Rassegna Stampa

Campo Testaccio, canzone di un mito

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 30-10-2013 - Ore 10:50

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Campo Testaccio, canzone di un mito

Chi ci va, lo sa. Lo stadio Olimpico si ripiega in un brusio, a una mezz’oretta dalla partita. A una mezz’ora da tutte le partite, meglio. L’avversario non conta. Il caldo o il freddo neppure. E’ sempre uguale. Si mescolano tensione, curiosità, eccitazione per quello che accadrà di lì in avanti. Anche un po’ di noia: quanto manca al fischio d’inizio? Ma poi si accende l’altoparlante, forte e chiaro, e la Curva Sud decolla in un coro di orgoglio da parata militare che funge da doping vocale: «Cor core acceso da 'na passione, undici atleti Roma chiamò...». Comincia così la canzone di Testaccio, dedicata agli eroi degli Anni 30, tramandata ai campioni dei tempi nostri. Testaccio, zona centro-sud della città, è rimasto il quartiere dei romanisti per eccellenza e tradizione.

(...) E a cantarle a memoria sono quasi tutti adolescenti, abituati ad artisti e calciatori contemporanei eppure precisi e concentrati nella partecipazione a un rito collettivo di matrice storica, per non dire epica. Da De Sanctis a Masetti, da De Rossi a Bernardini, da Volk a Totti il salto è enorme eppure istantaneo. Come può un ragazzo di 16 anni interessarsi al fascino di Campo Testaccio? Potere del passaparola. Potere del mito.

E’ nata da un passaparola la stessa canzone, che venne scritta nella sua versione originale nel 1931 da Toto Castellucci. Campo Testaccio, si chiama, proprio come lo stadiolo dove la Roma giocò dal 1929 al 1940. In pochi, tranne i testimoni diretti, ne conoscevano l’esistenza perché la registrazione del brano originale non è stata conservata. O magari non è mai stata neppure registrata, chissà: sarebbe quasi più affascinante se fosse così. Sta di fatto che un grande giornalista ha voluto riportarla alla luce: Sandro Ciotti. (...)

Lo splendido paradosso della Roma di Testaccio, la squadra celebrata dalla canzone, è che riuscì ad accendere er core del popolo senza mai vincere niente. Il primo scudetto sarebbe arrivato nel 1941/42, quando già la squadra si era spostata allo stadio Flaminio (all’epoca stadio del partito fascista). Ma fu lo spirito indistruttibile dei giocatori della Roma degli Anni 30 a conquistare il popolo: la lucidità di Masetti, «il primo portiere», l’agonismo di Attilio Ferraris, meglio conosciuto come Ferraris IV, «bravo nazionale e capitano», l’eleganza di Fulvio Bernardini e la potenza di Rodolfo Sciabbolone Volk crearono l’ossatura di un gruppo amatissimo, oltre che difficile da battere sul proprio campo: qui perse solo 26 partite su 214 («Nessuna squadra ce passerà...»), con uno storico 5-0 alla Juventus nel 1931 che ha ispirato un libro di Mario Soldati e anche un film. Sotto certi aspetti la Roma di Rudi Garcia ricorda la Roma di Testaccio: unita, grintosa, coraggiosa, non era la più forte, ma si dimostrò spesso la più tenace (...)

Il fatto che a Testaccio la Roma non abbia accumulato trofei non sminuisce i meriti tecnici e romantici di chi allora infiammò il core acceso dei tifosi. Semmai li accresce. E soprattutto aiuta a capire le priorità del romanismo e dei ragazzi che ancora adesso vanno in Curva Sud: vincere con la maglia della Roma conta tantissimo, ma amare la maglia della Roma conta molto di più.

Fonte: Corriere dello Sport - R. Maida

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