Rassegna Stampa

Beretta: “La Serie A a 18? Aperti al dialogo ma solo con una retrocessione”

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 11-01-2014 - Ore 07:57

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Beretta: “La Serie A a 18? Aperti al dialogo ma solo con una retrocessione”

Il calcio italiano, nonostante tutto, rimane il più grande fenomeno di aggregazione dei nostri tempi. Se solo fosse trattato meglio da chi lo maneggia… Ne abbiamo chiesto conto al presidente della Lega di A Maurizio Beretta. 

Il sistema non riesce a reggere quest’area professionistica. La Lega Pro verrà ridotta a 60 squadre, la Serie B si è impegnata a scendere da 22 a 20 squadre. E la Serie A?

«L’eventuale riduzione da 20 a 18 squadre è un tema da discutere in maniera molto approfondita, l’assemblea delle società dovrebbe esprimere una posizione condivisa, senza strappi. È chiaro che se si dovesse andare a una riduzione delle squadre, di conseguenza andrebbe rivisto il meccanismo di retrocessioni e promozioni. Una A a 18 sarebbe possibile solamente con una sola retrocessione diretta in B, altrimenti si rischierebbe di avere una forte instabilità».

 

 
Calendario meno affollato, minor numero di partite scontate. È d’accordo sul fatto che la A a 18 potrebbe avere più appeal?
«Con una sola retrocessione ci avvicineremmo al sistema della Nba, con maggiori certezze di ricavi e una prospettiva più lunga nella commercializzazione dell’offerta del campionato. Ma la Serie A è di per sé attrattiva. L’esempio è Juve-Roma: partita bellissima, in uno stadio moderno, acquistata da 52 licenziatari in 200 paesi. In questi anni sia la corsa ai primi posti che la lotta-salvezza si sono decise alla fine. C’è un consolidamento degli spettatori tv: ogni giornata oltre 9 milioni di persone seguono le dirette in pay della A, il dato cumulato è di 350 milioni nell’arco della stagione. Inoltre, c’è una crescita contenuta di presenze negli stadi, con una media di 24mila spettatori, quasi il 3% in più del 2012-13. Il calcio in Italia continua a essere un fenomeno di grande mobilitazione: 25,5 milioni di italiani sopra i 14 anni sono interessati a seguire il calcio; 18,1 milioni fanno il tifo per una squadra di A». ù

 

 
È questo il cruccio. La gente non smette di essere innamorata del calcio, ma gli organi che lo gestiscono non cavalcano questa passione. Anzi.
«Dobbiamo moltiplicare gli sforzi affinché la domanda di calcio possa essere soddisfatta nel migliore dei modi. Penso al pubblico italiano ma anche a quello internazionale. Stiamo facendo delle riflessioni sulle finestre orarie per rendere più compatibile la fruizione delle partite nei mercati asiatici».

 

 
Una novità potrebbe essere l’anticipo al sabato alle 15?
«Ci stiamo ragionando. Se guardiamo alla Premier, che sa vendere meglio di tutti i diritti esteri, notiamo come ci sia una diversa articolazione degli orari. Comunque, nelle prossime settimane va fatto un lavoro istruttorio importante per pubblicare in primavera i bandi per i diritti tv del 2015-18».

 

 
L’altra scadenza è il contratto collettivo dei calciatori, ancora prorogato per un anno e valido fino al 30 giugno. Si rischia un’altra estate calda?
«Lo escludo. Noi, come immagino l’Aic, stiamo facendo i nostri approfondimenti per poi arrivare a un accordo che abbia la capacità, come è stato nel 2011, di interpretare le sfide attuali. Bisogna lavorare assieme per assicurare la sostenibilità del grande calcio italiano nel medio-lungo termine, con una sempre maggiore aderenza dei contratti ai risultati sportivi ed economici del club. Peraltro l’accordo del 2011 sta funzionando bene come dimostra la quasi assenza di contenziosi. Il clima con l’Aic è molto costruttivo, differente dal passato. Col sindacato stiamo studiando corsi di formazione per i ragazzi delle giovanili sul tema delle scommesse, che potrebbero persino diventare obbligatori per l’ottenimento della licenza nazionale».

 

 
Il Sant’Elia a 5 mila posti è un colpo al cuore. Possibile che non si sia ancora riusciti a risolvere il caso-Cagliari?
«È la conferma della necessità di un provvedimento quadro per facilitare la costruzione di impianti. Gli stadi italiani, tranne poche eccezioni, sono inadeguati e non allineati agli standard europei. Una nuova legge c’è, contiene aspetti positivi riguardo all’accelerazione delle procedure, ma è del tutto insoddisfacente relativamente alla perequazione economica. Così costruire stadi da A è molto, molto difficile. Spero che possano essere trovati dei correttivi tenendo conto dell’elevato volume di investimenti richiesti per realizzare un impianto per il grande calcio, considerato anche cosa si può mettere in moto sul fronte dell’occupazione e dell’indotto.

 

 

 

Non si tratta di speculazione, ma di un meccanismo che esiste in tutta Europa e lo chiamano riqualificazione urbana». 
Sì, ma il Sant’Elia?
«Auspico che si trovi una soluzione strutturale per la prossima stagione portando a compimento il progetto da 16mila posti. Quel che la Lega poteva fare l’ha fatto: abbiamo detto sì al ritorno, seppure a capienza parziale, al Sant’Elia perché sarebbe stata una ferita ancor più grave continuare a far giocare il Cagliari lontano dal suo pubblico. In generale, sugli impianti stiamo lavorando per migliorare i manti erbosi e dal 2014-15 eleveremo ancora gli standard per l’illuminazione e renderemo obbligatorio il riscaldamento con le serpentine per i club del centro-nord».

 

 
A differenza di Premier e Bundesliga, la Serie A fa poco per valorizzare a livello collettivo il suo prodotto. C’è sempre stata una ritrosia dei club a ragionare come squadra. 
«Nell’ultimo consiglio si è parlato di questo tema e ne è venuto fuori un invito a sfruttare di più i diritti collettivi. Ora c’è una maggiore apertura a considerare quel tipo di business. Quanto alla Supercoppa, continua a esserci interesse all’estero e non escludiamo di andarci ancora, dopo aver concluso il contratto coi cinesi. Una tournée della Lega all’estero come fa la Premier? Idea interessante. La chiave è quella di sviluppare le attività di promozione del calcio italiano fuori confine».

 

 
E qui siamo molto indietro. Tutti si lamentano della scarsa qualità del prodotto.
«Capisco le critiche ma la Serie A, con i suoi buoni risultati economici, è pur sempre il motore di tutto il sistema. Nessuno dice che ogni anno versiamo 100 milioni dei nostri diritti tv per la mutualità. Servono a finanziare in particolare la B e le altre serie minori. A questo aggiungiamo molti progetti sociali e divulgativi, come la Junior Tim Cup, che finanziamo con il fondo delle multe. È sbagliato dire che va tutto male».

Fonte: Gasport

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