Rassegna Stampa

Difficoltà a svecchiare e troppi dirigenti nel crollo giallorosso

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 08-06-2013 - Ore 12:00

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Difficoltà a svecchiare e troppi dirigenti nel crollo giallorosso

(Corriere della Sera – L.Valdiserri) - Prima le cose buone che sono state fatte dalla As Roma, perché ce ne sono e perché si fa in fretta a dirle: 

1) l’acquisto di alcuni giovani di prospettiva come Marquinhos, Lamela e Pjanic; 2) le sinergie con colossi internazionali come Nike e Disney; 3) la scelta dell’area su cui costruire il nuovo stadio; 4) un lavoro capillare per riportare le famiglie all’Olimpico, con la riuscita iniziativa del settore per padri (o madri) e figli;5) una politica (perdente, ma non per colpa della Roma) per modernizzare la Lega calcio; 6) l’attenzione al fair- play finanziario, anche se il monte stipendi è ancora troppo alto.

 

Per il resto, come diceva la parabola, pianto e stridore di denti. In due stagioni, quelle della nuova proprietà statunitense: fuori per due volte dalle coppe europee; quattro sconfitte in cinque derby, la più bruciante nella finale di Coppa Italia del 26 maggio scorso; tre allenatori cambiati (Luis Enrique, Zeman, Andreazzoli) e una panchina ancora vuota a un mese dall’inizio del ritiro precampionato; la risoluzione contrattuale di Franco Baldini, che doveva essere la pietra d’angolo su cui fondare il progetto; la crescente sfiducia della tifoseria verso un presidente (James Pallotta) che sta a Boston e ha delegato la gestione quotidiana a un gruppo eterogeneo e ipertrofico di dirigenti; il preoccupante particolare di essere partiti per diventare una squadra di giovane e indiscusso talento e aver visto, invece, che il migliore è e resta Francesco Totti, 37 anni a settembre.

 

Un concetto espresso anche da Marco Calvani, l’allenatore della Virtus Acea Roma di basket: «Totti non durerà, purtroppo, in eterno. Totti è stato il prosieguo di altri giocatori che erano l’identificazione dei tifosi giallorossi. Oggi c’è solo Francesco ed è grave. La società deve preoccuparsi per tempo di dare un ricambio»La storia di Daniele De Rossi, da anni soprannominato Capitan Futuro, in questo senso è eloquente: si avvia verso i 30 e il futuro non è mai diventato presente. Né per colpa di Totti, né per colpa sua. Per il calcio giallorosso, in questa stagione, il basket è diventato un paragone scomodo. La Virtus ha tagliato del 65% il budget del 2008, anno dell’ultima finale. Datome si è ridotto lo stipendio da 250 mila a 150 mila euro, ma ha ottenuto i gradi di capitano dal veterano Tonolli, con una cerimonia di passaggio dei gradi, e Tonolli è rimasto comunque nel roster ed è ancora il «collante» dello spogliatoio. I dirigenti sono stati ridotti all’osso: Nicola Alberani (g.m. e uomomercato), Francesco Carotti (d.s. e responsabile della comunicazione) e una preziosa segretaria (Claudia). Non sarebbe corretto fare un confronto senza tener conto delle specifiche diversità tra i due sport, però è sotto gli occhi di tutti che la As Roma non ha tenuto fede al progetto di partenza, che voleva cambiare il volto del calcio italiano.

 

Poco tempo? Forse. Ma quello che si è avuto a disposizione è stato sprecato inseguendo prima il gioco del Barcellona (Luis Enrique), poi la suggestione del passato (Zeman) e infine una normalità che si è rivelata al ribasso (Andreazzoli). Così anche un’idea molto interessante, come la tournée di Capodanno in Florida, nello splendido centro sportivo della Espn e nei parchi della Disney, è diventata un boomerang. È lì che è esploso il caso Osvaldo e, a ben guardare, è iniziato l’esonero di Zeman.

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