Rassegna Stampa

“Amici milanesi, voi Francesco Totti non lo potete capire…"

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 22-04-2016 - Ore 15:56

|
“Amici milanesi, voi Francesco Totti non lo potete capire…

GAZZETTA DELLO SPORT - Voi Totti non lo potete capire. Come non potete capire Roma. Io, al massimo, non capisco la differenza. Dite sorridendo “finché ci sarà Totti a Roma non si vincerà mai nulla. Uno scudetto ogni quaranta anni, come contentino”. Levate le prime 4 parole, e la frase resta valida. Pensate davvero che Totti c’entri qualcosa? La Roma è una squadra che vince le battaglie e perde le guerre, il destino è quello. George Soros o l’emiro del Qatar, che avevano i soldi per cambiarlo, hanno fatto altre scelte. E chi tifa Roma se ne è fatto una ragione da tempo.

Totti è uno di noi. Uno che ce l’ha fatta, che ha guadagnato miliardi, sposato una donna bellissima, avuto gloria e onori. Ma sempre uno di noi resta. I romani, sono come lui: permalosi e generosi, persone buone di cuore, che ogni 6-7 anni che si vedono pestare i piedi sui calci d’angolo o insultare la mamma, sputano o tirano uno schiaffo, e vengono schedati come bulli e violenti senza esserlo. Persone schiette, che quando sono di cattivo umore non riescono a nasconderlo, che non hanno l’intelligenza di leccarti i piedi e fregarti alle spalle, ma borbottano davanti a tutti, e passano per piantagrane. Che quando festeggiano fanno più confusione degli altri, che scherzano anche ai funerali, che sanno apprezzare la compagnia, le carte, le ore piccole e le belle donne. Ma che quando c’è da mettersi sotto, sudare e sacrificarsi, non sono secondi a nessuno. Andatevi a vedere da quanti anni hanno smesso gli altri rappresentanti della classe 1976, Ronaldo, Shevchenko, Van Nistelrooy, Emerson, Kluivert, Seedorf, Vieira, Ballack, Nesta… solo un caso, oppure la storia che i romani sono pigri e non si applicano è una balla colossale? Noi romani a Totti gli dovremmo voler bene anche solo per questo. 

Se Totti si fosse rotto il ginocchio a 15 anni, e avesse passato la vita a fare il benzinaio, con la sua ironia e la sua generosità mi sarebbe piaciuto averlo come vicino di casa o d’ombrellone. Amo il calciatore, e stimo l’uomo. Ha i suoi difetti, ma sono gli stessi miei. Il Totti capace di capire da solo il momento giusto per farsi da parte descritto da Giancarlo Dotto nel bellissimo e opinabile pezzo che abbiamo pubblicato ieri, sarebbe troppo perfetto per essere Totti. E gli vorremmo un po’ meno bene, perché non sarebbe più uno di noi.

Secondo tutti gli amici romanisti che sento, Totti a fine anno dovrebbe lasciare il calcio. E sarebbe stato un capolavoro annunciarlo ieri sera, la notte del trionfo. Non vuole farlo, vuole continuare, e la società ha il dovere di assecondarlo. Prescindendo completamente dal fatto che nelle ultime tre partite, contro Bologna, Atalanta e Torino, sia stato il migliore della Roma. Che quest’anno Balotelli e Cassano in due hanno messo a segno gli stessi tre gol che lui ha fatto negli ultimi 16′ giocati. Non deve farlo continuare per quello la società, deve farlo per non perdere la sua anima, in questo orrendo calcio che permette a Sabatini di allestire una rosa con solamente 4 italiani. E l’anima è molto più importante della qualificazione a una manifestazione in cui la Roma troppo spesso esce incassando 6 o 7 gol, o di uno stadio nuovo di cui sente il bisogno solo qualche palazzinaro, o chi gestisce i conti a Boston.

Il giorno in cui Boskov fece esordire Totti lo ricordo distintamente: avevo 13 anni appena compiuti, facevo la terza media, e se mi avessero chiesto cosa volevo fare dagrande probabilmente avrei risposto l’astronauta. Quando Totti diventava uomo con Mazzone io facevo il liceo, lui la maturità l’ha fatta con Zeman, io con un tema sulla bioetica. Un paio d’anni dopo lui vinceva lo scudetto, e io, per la prima volta, venivo pagato per occuparmi di calcio. Mentre lui si prendeva la Scarpa d’oro, io smettevo da scrivere da casa e iniziavo a farlo in una redazione. Lui vinceva il Mondiale, e io iniziavo il praticantato da professionista. Usciva dai confini di Roma – ormai, a parte pochi invidiosi, lo rispettano e lo applaudono in tutta Italia – mentre io venivo a lavorare a Milano. Domenica, dopo il 3-3 all’Atalanta, che ero convintissimo sarebbe stato il suo ultimo centro in serie A, ho contribuito a celebrare, sulla testata giornalistica più importante e letta d’Italia, l’ultimo gol di uno che aveva iniziato a giocare quando ancora non mi crescevano i peli sul petto.

E’ chiaro che l’addio di Totti non sarà una questione di calcio, sarà qualcosa di ben più enorme. Sarà la fine di un’adolescenza che avrei voluto durasse fino alla morte. Sarà come andare a rivedere il tuo primo grande amore il giorno in cui si sposa con un altro. Come emigrare in un altro continente per cercare lavoro, senza aver alcuna voglia di lasciare i luoghi in cui sei stato felice. Spalletti è il miglior tecnico visto a Roma negli ultimi 15 anni, ma la cosa non lo autorizza a far finire prima del previsto la mia giovinezza. La Regina d’Inghilterra, 90 anni oggi, è ancora al suo posto, e qualcuno vuole che Totti lasci il suo? Non scherziamo…
Per far vincere lo scudetto alla Roma c’è bisogno che i giocatori della Juventus si risveglino sazi di successi, che la dirigenza bianconera sbagli dalla prima all’ultima scelta di mercato, e che quella della Roma le indovini tutte, non certo che Totti lasci il calcio. Chi sostiene il contrario è in malafede. Nessun romanista vuole Totti titolare, gli anni passano per tutti. L’anno prossimo vorrebbero averlo in panchina, pronto a subentrare come ultimissima carta da giocare, e mai per più di mezz’ora, solo quando gli avversari sono già stanchi. Certo, Spalletti dovrebbe avere molta pazienza per passare un altro anno a rispondere a una decina di domande a settimana sull’impiego di Totti, ma è pagato (anche) per quello: ce la può fare. E qualche golletto pesante in cambio ce l’avrebbe.
La pagina più bella e struggente che ho letto in vita mia l’ha scritta Kipling, nel Libro della Giungla, quella in cui l’eroe buono, il lupo Akela, manca per la prima volta la preda, che da capobranco doveva mordere per primo, quando è ancora sana, forte e sfuggente, per poi dividerla con tutti. Un giorno però il cervo si rivela più forte e veloce di lui, lo scatto secco delle mascelle del lupo che si chiudono a vuoto risuona in tutta la giungla, e tutta la giungla sa che il forte e leale Akela da quel momento verrà destituito da capobranco, perché è troppo vecchio per essere il primo nella caccia. Ma Roma non è una giungla, pensavo qualche settimana fa: si può permettere di non cacciare il capobranco anche il giorno che non avrà più lo scatto per arrivare primo sulla preda. Ieri abbiamo visto che quel giorno è ancora lontano.

Fonte: La Gazzetta dello Sport

commentiLascia un commento

Nome:  

Invia commento

chiudi popup Damicom