Rassegna Stampa

Conte cominci ad accettare i ko e non insegua invece sempre alibi

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 03-05-2014 - Ore 10:20

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Conte cominci ad accettare i ko e non insegua invece sempre alibi

La ricerca ossessionata di un alibi sta diventando un ritornello stucchevole dopo le rare sconfitte di Antonio Conte. Dopo Istanbul e dopo il Benfica la colpa è stata sempre di qualcun altro. 

Mai sua o della squadra. Mai di chi ha spremuto troppo i suoi uomini, sfinendoli sul più bello. Mai di chi non ha saputo approfittare della superiorità numerica. Ci sono conferenze post partita in cui Conte assomiglia a Mazzarri per come se la prende con arbitri o avversari. Se gli altri si lamentano sono provinciali, se a lamentarmi sono io, va tutto bene. Eh no. 

Così proprio non ci siamo«Dovevamo cominciare a piangere come loro», è arrivato a dire l’altra sera, non rendendosi conto che il problema contro il Benfica è stato un altro. Nei 90’ di Torino la Juve non è riuscita a fare più di due tiri in porta veri, lasciandosi eliminare da un avversario sulla carta decisamente inferiore, un avversario senza top player o bilanci da favola. Ecco, se per due anni di fila, una squadra come questa arriva in finale di Europa League, contribuendo a lanciare il sorpasso del Portogallo sull’Italia nel ranking Uefa, qualche domanda dobbiamo farcela. C’è ancora chi va in giro a raccontare che nel calcio i bilanci e i soldi sono tutto. Poi ci ritroviamo l’Atletico Madrid in finale di Champions, Benfica e Siviglia in finale di Europa League.

In mancanza di denari le idee possono aiutare. Basterebbe averle. Ma questo più che il caso della Juve è il caso del Milan. Alla Juve il problema è un altro. Per vincere in Europa ci vuole anche una certa abitudine a lottare e giocare ad eurolivelli. La Juve si sta attrezzando, ma evidentemente non è ancora pronta nonostante abbia una rosa che tra le prime otto di Champions non sfigurerebbe. Se, però, quando perdi te la prendi con gli altri, non crescerai mai. Cadi a Istanbul ed è colpa di chi ti ha fatto giocare su quel campo, anche se quella volta alle lamentele unì un’apprezzabile autocritica (la qualificazione persa in casa e a Copenaghen, non qui). Non segni in casa ed è colpa dell’arbitro.

Questo scarica barile non funziona. Non lo meritano i tifosi che hanno applaudito la squadra fino all’ultimo minuto e anche dopo, allo Juventus Stadium. 

Un bel segnale. Anche perché il fallimento europeo non deve cancellare i risultati straordinari che la Juve sta ottenendo in Italia. Tre scudetti di fila sono imprese da squadre vere. Ma se questa Juve ha imparato e bene a vincere in Italia, non guasterebbe imparasse a perdere nelle rare occasioni in cui le capita. Se le lamentele del dopo Istanbul erano comprensibili, quelle dell’altra sera dopo il Benfica sono decisamente fuori luogo e fuori posto. Non si possono accusare gli avversari di alimentare la cultura del sospetto e poi prendersela soltanto con gli arbitri quando si perde. Uscire all’ultima curva prima del rettilineo finale, deragliare proprio sulla pista di casa, fa male. Brucia. Non c’è dubbio. Ma se lo stadio applaude comunque i suoi eroi, se apprezza l’impegno, se non si scaglia contro l’arbitro come invece fa l’allenatore, una riflessione andrebbe fatta. O i provinciali sono sempre e soltanto quelli che la pensano diversamente da noi?

Fonte: gasport (U. Zapellini)

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