Rassegna Stampa

Anno zero

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 18-07-2014 - Ore 10:17

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Anno zero

 Mai eravamo scivolati così in basso. L’eliminazione della nazionale al primo turno del Mondiale brasiliano, la seconda consecutiva dopo quella in Sudafrica nel 2010, ha allargato i confini di una crisi scoppiata ben prima del fallimento azzurro. Il calcio italiano è finito nella polvere e soprattutto (cosa ancora più grave) non sa come riuscire a rimettersi in piedi. La Germania, campione del mondo, ce lo ha insegnato: con la programmazione e il duro lavoro, si può. Noi però siamo prigionieri di regole vecchie, di dirigenti attaccati alle poltrone, di un sistema antiquato. La crisi tecnica è amara conseguenza di quella politica e di quella economica. Il Corriere della Sera, in un’inchiesta di quattro puntate, analizza la situazione a meno di un mese dall’elezione del nuovo presidente federale per far capire come si è ridotto il nostro movimento: la Federcalcio che non esiste più, la Lega di A sempre litigiosa e preoccupata soltanto di rastrellare soldi dai diritti tv, la nazionale orfana di talenti. Bisogna rimettere il gioco al centro del progetto con nuovi stadi finalmente sicuri, rose più snelle, seconde squadre per far crescere i giovani, serie A a diciotto. Ma, prima di tutto, serve una nuova governance. Il tempo è scaduto. E non possiamo più aspettare.

Quattro anni dopo il disastroso Mondiale sudafricano siamo allo stesso punto, l’anno zero. Ma, se possibile, rispetto ad allora, il calcio italiano, passato dopo il Mondiale dal 9° al 14° posto del ranking Fifa, è conciato anche peggio: non abbiamo un presidente federale, né l’allenatore della nazionale e Arrigo Sacchi, responsabile del settore giovanile della Federcalcio, a fine mese saluterà. Non sappiamo dove guardare, né dove andare.

Dal punto di vista della politica sportiva, ma anche sul campo: solo quattro squadre (Australia, Iran, Cile e Costarica) nell’intero Mondiale hanno tirato nello specchio della porta meno della nazionale di Cesare Prandelli (5,3 conclusioni di media a partita), che paradossalmente è stata la squadra con la maggior precisione di passaggi (85%). Per lo più inutili però: nessuno ha crossato meno di noi (6 volte). Il quadro tecnico tratteggiato da quella che dovrebbe essere l’espressione più alta del movimento è desolante. Il campionato non è l’origine di tutti i mali, ma è sempre più impoverito, economicamente e di conseguenza anche tecnicamente. Mettendo assieme una squadra composta da 11 giocatori d’attacco che negli ultimi tre anni ha lasciato la serie A si scopre che abbiamo perso oltre 1.000 gol (1.013 per la precisione) con le partenze di Ibrahimovic, Cavani, Del Piero, Pastore, Lavezzi, Sanchez, Kakà, Immobile, Vucinic, Gilardino e Milito.

Un patrimonio di reti che non è stato rimpiazzato adeguatamente, nonostante lo sbarco di giocatori come Higuain, Tevez e Llorente un anno fa o il ritorno di Giuseppe Rossi. In serie A si segna meno che negli altri tornei: 2,72 gol a partita contro, i 2,75 spagnoli, i 2,77 inglesi e i 3,16 della Bundesliga. Ma soprattutto il rapporto incrociato tra i tiri effettuati a partita (13,3), i palloni che finiscono nello specchio della porta (33,3 %) e quelli, tra questi, che finiscono in rete (30%) è il peggiore dei quattro principali campionati. La forbice si allarga se si considerano le prime quattro classificate di ciascun torneo, ovvero l’avanguardia di ogni movimento. In Italia si tira sempre meno in porta, che poi è l’essenza stessa del calcio: la Juventus, che è l’ossatura della nostra nazionale, lo fa con la stessa frequenza del Wolfsburg, quinto nel campionato tedesco. Anche la precisione lascia a desiderare: ben 15 squadre nel raffronto globale dei quattro tornei sono migliori dei campioni d’Italia.

Nonostante questo in A si segna ancora abbastanza: segno che il livello tecnico è sempre più scadente anche in difesa. Il nostro campionato progressivamente è diventato mediocre, povero di talenti e ingrigito, giocato in stadi fatiscenti e spesso pericolosi, comandato da dirigenti miopi che non guardano oltre il proprio naso. Chiunque sarà il nuovo presidente federale (lo sapremo l’11 agosto dopo l’assemblea elettiva) avrà un compito arduo: non solo nominare un nuovo c.t., ma soprattutto imprimere una forte accelerazione al recupero dei giovani, coinvolgendo i club, allestendo centri di formazione, favorendo la nascita delle squadre B perché i ragazzi spesso si perdono nel passaggio tra la Primavera e la prima squadra. Non per nulla siamo il Paese d’Europa con meno giovani prodotti dal vivaio che arrivano in prima squadra: appena 8 su 100 in serie A.

Il campionato, penalizzato dalla formula a 20 squadre, è pericolosamente sceso verso il basso e l’abisso tra le prime e le ultime lo conferma: 77 punti tra la Juve regina e il Livorno sono la fotografia di uno spettacolo che, in certi momenti, è davvero scadente: restando ai numeri, il divario testa-coda negli altri campionati ovviamente c’è, ma oscilla tra i 56 della Premier e i 65 di Bundesliga (a 18 squadre) e la Liga. La competitività è scesa drasticamente e non aiuta né le squadre in Europa, né la nazionale. Il calcio italiano, che pure ha visto tre c.t. (Prandelli, Capello, Zaccheroni) fuori al primo turno in Brasile, rimane fortemente connotato dal punto di vista tattico, ma sul piano dell’intensità agonistica e della corsa siamo scesi a livelli di guardia: la Germania nonostante sia arrivata due volte ai supplementari, in sette gare ha corso mediamente quasi 3 chilometri in più dei giocatori di Prandelli, che non a caso aveva lanciato l’allarme dopo l’amichevole contro la Spagna lo scorso marzo (persa 1-0): gli altri corrono di più e corrono meglio. Se la nazionale è l’espressione più vera di un Paese e di un campionato, l’allarme è rosso.

È anche una questione di qualità, sia chiaro. Prima i migliori stranieri venivano da noi. Adesso quasi ci ignorano. Tre anni fa se ne sono andati Ibrahimovic e Thiago Silva, l’anno scorso Cavani, in questa stagione ha già fatto le valigie un altro capocannoniere come Immobile e tremiamo al pensiero che anche Cuadrado, Vidal o Pogba possano cambiare aria. Senza contare che Verratti, il talentino di maggior prospettiva, è sparito dal nostro orizzonte prima ancora di mostrare per intero il suo valore, passando direttamente dalla serie B col Pescara alla Champions League col Psg. Gli stranieri migliori scelgono Inghilterra e Spagna, la Germania, in compenso da noi ne arrivano tantissimi mediocri. La spiegazione è doppia: a parità di valore, costano meno dei nostri e acquistare all’estero è più facile. Molti arrivano come grandi speranze e neppure mettono piede in campo. Magari favoriscono operazioni di bilancio, ma non portano niente dal punto di vista tecnico.

Oggi soltanto il 40% dei giocatori della serie A è eleggibile per la nazionale. E, seguendo le previsioni, nel giro di due anni, saranno meno del 35% per cento. Nel momento in cui Prandelli, allo stage di Roma, ha convocato Bernardeschi del Crotone e Camporese del Cesena, lo ha fatto per inviare un segnale (inascoltato) all’intero movimento. Nello scorso campionato 10 squadre su 20 della serie A avevano più stranieri che italiani in rosa. Un’invasione pericolosa, dannosa, che impoverisce il calcio italiano e mette in crisi la nazionale. Prandelli, nei primi tre anni della sua gestione, è riuscito a mascherare i problemi trasformando la nazionale in un club, riuscendo con il gioco a sopperire alla mediocrità degli interpreti.

Oggi, in attesa di un nuovo c.t., siamo rimasti agli stessi eroi di Lippi: Buffon, Pirlo, De Rossi. Balotelli si è perso e i giovani non hanno fatto il salto di qualità. La Juventus ha dominato gli ultimi tre campionati, ma quando si è affacciata fuori dai confini nazionali ha rimediato delle figuracce. Dal 2010, anno in cui l’Inter di Mourinho ha vinto la Champions, non siamo più riusciti a portare una squadra in semifinale del torneo più prestigioso. La crisi economica ha intaccato il livello tecnico. La crisi tecnica è ancora peggiore. Ma mai quanto la crisi delle idee.

Fonte: Corriere della Sera - BOCCI, TOMASELLI

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