Rassegna Stampa

Dentro il derby inferno. Tra i coltelli di Roma: «Mai più di sera»

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 10-04-2013 - Ore 07:33

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Dentro il derby inferno. Tra i coltelli di Roma: «Mai più di sera»

(Gazzetta dello Sport – A.Catapano) Poco meno di settanta coltellate, pardon «puncicate», in sei anni. Quasi 400 Daspo attivi solo nella provincia di Roma, circa il 10% del dato nazionale, 108 emessi per i tifosi laziali, 172 per i romanisti. Una lista lunghissima di derby insanguinati, strade puntualmente invase dalla furia ultrà, quartieri militarizzati, terrore tra gli abitanti. Ponte Milvio passato dai lucchetti di Moccia alle «lame» dei teppisti. E una città, la capitale d’Italia, che deve fare i conti con un problema molto serio di violenza calcistica. «Non se ne può più, è intollerabile», sbotta il Prefetto Giuseppe Pecoraro che prende carta e penna e scrive alla Lega calcio per chiedere: «Mai più il derby di sera».

 

 
Tolleranza zero Già. Il giorno dopo, come da tradizione, autorità e istituzioni sono sbigottite e annunciano provvedimenti restrittivi. Il sindaco Gianni Alemanno cade dalle nuvole: «Sono sconcertato, sembra quasi ci sia una maledizione». Il Prefetto Giuseppe Pecoraro rincara la dose: «I prossimi derby tra Roma e Lazio vengano disputati di pomeriggio per questioni di sicurezza. In passato per due volte avevo fatto anticipare la partita. Poi mi era stato nuovamente chiesto di disputarla di sera, e in effetti lunedì non avevamo segnali di possibili scontri. Ma di fronte a quello che è successo, dico basta. Invito la Lega calcio a fissare le prossime sfide alla luce del sole, altrimenti sarò costretto a prendere provvedimenti ancor più restrittivi (porte chiuse?, ndr). Non è più tollerabile che ad ogni derby nella Capitale debbano puntualmente verificarsi incidenti». E annuncia: «Chiederò di optare per il pomeriggio anche in caso di una finale di Coppa Italia disputata tra Roma e Lazio il prossimo maggio. Comunque la sfida non si disputerà il 26, perché è in concomitanza con le elezioni amministrative della città».

 

 
Caso Lega-Rai Dunque, stando alla volontà del Prefetto, la finale di Coppa Italia non si disputerà il 26 e, in caso di derby tra Roma e Lazio, nemmeno di sera. Eventualità che farebbe perdere alla Lega — che fa già sapere di non accettare il binomio infrasettimanale-pomeridiano — un milione dei 20 garantiti dal contratto con la Rai, ma solo in caso di partita in prime time. «Rispetteremo la decisione del Prefetto — annuncia il direttore di Raisport Eugenio De Paoli —, in ogni caso penso che anticipare l’orario del match al pomeriggio non risolverà il problema. Gli incidenti di lunedì sono avvenuti alla luce del sole».

 

 
Dentro le curve Ha ragione. Qui il Prefetto si difende così: «Giocare di pomeriggio aiuta le forze dell’ordine a organizzarsi meglio. E io devo tutelare poliziotti e cittadini romani». Sacrosanto. Dove Pecoraro rischia di essere smentito è nel passaggio sull’«imprevedibilità» degli incidenti di lunedì. Dagli ambienti investigativi filtra una versione diversa: gli scontri erano praticamente annunciati, gli organizzatori noti alle forze dell’ordine, qualcuno aveva perfino postato l’appuntamento su Facebook. Il motivo? Non solo la «necessità» di vendicare il furto di due bandiere laziali subito all’andata. Fatto assai disonorevole per questi galantuomini, ma comunque insufficiente a spiegare la guerriglia di lunedì. Che è stata, invece, una dimostrazione di forza da sfruttare nelle rispettive curve per ottenere consensi e sovvertire gerarchie: i laziali per dimostrare che gli Irriducibili scesi a patti con Lotito sono diventati troppo morbidi; i romanisti per scalare posizioni e riempire il vuoto di potere che negli ultimi anni si è creato in curva Sud. Anche l’uso dei coltelli, ormai un marchio di fabbrica delle tifoserie romane, va letto in questo senso: è un titolo di merito e una «prova del fuoco» per i più giovani. Come andare in galera, sai che rispetto poi. A questo è arrivato il calcio a Roma. «Non ci dobbiamo rassegnare, non dobbiamo considerarlo un male endemico», dice il sindaco Alemanno. Ma poi concretamente che si fa?

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