima di inabissarsi), quella del Catania. Lavorando, bisogna dirlo, con grande efficacia e garantendo alla squadra dell’elefantino una permanenza record in serie A, dal 2006 al 2014, trasformandola in succursale di talenti argentini. Uno di questi, Gonzalo Bergessio, nel 2012 ebbe la pessima idea di segnare un gol regolarissimo alla Juventus, annullato da Gervasoni per un fuorigioco fantasma. Nel corso di un’indimenticabile conferenza stampa, Pulvirenti disse: «Oggi è morto il calcio».

Insieme agli amici più stretti, oltre a Galliani e Lotito, sono da ricordare Preziosi e Cellino. In questa compagnia Pulvirenti fu l’ultimo ad arrivare, lui che non ebbe mai troppa dimestichezza con i palazzi del potere. Quando entrò per la prima volta nella sede milanese della Lega di A, al civico 4 di via Rosellini, scambiò la sala stampa per la sala riunioni. «Presidente, guardi che dovrebbe salire al quarto piano», gli dissero i giornalisti. Ma ha imparato presto e bene la toponomastica, e in quel palazzi si era installato in modo robusto, grazie all’aiuto di quelli a cui non ha mai fatto mancare il proprio. Perché è così che 

Fonte: LA REPUBBLICA – CROSETTI

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