Rassegna Stampa

Dal colpo Pjanic al sogno stadio. Quando la Roma scoprì l’America

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 18-08-2014 - Ore 08:20

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Dal colpo Pjanic al sogno stadio. Quando la Roma scoprì l’America

Tre anni esatti, quelli che sono passati dal «closing» del 18 agosto 2011 (con cui la famiglia Sensi vendette la Roma alla newco formata da americani ed UniCredit) ad oggi. Tre anni in cui è cambiato un po’ tutto nell’universo giallorosso, dagli uomini ai progetti (parola prima abusata e poi esorcizzata), passando dalle ferite dilanianti delle prime due stagioni agli entusiasmi attuali, quelli che si alimentano di sogni tricolori. Tre anni in cui James Pallotta è passato da socio di minoranza (si fa per dire) del divertente Thomas DiBenedetto a padrone assoluto della Roma, con il 100% di Neep Roma holding, la controllante (con il 78%) del club giallorosso. 

PASSAGGIO DI CONSEGNE  Tre anni fa dunque, il passaggio di consegne, che arrivò dopo la firma ad aprile dei patti parasociali in quel di Boston. Un passaggio bagnato da DiBenedetto e Cappelli (all’epoca presidente ad interim, in quota UniCredit) a colpi di champagne sull’aereo che la sera li portò a Bratislava, per assistere alla sfida di Europa League con lo Slovan. Visto il risultato (1-0 per gli slovacchi), non un brindisi portafortuna, con Di Benedetto che a fine partita entrò negli spogliatoi ringraziando i giocatori per avergli permesso di «violare» un luogo sacro. Si consolò il giorno dopo con l’arrivo di Erik Lamela, ma l’impressione lasciata nel gruppo non fu certo quella di un comandante (tanto che Totti preferì ricordare il presidente Franco Sensi, scomparso tre anni prima, il 17 agosto 2008). Tutt’altra storia rispetto al tuffo di 5 mesi dopo di Pallotta, che il 9 gennaio 2012 si gettò nelle acque gelate della piscina di Trigoria per convincere i giocatori «che non si deve avere paura di niente».

In quei 5 mesi Pallotta era già uscito allo scoperto, scalzando DiBenedetto e sostituendo i soci deboli (Michael Ruane e Richard D’Amore) con uomini di sua fiducia (tra cui Mark Pannes, da lì a poco a.d.). Una prima spallata ad un consorzio che raccoglieva briciole e delusioni, a cominciare dalla gestione di Luis Enrique, l’hombre vertical che per tutta Roma era più un apprendista che un allenatore. Oggi Lucho guida il Barcellona e forse ha vinto lui. Ce lo dirà il campo, anche se Pallotta strada facendo fu molto chiaro: «Rudi Garcia è il mio primo allenatore, l’unico che ho scelto io. Gli altri due non mi competono». Con tanto di saluti sia a Lucho, sia a Zdenek Zeman. 

BUSINESS, BENATIA & TOTTI  Oggi che ne è a tutti gli effetti il presidente (dal 27 agosto 2012, 23° presidente della storia giallorossa) e socio di maggioranza (insieme alla sua Raptor), Pallotta punta a fare con la Roma quello che ha fatto anche con i Boston Celtics: lì ha riportato l’anello dopo anni, qui adesso vuole a tutti i costi lo scudetto. Senza perdere d’occhio i conti, però, perché «anche il calcio è un business, nessuno qui è incedibile». Già, ed infatti dopo Lamela, Osvaldo, Marquinhos e tanti altri, il prossimo ad andare via sarà Benatia (Manchester United ancora in pole, anche se il marocchino preferirebbe Chelsea o Bayern Monaco). Tutti tranne uno, però, Francesco Totti, «the big one», l’uomo che colora di giallorosso ogni angolo romanista del mondo. Pallotta è uno intelligente e sa che senza di lui non sarebbe più la stessa cosa. In campo (Totti se sta bene vuole provare a giocare oltre i 40 anni, magari arretrando anche nel tempo il suo raggio d’azione), ma anche fuori, dove la gente si nutre di miti, idoli, simboli. Ne sa qualcosa, Pallotta, che per mesi è stato contestato per aver deciso di cambiare il logo ufficiale del club. 

METAMORFOSI DA STADIO  Da quel closing, poi, Pallotta strada facendo ha cambiato un po’ tutto. Della prima campagna acquisti, quella appunto del famoso «progetto», è rimasto il solo Miralem Pjanic. Ma anche nel banco dei manager sono rimasti in pochi, i soli Walter Sabatini e Claudio Fenucci. Il resto è metamorfosi, a cominciare dal direttore generale (da Franco Baldini a Mauro Baldissoni), fino a settori nevralgici della società come la comunicazione ed il marketing. Nei suoi primi passi da presidente Pallotta promise lo scudetto in 5 anni, dovesse arrivarci prima sarebbe un trionfo assoluto. Difficile, invece, fare lo stesso con lo stadio di Tor d Valle («Puntiamo a giocarci già dal 2016-17»), la cui risposta del comune dovrà arrivare entro il 27 agosto. Qualcuno dice che sia solo una speculazione edilizia, qualcun altro il futuro della Roma. Di certo, se Pallotta riuscirà a farlo, allora sì resterà davvero nella storia giallorossa. Altro che closing e bottiglie di champagne … 

Fonte: Gazzetta dello Sport/A.Pugliese

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