Rassegna Stampa

«Cerco progetti, non panchine la mia Samp giovane e audace»

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 10-09-2016 - Ore 06:44

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«Cerco progetti, non panchine la mia Samp giovane e audace»

LA GAZZETTA DELLO SPORT - ELEFANTE - Marco Giampaolo, togliamoci subito il dente: lei soffre della crisi del settimo anno? Nel 2009 si era sentito già l’allenatore della Juve, nel 2016 è sembrato destinato al Milan e poi...

«Ma questo dente mi ha fatto meno male. Il concetto di casting degli allenatori è sinonimo di confusione e non di convinzione, ma sette anni fa ho capito che nel calcio a volte si fanno colloqui tanto per, e dunque ho pensato: il Milan sta chiamando me, come forse altri dieci».

Perché la Samp?

«Perché mi cercò a fine campionato scorso: “Se Montella dovesse andarsene...”. E perché in tempi non sospetti, ben prima, mi ero detto: “Vedo due club per programmare un progetto nuovo: Milan e Samp”».

Però poi si è ritrovato una Samp diversa da quella immaginata.

«E’ vero: c’erano Soriano, Correa, Fernando, Moisander e non ci sono più. Però ci sono giocatori più giovani, di prospettiva».

Praet (22 anni), Krajnc, Skriniar, Fernandes e Linetty (21), Torreira e Schick (20), Pereira (18): Samp troppo giovane?

«C’è anche l’esperienza di chi è rimasto: un nome per tutti Palombo, il mio capitano, una grande scoperta. E poi l’entusiamo dei giovani non appiattisce la gestione della squadra: più spensieratezza, più audacia, meno filtro per i miei messaggi».

Più complicati con tanti stranieri: giocare il suo calcio è anzitutto capirlo, no?

«Se non parli la stessa lingua del tuo allenatore si alza il livello di attenzione: ho verificato che si può arrivare allo stesso risultato e allo stesso obiettivo».

Che sarebbe?

«Tranquillità, valorizzando i giovani. L’anno scorso la Samp ha fatto 40 punti, non 60, e ora si è pure ringiovanita: in partenza il traguardo non può essere altro».

Il tempo: alleato o nemico?

«Anche con la “prima Samp” ne sarebbe servito per far passare il mio messaggio di calcio collettivo».

Ha quattro righe per sintetizzare il concetto.

«E’ un calcio dove tutti devono ragionare in funzione della palla, occupando gli spazi in modo equilibrato e tenendo conto solo in parte di come e dove si spostano gli avversari. Per fare questo tutti devono sapere perfettamente come muoversi: servono conoscenze di gruppo, non individuali. E ovviamente poi servono le qualità individuali per arricchire il contributo collettivo».

E ci spieghi questa: «Allenare è anche organizzare 25 aziende a carattere uninominale».

«Ogni giocatore è un’azienda diversa perché fattura a modo suo, nel senso che tutti vorrebbero giocare. Io sono per la gestione diretta: allenare tutti allo stesso modo vale più che dare pacche sulle spalle qua e là».

Il metodo che aveva scelto anche per allenare Cassano: è vero anche per lui che «si può essere anziani a 20 anni e giovani a 40» (che poi sono 34)?

«L’ho trattato come tutti pur sapendo che va trattato in modo diverso. Era arrivato in ritiro senza un filo di grasso, si è sempre allenato bene, ci eravamo parlati chiaro. Poi la società ha fatto la sua scelta».

Subìta, accettata o avallata?

«E’ passata sopra la mia testa, come le cessioni di cui sopra. Il giorno che farò il manager sarà diverso, ma per farlo in Italia dovrei smettere di fare l’allenatore. La mia regola è chiara: o decido su tutti, o non decido su nessuno. E mi limito ad allenare».

Per questo ha sempre detto: «Con i miei presidenti cerco di parlare il meno possibile». Possibile, con Ferrero?

«Possibilissimo. Se mi chiama, è per chiedermi “Come sta, mister?”: mai entrato nel merito di questioni tecnico-tattiche. Lui ha una visione del calcio più ludica della nostra, tende a sdrammatizzare: questo è un bene».

Il compromesso che non accetterà qui alla Samp?

«Il solito: nessuno dovrà mai dirmi devi far giocare tizio o caio. Tantomeno in riferimento al prezzo del cartellino: non sono i milioni a fare le formazioni».

Perché ancora 4-3-1-2?

«Perché avevo ancora Correa e oggi ho Alvarez e Praet, sono due trequartisti. E perché Muriel “vuole” un’altra punta vicina».

Alvarez come Zielinski, da trequartista a mezzala?

«L’ho pensato. Ma al momento, ahimé, devo dire no: non ha ancora la continuità che serve a una mezzala, è ancora più vicino ad un ruolo offensivo».

Muriel: quest’anno o mai più?

«Ha mezzi che ho visto in pochi attaccanti, sta a lui fare un salto di qualità con se stesso, per sintonizzare la sua vita fuori dal campo con quella sportiva. Arriva un momento, un anno, in cui si matura: spero sia arrivato».

Quagliarella il suo Maccarone?

«Fabio l’ho avuto ad Ascoli, ma nel frattempo ha avuto la fortuna di giocare nella Juve, dove fabbricano “giocatori prototipo” programmati per vincere. Anche Maccarone era con me a 29 anni, a Siena, e l’ho ritrovato a 36, a Empoli: era migliorato. Dunque pure Quagliarella può migliorare ancora».

Perché l’addio a Castan?

«Abitudini difensive diverse rispetto a quelle che alleno io: sente molto più l’uomo che lo spazio. Gli ho detto: “Tu sei venuto per giocare, ma non posso garantirtelo: se puoi andare a giocare, vai”. E’ andato».

Uno su cui scommette?

«Schick, ma deve ancora capire come si giocano le partite: quando si può essere ludici e quando serve essere concreti».

Più rimpianto l’addio a Soriano o il mancato arrivo di Pucciarelli?

«Soriano aveva una clausola e i giocatori controvoglia non si tengono. A Pucciarelli avevo pensato perché non ho una punta che può fare anche l’ala e con lui l’idea poteva essere un 4-3-3 con un “finto 9”».

Quanto le manca uno come Paredes, che affronta domani?

«Io sono innamorato dei giocatori che alleno, non di quelli che non ho più o non ho mai avuto. Come sono innamorato delle squadre che alleno: dal quinto piano mi sarei buttato per l’Empoli, non per Paredes, come oggi mi butterei per la Samp. Dal quinto piano non mi viene da buttarmi per una squadra con cui non ho visceralmente empatia: se è presuntuosa, ha la puzza sotto il naso, va per i fatti suoi. Non mi mancano i giocatori che ho allenato, ma quelli che alleno se non fanno ciò che serve».

Cosa servirà contro la Roma alla capolista Samp?

«Squadra di qualità straordinaria: grande palleggio - non dovremo subirlo - e verticalizzazioni velenose, e non dovremo sbandare sulla loro ricerca della profondità».

In cosa si sente simile a Spalletti?

«Quando non molto tempo fa abbiamo cenato insieme, nel suo agriturismo in Toscana, avevamo la stessa fame: di calcio. Ma in realtà era lui che mi stava facendo vedere come allena la profondità: no, è di un’altra categoria, uno dei più bravi in Europa. Lo conosco da anni, Luciano: grande allenatore, grande gestore, oggi anche un grandissimo comunicatore, vedi Totti. E’ diventato un fuoriclasse».

Fonte: LA GAZZETTA DELLO SPORT-ELEFANTE

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