Rassegna Stampa

Bonucci chiude l’arena «Per lo scudetto solo Juve e Roma»

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 04-10-2014 - Ore 09:17

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Bonucci chiude l’arena «Per lo scudetto solo Juve e Roma»

Dalla stagione 2009-2010 ad oggi, Leonardo Bonucci ha messo insieme 14.888 minuti di serie A. E’ un «Ironman» del nostro calcio: meglio di lui tre portieri (De Sanctis, Handanovic e Mirante) e un solo uomo di movimento, Alessandro Lucarelli con 15.033. «Un dato che mi inorgoglisce – dice il 27enne difensore azzurro -. Nessun segreto: vita sana e serietà professionale. In campo mi sento decisamente un soldato. E dico grazie pure al mio motivatore Alberto Ferrarini: è un valore aggiunto, mi aiuta a trovare la forza dentro, l’ho conosciuto che ero in tribuna a Treviso, e ora sono alla Juve e in Nazionale.

Bonucci, cosa rappresenta oggi Juve-Roma?
«La sfida fra le più forti squadre italiane».

Alla pari?
«I più forti siamo noi, lo abbiamo dimostrato sul campo negli ultimi tre anni, ma la Roma è cresciuta, molto, sia tecnicamente sia a livello di autostima. Mi aspetto una sfida parecchio diversa dalle passeggiate che abbiamo fatto in casa negli ultimi anni».

Che peso avrà sulla corsa scudetto?
«E’ presto per arrivare a conclusioni particolari, di sicuro lo scudetto sarà comunque un affare a due, fra noi e la Roma appunto. Il resto del gruppo mi sembra piuttosto lontano…».

Tolga di mezzo due giocatori giallorossi?
«Eviterei volentieri Totti e Gervinho. Francesco è un grande, un fenomeno, il vero leader, mentre Gervinho è l’uomo chiave della Roma, è il cambio di passo dei giallorossi».

Juve a due velocità: devastante in campionato, timida in Europa. Dove sta la verità?
«Forse in Europa manchiamo di un po’ di personalità. Abbiamo tutto per fare bene, ora però serve uno scatto deciso anche a livello mentale. Ci vuole reale consapevolezza nei nostri mezzi, che sono tanti. In un certo senso ci aiuterà molto la gara di Madrid…».

Cioè?
«Ho letto parecchie critiche nei nostri confronti, alcune giuste, perché in effetti ci siamo limitati al compitino, mentre a un certo punto bisognava osare di più. A Madrid, però, la gara l’abbiamo fatta noi, da grande squadra. Poi, in casa dell’Atletico sono problemi per tutti, anche per il Real Madrid ad esempio. Dalla Spagna siamo tornati con molte più certezze e meno complessi. Credo che l’Atletico possa davvero rappresentare per noi una svolta a livello internazionale, ci siamo resi conto di poter stare a certe altezze».

E’ una Juve Tevez-dipendente?
«La Juve è prima di tutto squadra, poi è inevitabile dipendere in alcune circostanze da un fenomeno come Carlitos. La differenza la fanno sempre i grandi giocatori, e Tevez in questo inizio di stagione ha segnato parecchi gol pesantissimi».

Esiste un problema Vidal?
«Arturo cresce gara dopo gara. Ha solo bisogno di giocare, e già così è fondamentale».

E il Pogba che non segna più?
«Secondo me sta facendo molto bene, non vedo problemi tattici. Piuttosto, lui non deve perdere la voglia di migliorare ulteriormente, perché ha margini incredibili, potenzialmente è un numero uno assoluto».

Differenze fra Conte e Allegri?
«Prima di tutto dico cosa hanno in comune: una feroce voglia di vincere. Obiettivo che inseguono con atteggiamenti diversi: Conte è un guerriero, anche fuori dal campo; Allegri è più sereno nell’approccio al lavoro, ma sa farsi sentire eccome quando le cose non vanno».

E per lei cosa è cambiato?
«Ora la manovra è più ragionata, ci sono meno verticalizzazioni veloci, però l’attacco della palla è rimasto invariato».

Come posiziona l’attuale Bonucci?
«Mi sento un elemento forte e importante all’interno di una squadra grandissima. Così mi fanno sentire per primi tecnico e società, oltre allo stesso Conte in Nazionale».

A proposito di Nazionale, come si può giustificare il disastro in Brasile?
«Siamo partiti convinti di essere fra le più forti, di poter andare parecchio avanti. E la vittoria sull’Inghilterra, all’esordio, ci aveva dato un’ulteriore spinta. Ma non siamo stati bravi a gestire tutti i complimenti ricevuti dopo quella gara. Parlavano di grande gioco, di “Tiquitalia”, e la nostra testa è andata forse un po’ oltre. Poi, va detto, hanno influito anche alcuni episodi negativi, soprattutto contro l’Uruguay…».

Okay, fin qui il campo. Si è però parlato di un ritiro poco adatto all’evento…
«Sì, sono d’accordo. Anche non volendo, in un luogo così particolare il clima finiva per essere un po’ troppo vacanziero. Eravamo in un resort meraviglioso, con la spiaggia e il mare lì, a due passi. Finivi di allenarti e veniva quasi naturale andarci, magari anche solo per leggere un libro, sdraiato su un lettino. Tutto il contrario della tradizione italiana, che prevede ritiri a base di camera, allenamento, pranzo, altro allenamento, cena e camera ancora. Io, per come sono fatto, il libro me lo leggevo in stanza. Una situazione simile non era in effetti il massimo per preparare anche mentalmente un Mondiale, soprattutto deviava quei giocatori meno abituati a gestire la pressione di eventi tanto importanti. E pure il campo d’allenamento all’interno del resort è stato un handicap: di fatto, non abbiamo mai respirato veramente il clima Mondiale. Sarebbero stati importanti, per esempio, quei 20-30’ necessari ogni giorno a trasferirsi in un altro impianto, passando in mezzo alla gente, sentendo incitamenti e insulti, vedendo bandiere e altro, insomma respirando il Mondiale…».

Si è parlato molto di Balotelli…
«Deve imparare a far parte di un gruppo, sempre. Se lo capisce può essere devastante. Il problema è che a volte si isola davvero senza motivo».

Come lo vede con Conte?
«Il mister mette il gruppo davanti a ogni cosa, non ci sono alternative: o lotti per il bene comune o resti a casa».

Secondo lei Prandelli ha pagato pure la scelta di puntare tutto su Balotelli e Cassano?
«Mario e Antonio ci avevano trascinati in finale all’Europeo… Sarebbe magari stato utile qualche uomo di grande saggezza in più nei 23, là davanti in particolare. Un equilibratore, un punto di riferimento, ciò che era stato Di Natale in Polonia e Ucraina per intenderci».

Perché con Conte le cose dovrebbero andare meglio?
«E’ un tecnico straordinario, nessuno mi ha dato quanto lui a livello tecnico. E comunque avete potuto verificare coi vostri occhi: Conte ama fare la partita, non subirla. Abbiamo già un’identità precisa, e l’Olanda non credeva ai propri occhi nel vedere un’Italia simile, non si aspettava una squadra con tante certezze dopo il disastro al Mondiale. Aver subito ritrovato Conte, in Nazionale, lo considero quasi un premio…».

Fonte: GAZZETTA DELLO SPORT - M.Graziano

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