Rassegna Stampa

Di Francesco: "L'anno dello scudetto eravamo tutti giocatori importanti"

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 20-11-2016 - Ore 12:01

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Di Francesco:

Eusebio Di Francesco, attuale allenatore del Sassuolo, ma anche ex giocatore dell'ultima Roma vincitrice del campionato di Serie A, ha rilasciato una lunga intervista a Sky Sport. Queste le sue dichiarazioni.

Come furono gli anni romani di un ragazzo di provincia?
"Mi son trovato subito alla grande, non ho trovato nessuna differenza, al di là del contesto diverso. Ricordo il derby, qualcuno diceva che era una partita come le altre, ma aveva ragione chi diceva il contrario. Quando entrammo per fare il riscaldamento sotto la curva mi tremavano le gambe. Trasmetteva emozioni differenti".

Cosa significa essere Francesco Totti a Roma e giocare accanto a lui?
"Giocare accanto a lui fu qualcosa di straordinario. Non per decantare solo le sue qualità, ma era alle prime armi. È stato formato da Zeman dal punto di vista calcistico, lui aveva grande qualità ma poca concretezza, poca verticalità. Sapevo dove poteva mettere la palla e dove potevo andare io, la qualità di un giocatore come lui non è dettata solo dalla sua bravura, ma anche da chi si muove. Chi fa risaltare la qualità di un passaggio è il movimento di un altro compagno, poi lui è come pochi, al di là dei gol ha una qualità di fare assist ai compagni che gli dà gioia e soddisfazione. Si vede".

Sei stato d'accordo con la sua scelta di vivere a Roma tutta la carriera?
"Sono stato contento, mi aspettavo che potesse cambiare ma non l'ha fatto e ne sono felice. Magari ha rinunciato a qualcosa di importante, tutti ci ricordreremo di Totti per quello che è stato, come Maldini, un esempio straordinario".

Sull'amicizia con Montella.
"Io lo portavo in macchina e lui mi portava la borsa, non se lo deve mai scordare (ride, ndr). Un rapporto bellissimo di amicizia che avevamo da adolescenti, ci siamo ritrovati a Roma".

Che compagno era Batistuta?
"All'inizio poteva anche rimanere antipatico, faceva sentire la sua grandissima personalità. Nella sala massaggi arrivò e disse di essere qui per vincere, poi lo fece veramente. In allenamento menava dall'inizio alla fine, poi si scherzava ma era determinato. Tra lui e Capello erano le due figure che hanno dato forza ai successi della Roma".

Com'è passare da Zeman a Capello?
"In ritiro meglio, si correva meno (ride, ndr). A volte racconto che io e Tommasi raccoglievamo le multe dei ritardi, lui arrivò con un minuto di ritardo. Gli dissi che c'era la multa, lui disse che faceva le regole e gli altri dovevano rispettarle".

Con Tommasi siete ancora amici...
"Spesso si sente dire che non bisogna pubblicizzare quello che si fa, ma quando può essere trainante ben venga questo tipo di pubblicità. Abbiamo fatto qualcosa di straordinario aprendo un campo in Kosovo, dove non c'era più sport. Volevamo essere noi a inaugurare il campo, l'abbiamo fatto ed è stata un'esperienza bellissima di vita. Damiano è carismatico, è trainante e come ogni leader era straordinario".

Che gusto ti è rimasto dello scudetto a Roma, nonostante sole 5 presenze?
"Invece mi sono sentito protagonista, vivendo determinati contesti nelle difficoltà i calciatori si appoggiano agli uomini. Ci sono stati diversi uomini fondamentali, io in questo senso mi sono sentito protagonista. Eravamo tutti importanti e mi piace trasmettere questo".

Perché andasti via?
"Per non sentirmi un peso, non avevo grande considerazione da parte del mister ma volevo giocare. Ho fatto questo sport per scendere in campo, per la passione e continuerò a farlo".

Come nasce l'esperienza da team manager della Roma?
"Sono stati convincenti Francesco Totti e Vito Scala. Loro mi hanno convinto insieme a Rosella Sensi. Volevano un uomo di fiducia e di spessore che facesse da tramite con la società".

E Spalletti come visse questo tuo ruolo?
"La prima cosa che mi chiese furono due schemi che facevo con Zeman. Gli dissi che non ero lì per fare l'allenatore, ma era un rapporto schietto e simpatico".

Come mai finì dopo un anno?
"In realtà dopo tre mesi e mezzo, io avevo preso un impegno per un anno ma sentivo che non era il mio ruolo. Era più un ruolo dirigenziale totale che mi sarebbe piaciuto avere, avrei voluto più libertà. Sentendomi chiuso, mi ritengo una persona autonoma e rispettosa, questo mi ha fatto chiudere prima questa esperienza".

Fonte: Sky Sport

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