Rassegna Stampa

Ancelotti, il crac e il diavolo

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 11-12-2013 - Ore 10:07

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Ancelotti, il crac e il diavolo

L’11 dicembre 1983, trent’anni oggi (mamma mia … ) aprendo i quotidiani, i tifosi della Roma trovarono la più brutta delle notizie: ANSA: «Il calciatore della Roma Carlo Ancelotti è stato operato ieri a Villa Bianca dal Professor Lamberto Perugia. L’intervento al ginocchio sinistro è perfettamente riuscito ma i tempi di recupero sono stimati attorno ad un anno». Carlo Ancelotti, un nome che ritorna in mente adesso che siamo in marcia verso San Siro. Lo prese il Milan Carletto, qualche anno dopo. Lo prese sotto il refrain stantio secondo cui: «Tanto è finito, ha due ginocchia rotte». Noi tifosi sapevamo però che era una balla colossale. Sapevamo perché lo avevamo visto giocare, riprendersi e lottare su ogni pallone. E se anche fosse stato rotto, non lo avremmo dato via lo stesso, perché Carlo Ancelotti era il distillato di tutto quello che un tifoso vuole da un calciatore che indossa la maglia giallorossa.

Ma torniamo a quell’11 dicembre. L’operazione, come detto, fu effettuata da Lamberto Perugia, lo stesso leggendario specialista che aveva restituito al calcio Carletto dopo il primo infortunio. Sapevate, però chi assistette Perugia in sala operatoria? I professori Puddu e Mariani. E a questo punto, visto gli esiti, al Professor Mariani che rimise in piedi Francesco Totti dopo l’infortunio che rischiava di strappargli la coppa del mondo, viene voglia di affidare anche il restauro della Cappella Sistina perché dalle sue mani sono usciti solo capolavori. L’effetto della notizia dell’operazione di Ancelotti fu enorme. Sia sulla squadra, che forse, proprio in quel momento, quantomeno a livello inconscio, rinunciò all’idea di poter correre su due fronti (campionato e Coppa dei Campioni), che sul tecnico. La notizia della natura dell’entità dell’infortunio venne comunicata a Liedholm via telefono, da Nardino Previdi, pochi minuti dopo la fine dell’intervento. Il Barone rimase di sasso. Veniva a mancare, di colpo, una diga formidabile a centrocampo, un muro che riconquistata palla si trasformava in un sapiente costruttore di gioco.

Per noi tifosi fu uno choc. La domenica precedente, il 4 dicembre, a Torino, contro la Juventus, avevamo visto Carlo uscire dal campo sorretto da Boldorini e Alicicco. Non si offendano i cultori dell’arte, ma per me, la “Deposizione” di Messer Michelangelo Merisi da Caravaggio, un magistrale olio su tela conservato nella Pinacoteca della città del Vaticano, non vale gli occhi abbassati di Carlo, la smorfia di preoccupazione di Alicicco e la maschera accigliata di Boldorini della foto che documenta quell’istante. Eppure lo avevamo visto uscire camminando, seppur sorretto e questo ci aveva rassicurato. Quando nel 1981 il ginocchio aveva tradito Ancelotti, le sue urla di dolore si eranosentite sino in tribuna Tevere e il bimbo di Reggiolo era dovuto uscire in barella. Questa volta stava dritto sulle sue gambe, sembrava sofferente, ma non c’erano urla. Al più, concludemmo subito, sarebbe stato assente per qualche settimana. Invece iniziò il solito calvario, un anno tra gesso, fisioterapia, rieducazione e un lento e graduale ritorno, prima all’attività fisica e poi a quella agonistica. Senza Ancelotti, tanto per inciso, lasciammo al Liverpool la Coppa dei Campioni. Souness e compagni a centrocampo, riuscirono a mettere sul piano squisitamente fisico i termini della contesa. Dal punto di vista tecnico tra le due squadre c’era un abisso, la Roma aveva giocatori che nessuna squadra al mondo poteva vantare. I reds si rifugiarono così nello scontro fisico riuscendo a imporre il pareggio ai nostri. Se in campo ci fosse stato il Bimbo, anche quel giochetto sarebbe fallito. Carlo avrebbe aggiunto alla mediana della Roma quella solidità che avrebbe permesso di spazzare via gli inglesi.

Tornò con il Wrexham Carlo il 24 ottobre 1984. Quando fece capolino con la maglia bianca a colletto rosso ci fu un’ovazione. Ancelotti dice che quello rimane uno dei momenti più emozionanti della sua vita. Poi arrivò il Milan. Sin dal 1986, ciclicamente, i rossoneri si facevano sotto per richiedere il capitano. Proprio in quella stagione, chissà perché, tutti i quotidiani si affannavano a spiegarci per quale motivo sarebbe stato così vantaggioso concludere uno scambio con i rossoneri che portasse Ancelotti a Milano e Pietro Paolo Virdis nella capitale. Naturalmente non se ne fece nulla. Il giochetto riuscì però nell’estate del 1987. Carletto rientrò in anticipo dalla tournée USA della Roma per impegni di studio. Le voci sul suo trasferimento erano diventate un martellamento, poi, finalmente, arrivò la fumata nera. Galliani si spazientì e fece saltare il tavolo della trattativa con delle dichiarazioni a effetto (è proprio vero che certe cose non cambiano mai). Quando già stavamo stappando la rituale bottiglia di champagne, nell’ultimo giorno di calcio mercato, arrivò la doccia gelata: Ancelotti al Milan.

 

Fonte: IL ROMANISTA

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