Rassegna Stampa

Capitani coraggiosi, il calcio vissuto attraverso due miti

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 21-12-2015 - Ore 17:50

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Capitani coraggiosi, il calcio vissuto attraverso due miti

REPUBBLICA.IT - PANELLA -  Amare il calcio da adulti come se la fanciullezza non se ne fosse mai andata. La ricetta per riuscirci è naturale: è nel ricordo, fissato nella memoria, della prima volta. Ci riesce Mauro De Cesare, autorevole firma del Corriere dello Sport, che nel suo "Diba-Totti, Nati Ultrà" (GoalBook edizioni) ripercorre oltre quaranta anni di emozioni, alimentate dalle gesta di due grandissimi capitani della storia della Roma, Agostino Di Bartolomei e Francesco Totti. Il viaggio di De Cesare inizia da... un viaggio. Una partita che con la Roma non c'entra niente, una macchina con la radio. E' il 7 giugno del 1964, per la prima e unica volta il campionato a girone unico viene deciso da uno spareggio. In campo Bologna-Inter (per i due-tre che non lo sapessero, vinceranno i rossoblù), e il piccolo Mauro preferisce la radiocronaca della partita ai giochi con i cugini. E' la scintilla, a cui segue l'acquisto del quotidiano, operazione imprescindibile e viatico di una passione tutta romana che si manifesta qualche anno dopo, su un rigore con il quale Fabio Capello batte Michelangelo Sulfaro (nome antico, di un'altra Italia) permettendo alla Roma di agguantare la Lazio in un derby. Il passo verso la Curva Sud, con la tessera del mitico Roma Junior Club, è breve. Tifo e passione, fin troppo facile identificarsi con Agostino Di Bartolomei e Francesco totti, così diversi ma anche così uguali nel loro essere capitani coraggiosi.

Romani e romanisti raccontati da chi li ha conosciuti bene, come Bruno Conti e la signora Marisa Di Bartolomei. I campetti di periferia per i primi passi, poi il grande salto. Di Bartolomei che parte dall'oratorio di Tor Marancia e si fa subito notare per quella straordinaria potenza del tiro. La Roma se lo prende nel 1969, cinque anni dopo l'esordio in Serie A, lanciato nella mischia a diciotto anni dal Mago Herrera. Totti riesce addirittura a 'batterlo', muovendo i primi passi tra i grandi ad appena 16 anni, ma anche qui un filo conduttore lo lega a DiBa: lo mette in campo un altro istrione della panchina, un affabulatore che con le sue massime di calcio e di vita incanta tutti, Vujadin Boskov.

Uguali e diversi. Di Bartolomei leader silenzioso, poco incline a buttare al vento parole inutili ma sempre pronto a prendersi le proprie responsabilità. Taciturno ma spiritoso, detentore di una ironia tipicamente romana - ricorda Bruno Conti - tirata fuori sempre al momento opportuno. L'immagine di Padre Pio nel portafoglio insieme a quella della Curva Sud, a testimonianza di come Ago vivesse i tifosi della Roma come una cosa fondamentale. I tempi di Di Bartolomei sono ancora i tempi in cui il calcio riesce ad essere a misura d'uomo, quelli in cui il campione si poteva mescolare con la gente senza sfuggirne all'amore, oggi talmente forte da stritolare. Ago poteva andare in giro tranquillamente senza scatenare resse da idolatria pagana, Francesco questo 'lusso' non se lo può permettere. Nell'era social basta una segnalazione sui suoi spostamenti e in poche battute un migliaio di tifosi arrivano di corsa per un autografo o una stretta di mano. E poi rapporto con il club. Totti icona mediatica, simbolo nella squadra del mondo. Di Bartolomei preda dei tormenti che lo hanno portato al drammatico addio alla vita terrena il 30 maggio 1994, dieci anni dopo la 'notte di Coppa dei Campioni". Il passaggio al Milan era stato il suo primo choc - racconta la moglie Marisa - il secondo era stato quello di non poter tornare alla Roma, magari come allenatore delle giovanili.

Fonte: Repubblica.it

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