Rassegna Stampa

Divieti di trasferta: vale ancora Schengen?

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 08-02-2016 - Ore 18:20

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Divieti di trasferta: vale ancora Schengen?

IL FATTO QUOTIDIANO - IO GIOCO PULITO - Uno dei principi fondamentali della nostra Unione Europea è senza dubbio il Trattato di Schengen. Accordo grazie al quale abbiamo diritto di circolare liberamente all’interno dei paesi firmatari. Un importante passo avanti per la liberalizzazione del lavoro continentale e la facilità di spostamenti da un Paese all’altro. In molti di noi, infatti, non sono neanche capaci di immaginare controlli, varchi doganali e check-in ai confini, per esempio, con Francia e Austria. Eppure, in Italia, da ormai più di qualche anno accettiamo che questo diritto venga regolarmente violato. In nome della sicurezza, ovviamente. Una ragione con la quale spesso si tende a giustificare la limitazione o l’interdizione anche dai più basilari diritti precostituiti.

L’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive “è un organo di consulenza tecnico-amministrativa  istituito presso il Ministero dell’Interno italiano per l’attuazione delle disposizioni e delle misure organizzative e di prevenzione e contrasto della violenza in occasione di manifestazioni sportive”. Così lo definisce Wikipedia. Esiste dal 1999, al termine di una stagione che vide il suo epilogo con la tragica scomparsa di tre tifosi salernitani di ritorno da Piacenza. Tale organo, che sulla carta non avrebbe alcun potere decisionale, ma soltanto la facoltà di “suggerire” alle autorità cittadine quali misure tenere per la tutela dell’ordine pubblico, è salito alla ribalta delle cronache dal 2007, anno che ha segnato la morte dell’Ispettore di Polizia Filippo Raciti. Da quel momento i “consigli” dell’ONMS sono diventati vere e proprie imposizioni (oltre che la base su cui sono state sempre più inasprite le sanzioni in fatto di stadio), con divieti di trasfertapropugnati a iosa nei confronti di numerose tifoserie (non solo calcistiche) e divieti di vendita dei tagliandi in base alla regione/città di provenienza. Ergo: sulla scorta proprio di quelladiscriminazione territoriale che le istituzioni calcistiche sostengono di combattere, optando per la chiusura di settori in base a un coro “contro”.

I dati forniti sono stati oggetto di indagine da parte del sito asromaultras.org(http://www.asromaultras.org/osservatorionazionale.html) e hanno mostrato incredibili discrepanze nei numeri riportati. Gli stessi, tuttavia, hanno foraggiato l’incredibile campagna proibizionista che da ormai dieci anni ci ha fatto conoscere lo scempio del divieto di trasferta. Interdizioni che, nel primo periodo di applicazione della Tessera del Tifoso (2009), il Ministro degli Interni (Roberto Maroni) aveva dichiarato “eludibili” proprio grazie alla sottoscrizione della stessa. Promesse che si sono poi rivelate vane negli anni successivi, quando diverse partite hanno ricominciato a essere disputate con il settore ospiti chiuso nonostante i tifosi della squadra in trasferta fossero in possesso della card ministeriale.

Basti pensare, facendo un esempio relativo a questa stagione, al divieto posto in essere nei confronti dei tifosi del Verona per la partita di San Siro contro il Milan, dopo i disordini nella precedente sfida di Frosinone. Inoltre, ciò che è emerso col passare degli anni, è che tali decisioni non vengono stabilite tanto in base alla pericolosità della partita, quanto su un principio punitivo di scolastica memoria (che quindi non tende a migliorare il comportamento dei sostenitori, ma solo ed esclusivamente e penalizzarli). I tifosi scaligeri hanno turbato la quiete pubblica in Ciociaria? Allora non andranno in Lombardia. Ma andranno, la settimana dopo, al San Paolo di Napoli. Nella tana del rivale storico. Strano no? Quanto meno poco logico.

A fare da sparring partner all’ONMS, da qualche anno, è sorto anche il Comitato di Analisi e Sicurezza per le Manifestazioni Sportive (CASMS), al quale, negli ultimi anni di operato, il primo rinvia sovente decisioni su incontri che vengono poi puntualmente vietati (non si capisce perché per prendere una decisione ci vogliano due organi pressoché uguali, con buona pace della spesa pubblica). Del resto è sufficiente consultare il sito dell’Osservatorio per appurare come queste decisioni vengano prese. Se consultiamo, ad esempio la determinazione n.4 del 27 gennaio 2016, verremo a conoscenza del divieto di trasferta per i tifosi della Sambenedettese (Serie D) contro il Monticelli. Perché? Presto spiegato: quest’ultimo altro non è che un quartiere di Ascoli Piceno, città storicamente acerrima nemica dei rossoblu. Pertanto, se volessimo leggere la cosa in modo empirico, potremmo dedurre che in Italia non si sa gestire il flusso di qualche migliaia di persone per una semplice partita di quarta serie.

Ma c’è di più, scorgendo le famose determinazioni, negli anni, è stato, ed è, possibile individuaredivieti per partite di Promozione ed Eccellenza, oppure per match di hockey su pista (ne sanno qualcosa i tifosi di Viareggio e Valdagno, tra i più colpiti dalle interdizioni che, in uno sport non certo ricco come il loro, sono veri e propri macigni per società e Lega) e basket (non ultimo, il divieto ai supporter canturini di seguire la propria squadra a Varese, nello storico derby). In merito a quest’ultima disciplina, il Presidente della FIP Gianni Petrucci si dichiarò fortemente contrario ecritico nei confronti dell’ONMS, tanto da ottenere un incontro con relativo attenuamento delle misure restrittive. Come può un Paese che si definisce all’avanguardia e rispettoso di tutte le libertà altrui celare pratiche incoerenti per la lotta alla violenza nelle manifestazioni sportive?

Soprattutto, come si possono giustificare biglietti venduti in base al principio della discriminazione territoriale se poi, di pari passo, si cerca in tutti i modi di avviare campagne per la sensibilizzazione e l’abbattimento di ogni forma di razzismo? E’ una cane che si morde la coda e che, giocoforza, fa tornare indietro il Paese attraverso l’assuefazione a questi metodi medievali di gestire cittadini, prima che tifosi. In uno slancio d’ironia sembrerebbe quasi chel’Italia dei Comuni non sia mai finita. Ed è passata dagli sfottò delle curve (che almeno erano divertenti), alle aule di Questure e Prefetture.

Come poco logiche sono le motivazioni che muovono divieti e limitazioni. In questi anni si è fatto spesso cenno a modelli internazionali, con particolare attenzione a quello inglese. Peccato che i tanti “link” al modus operandi attuato Oltremanica siano a dir poco falsi e tendenziosi. A tal merito, va detto che nel Paese di Sua Maestà non esistono divieti di trasferta, come del resto non esistono in quasi nessuna nazione dell’Europa occidentale. L’esempio maggiore rimangono laGermania o i Paesi Scandinavi, laddove curve colorate, rumorose e, spesso, anche turbolente, hanno preso piede ricalcando quell’organizzazione tipica delle tifoserie italiane. Eppure a nessuno è mai saltato in mente di non mandare i tifosi di Rostock a Dresda o viceversa. Semmai si è capito che occorre fare prevenzione, non spettacolarizzazione mediatica e spesso speculazione politica per guadagnare una manciata di voti. Altrettanto palese è, alle nostre latitudini, la totale mancanza di buon senso e malleabilità mentale delle autorità preposte. Un popolo, una cultura, evolve con la libertà, non con i divieti. Pagando gli eccessi, sia chiaro, ma non giustificando punizioni preventive frutto della totale negligenza e da questioni di comodo.

Diceva Cesare Beccaria“Il proibire una moltitudine di azioni indifferenti non è prevenire i delitti che ne possono nascere, ma egli è un crearne dei nuovi”.

Fonte: iogiocopulito.ilfattoquotidiano.it / S.Meloni

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