Rassegna Stampa

Chi comanda in uno spogliatoio

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 18-01-2016 - Ore 13:13

|
Chi comanda in uno spogliatoio

REPUBBLICA - CAROTENUTO - Era quattordicesima, guardate ora dov’è. Ma per capire la rimonta della Juve non bisogna ammirare i gol, non subito, i gol vengono dopo. È fuori dal campo che tutto è cominciato, dentro lo spogliatoio, il luogo dove le verità di una squadra di calcio passano e si manifestano prima che siano visibili a tutti noi sul prato. È la faccia di Buffon che si deve fissare, quella che il portiere mette in primo piano davanti alle telecamere a fine ottobre, dopo la quarta partita persa su dieci contro il Sassuolo. Dice: “Siamo stati indegni, indecorosi. A 38 anni non ho voglia di fare figure da pellegrini. Non dobbiamo noi grandi permettere una cosa simile”.

Noi grandi significa i leader della squadra, noi che deteniamo il potere dentro la stanza in cui gli sguardi estranei non possono arrivare. Lui, il motivatore Bonucci, il filosofo Evra, il silenzioso Barzagli, il duro Lichtsteiner, il ragazzo di casa Marchisio: ogni uomo, un profilo; e tutti insieme l’anima della Juve, la sua cabina di comando, la scatola nera che governa equilibri e umori nascosti. Ogni squadra ne ha una, e se non ce l’ha sprofonda.
Guardate cosa fa Buffon a Reggio Emilia. È decisivo. Rompe il cerchio dell’anarchia dentro un gruppo che in estate aveva perso due figure centrali come Pirlo e Tevez. Fa l’appello dei valori perduti, ricorda ai giovani il senso d’appartenenza, ricuce brandelli di squadra con il filo morale della sua comunità. Lo fa - ed è un dettaglio non da poco - andando in tv in modo irrituale prima che di là passi il suo allenatore Allegri. Disegnando una nuova carta di forze e pesi in campo, la Juve si ritrova. Non è una magia, è una storia vecchia quanto il calcio. Una mappa del potere dentro uno spogliatoio si può scrivere in mille modi. Non sempre il più bravo è anche il più influente. Nel Santos di Pelé comandava un mediano di nome Zito. Totti è l’unico calciatore italiano ad avere un ufficio nella sede del suo club, una stanzetta piena di poster coppe e cimeli, sistemata sullo stesso piano del direttore sportivo Sabatini. Ma dentro lo spogliatoio oggi non esercita quanto potremmo immaginare. Non più. In questo periodo di burrasca, la sua voce in pubblico non c'è. Gli ha dedicato una dose di veleno Burdisso, suo ex compagno di squadra, che in una intervista alla Gazzetta di lui ha detto: “Non è un vero leader, De Rossi è stato troppo buono: non ha voluto scavalcarlo”. Diversi, vicini, mai fino in fondo amici: tuttora De Rossi resta a Trigoria nel nucleo dei capi. Ce l’abbiamo un modo per riconoscerli dall’esterno. Sono quelli che si espongono quando una sconfitta fa rumore, per evitare che le parole dei peones producano più danni. De Rossi è tra questi. Non si nasconde. Come il portiere De Sanctis, scivolato in panchina ma sempre fra i più ascoltati dai compagni: perché un leader può anche giocare poco o mai, eppure restare autorevole agli occhi dei suoi, come Amauri al Torino o Palombo alla Sampdoria. (......). Intorno a Mancini si è dovuto ricreare daccapo un nucleo di potere, partendo dal cileno Medel e dal brasiliano Melo, due che sull’aura da cattivi fondano la metà del loro prestigio. In questa squadra, soltanto un anno fa, negli ultimi minuti contro la Juve i due attaccanti Icardi e Osvaldo – argentini – si stavano mettendo le mani al collo in pubblico per un pallone non passato. “Così non si costruiscono le grandi squadre”, mandò a dire Mancini ai due. Osvaldo non c’è più. Pure dalla Roma era dovuto andar via dopo una lite nello spogliatoio: raccontano che Maicon l’avesse attaccato al muro dopo un gesto di foot-bullismo verso un ragazzino della Primavera. (....) Parve un’esagerazione a noi estranei l’esclusione di De Rossi dalla formazione della Roma, tre anni fa, per un ritardo di cinque minuti a una riunione. Ma chi conosce il linguaggio privato del calcio sa che non esiste affronto maggiore. Filippo Fusco, dirigente, ultimo incarico l’anno scorso al Bologna, relatore ai corsi del centro tecnico di Coverciano, spiega che “un ritardo toglie importanza a ciò che stai facendo e alle persone con cui lo fai. Lealtà, correttezza, senso di appartenenza: queste sono le colonne di una coabitazione ideale. In termini cristiani: non fare a un compagno ciò che non vorresti fosse fatto a te. L’addizione di tanti ego forti può rendere imbattibile una squadra o sfasciarla. Una squadra è fatta di ingranaggi che non si vedono, la mancanza di valori condivisi smantella questa micro-società. Perciò diventano centrali i facilitatori, gli agevolatori degli stati d’animo, un team manager, un direttore sportivo o quelle figure che fungono da custodi dei valori di un ambiente, come massaggiatori e magazzinieri”.

LEGGI L'ARTICOLO INTEGRALE

 

 

Fonte: REPUBBLICA - CAROTENUTO

commentiLascia un commento

Nome:  

Invia commento

chiudi popup Damicom