Rassegna Stampa

C’era una volta il derby

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 03-04-2016 - Ore 07:12

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C’era una volta il derby

IL TEMPO - GIUBILO - Ci vuole un tuffo nel passato per restituire al derby il livello di passione che ogni stracittadina romana pretende e che, per una serie di circostanze, si attenua fino a sbiadire.

Le curve vuote, la folla delle grandi occasioni, un pio desiderio non esaudito. Per i tifosi, ma anche per chi dà voce ai loro sentimenti, passa in secondo piano il richiamo di una classifica alla quale Spalletti sperava che la Lazio guardasse con interesse pari a quello dei rivali, per non caricarsi il ruolo di protagonisti, tradizionalmente sgradito, gli altri a presidiare la più gradevole posizione di chi non ha nulla da perdere. Serenità, quella del tecnico giallorosso turbata anche dal bombardamento a tappeto sui rapporti con Totti. C’è andato giù duro, il tecnico toscano, che guarda alla squadra e non ai singoli, come è giusto che sia. Se non altro, la conferenza stampa ha aggiunto un po’ di pepe a una vigilia che rischiava il basso profilo, soprattutto per le condizioni ambientali. Già l’immagine di un Olimpico mezzo vuoto non è l’ideale per infiammare gli animi, ma c’è di più: si annuncia una legione di carabinieri a presidiare le vie di accesso all’impianto, le file ai tornelli saranno da incubo e attenzione alle zone limitrofe, a cominciare da Piazza Mancini, punto di riferimento di quelli che si portano da casa le posate per i fini meno nobili.

Per chi non è più giovane, è fatale che si guardi con malinconia al derby sparito, quello che ignorava atmosfere di odio per dedicare ogni attenzione al sorriso, allo sfottò, alla scommessa che ai vinti non lasciava cicatrici. Allo stadio giungevano a braccetto, laziali e romanisti, si arrivava con largo anticipo per trovare i posti più comodi, si dividevano gli sfilatini con la porchetta e le bibite gassate, unità di intenti anche verso Gasperino e la sua cassetta con i tabacchi: «Sigari e sigarette, me ne vado», non ci vuole molta fantasia per intuire la risposta corale degli spettatori disturbati. Le voci avevano un’intensità praticamente a senso unico. E poi le scommesse, al vinto non restava che rassegnarsi alla modifica dell’acconciatura abituale. E di peggio non gli poteva capitare, di dover far sfoggio di un’antiestetica cresta al posto di un normale taglio borghese, basette e nuca sapientemente sfumate. Che potrebbe succedere ai giorni nostri, con quella marea di creste alle quali una volta il buon gusto imponeva di guardare con perplessità, se non con raccapriccio? Ma poi all’atto del pagamento da parte dei perdenti, la conclusione era sempre la stessa: la tavolata conviviale, rallegrata da fiumi di Frascati e di Cannellino.

 

Il giorno dopo si tornava al lavoro, gli sfottò venivano trasferiti negli uffici o nelle officine, però non c’era malanimo, l’appuntamento era per il derby successivo, nella speranza di ricambiare la beffa sopportata. Perché una rivalità sportiva si può vivere con il sorriso sulle labbra, l’amico lo conserverai anche sull’opposta sponda del biondoTevere. Malinconia, la certezza che non torneranno più quei giorni. Apro una parentesi familiare: mio padre e i miei fratelli avevano vissuto i giorni di Testaccio, con le splendide tribune in legno dipinte in giallo e rosso. Uno dei fratelli era invece impegnato a giocare in Serie A con la maglia della Lazio. Lo trattavamo tutti con affetto, nonostante tutto, ma talvolta le prese in giro attorno alla mensa casalinga erano inevitabili, senza per questo fornire mai motivi di attrito o peggio. Mio padre, con il quale avevo cominciato ad andare allo stadio, prima a Testaccio e poi in quello che sarebbe diventato lo stadio Flaminio, era molto rigoroso sui principi etici legati agli avvenimenti sportivi, attorno ai quali la fazione doveva essere comunque rigorosamente bandita. Ricordo la partita che doveva consegnare alla Roma il suo primo scudetto. I giallorossi ospitavano il Modena già matematicamente retrocesso, eppur giunto nellaCapitale a vendere onestamente cara la pelle. Questo atteggiamento, con uno zero a zero che si andava prolungando, suscitava l’ira di molti spettatori che coprivano di insulti i malcapitati ospiti. E ricordo il mio papà, che pure era giunto lì per festeggiare un tricolore storico, tenne fede a quelli che erano i suoi atteggiamenti abituali di spettatore. E finì con il discutere animatamente con chi lanciava ingiurie ai canarini, ammonendoli a un comportamento più consono alle regole dello sport.

Una lezione che non ho mai dimenticato anche nell’esercitare la mia professione di cronista, che non si può permettere di esercitare nello stesso tempo quella di tifoso.

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