Rassegna Stampa

Allarme Tommasi: «Qui c’è un buco per i nostri talenti. Dobbiamo seguire il modello spagnolo»

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 12-07-2014 - Ore 09:10

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 Allarme Tommasi: «Qui c’è un buco per i nostri talenti. Dobbiamo seguire il modello spagnolo»

È stato italiano tinto d’azzurro, pure a un Mondiale, e straniero in tre paesi. Ora Damiano Tommasi è presidente dell’Assocalciatori, e interviene nella nostra inchiesta partendo proprio da qui: oltre che vecchio e poco capace di autoprodursi giocatori, il nostro campionato è anche straniero per più della metà. Segno dei tempi o qualcosa non va?«Dopo Bosman il calcio è cambiato e anch’io quando giocavo colsi l’opportunità di andare all’estero. Il punto è un altro: capire perché andiamo a cercare altrove qualcosa che magari qui abbiamo già».

Il paradosso è che il nostro è anche uno dei campionati con le regole più restrittive…
«Da un lato c’è la libera circolazione dei lavoratori all’interno della comunità, un’opportunità anche per i nostri che non va preclusa. Dall’altro invece bisogna fare un’analisi sull’età e sulla qualità degli stranieri che arrivano da noi, anche per evitare situazioni ambigue che possono venire a crearsi. In Italia per esempio è vietata la proprietà di terzi sul calciatore, discorso che invece all’estero è molto sviluppato».

A certi modelli esteri, però, conviene dare uno sguardo? «Al di là delle norme, certi paesi come percezione del fenomeno e multiculturalismo sono decenni avanti a noi. L’importante è capire se in Italia si pesca all’estero perché c’è un progetto o magari soltanto per trasferire risorse».

Stranieri a parte, ci sono grosse difficoltà di inserimento per i nostri giovani. «La fase di transizione è un nostro grosso difetto, non certo favorita da un sistema di campionati che crea un buco nella formazione dei ragazzi, per i quali poi emergere è un terno al lotto. Guardiamo ai Mondiali quante squadre avevano già dei ‘95 in rosa: i nostri erano a fare le finali Primavera. Noi abbiamo casi rari, come Totti all’epoca per esempio, ma parliamo di eccellenze assolute».

Il prestito di un giovane, come si usa da noi, è un sistema valido per gestire questa fase? «Per valutare il sistema serve capire quanti dei ragazzi in prestito poi tornano effettivamente in A. La Salernitana è la squadra satellite della Lazio: i movimenti tra i due club sono a senso unico, la Lazio ne manda tanti a Salerno, ma da Salerno alla Lazio? Bisogna dirsi chiaramente se ai giovani si crede davvero o no. Tra i nostri e quelli degli altri paesi c’è un gap di esperienza, che si riflette in campo: era la differenza tra noi e gli spagnoli nella finale dell’Europeo di due anni fa, i loro erano molto più abituati a certe partite. Compriamo ragazzi come Lamela, Pastore e Cavani, diamo loro l’opportunità di giocare e imparare ai massimi livelli e poi diventino oggetto di mercato internazionale. Ma qui gioca tanto anche un altro fattore…».

Cioè?

«La percezione della gente: se a un tifoso presenti un Primavera italiano e un belga della stessa età, è sempre portato a pensare che il belga sia più bravo. Sotto questo punto di vista le squadre B aiutano. Luis Enrique, abituato a lavorarci, arrivò a Roma e lanciò subito Viviani, salvo poi capire che non era pronto e dover fare marcia indietro. Con una Roma B magari non sarebbe capitato».

A quale paese dovremmo ispirarci? «Mi piace il modello spagnolo, anche perché l’ho visto da vicino. Attingere dalla tua squadra B a stagione in corso è una possibilità sia per il giocatore giovane che per il club, è quel pezzettino dell’evoluzione che da noi oggi non è curato».

L’obiezione più frequente in questo caso: le squadre B giovano solo alle grandi squadre.

«Chi si oppone non ne conosce il funzionamento. Ho giocato al Levante, che ha una gran tradizione di vivaio, e penso a realtà eccellenti di casa nostra come Empoli, Atalanta, Cesena, che lavorano benissimo coi giovani e potrebbero avere senza problemi la seconda squadra. Il Real Madrid ha giocato tre competizioni e ha vinto una Champions League e una Coppa del Re con una rosa di 25 giocatori: è l’esempio di come avere organici da 50 persone senza sbocchi per i ragazzi non serva a niente».

Fonte: gasport (G. Di Feo)

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