Rassegna Stampa

Dolcissimo pallone bentornato a casa

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 12-06-2014 - Ore 09:49

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Dolcissimo pallone bentornato a casa

E’ un mondiale che oggi torna a casa. Nella sua cuccia. Nella sua Itaca tropicale, da Argo. Dopo sessantaquattro anni. Da chi lo sa accarezzare, usare, frequentare. Da un padre adottivo che l’ha sempre considerato un figlio perfetto, anche se aveva una gamba più corta. È pieno di contraddizioni: ritardatario, sgangherato, polemico, rissoso, non più oppiaceo. E per ora solo si intravede. Ma dopo anni di esperimenti è finalmente un calcio con l’indirizzo giusto, che non ha bisogno di sottotitoli, di traduzioni. Basta con i lost in translation. Con l’America, con l’Asia, con l’Africa. Dopo gli esperimenti, dopo le esportazioni in altri continenti, dopo il facciamolo strano, finalmente il mondiale torna tra le braccia di chi lo ha sempre cullato e lo fa normale. Sembra poco, ma non lo è. Bola, pallone, pelota, balon.

Per i brasiliani non ci sono dubbi: la palla è femminile, la chiamano grassottella, rotondetta, bambina, piccolina. Sanno che è capricciosa, che ha le sue velleità, a volte non entra in porta perché ci ripensa e cambia direzione. Altro che garota di Ipanema. Sanno che si offende facilmente: non sopporta che la prendano a calci, né che la picchino per vendetta. Esige dolcezza, baci, vuole essere addormentata sul petto o sul piede, ammette anche il pizzicotto di tacco. Il Brasile con cinque titoli è sempre stato il suo amante perfetto. Si è dato. E ogni volta che s’è distratto l’ha pagato cara. Ma almeno qui sanno che a bola non si tocca con le mani, mentre nel ‘94 in Usa c’era ancora chi ti chiedeva: ma perché prendete a calci la palla e perché non la buttate nel canestro?

Mentre nel 2002 in Corea e in Giappone per farti portare allo stadio in pieno mondiale dovevi scendere dal taxi, mimare un dribbling, e quelli ti accompagnavano in una scuola di taekwondo o di sumo, in Sudafrica invece insistevano che il vero pallone era ovale, tanto che in bantu si dice mboxo, quella cosa che non è rotonda, rubgy appunto. Perfino Pelé a New York poteva attraversare indisturbato nei ristoranti di moda, ma guai a passare davanti alla cucine, perché lì cuochi, sguatteri, camerieri, aiutanti, del cosiddetto terzomondo, correvano ad abbracciarlo.

Lì Pelé era il re delle entrate di servizio. È vero: è un Brasile cambiato, dove il calcio forse non può fare più molte magie. Ma resta un paese, capace di miracoli, nessuno si è dedicato così tanto ai trucchi e al lavoro che c’è dietro. Il Brasile esporta giocatori e allenatori in tutto il mondo, con gli oriundi (5) che presta alle altre nazionali ci si potrebbe fare un Brasile B, ovunque nel pianeta il suo nome è sinonimo di classe e fantasia. Il Brasile non ha inventato il calcio, ma gli ha dato originalità di gioco, di racconto, di (tele) cronaca, una voce, un urlo, una rivoluzione, una democrazia (alla Socrates), una musica che forse non sapeva di avere. Altrimenti Cesar Luis Menotti, ex ct dell’Argentina, non avrebbe mai detto: «Meglio di Pelé forse Gesù, e qualche volta Dio». E O Rei negli Anni Settanta non sarebbe stato più conosciuto della Coca-Cola. Tanto che quando il Santos andò a giocare in Africa e c’era la guerra tra Zaire e Congo, i due paesi per far disputare la partita fecero pace, ma Pelé fu costretto a giocare un incontro a Kinshasa e uno a Brazzaville. Perché nessuno voleva perdere quella benedizione e un capo-tribù, ammirato, gli regalò perfino una moglie: «Prendila, è tua». Il Brasile ha dato a tutti estasi e tormento, saudade, torcida, allegria. È stato capace di essere antico e moderno, umile e presuntuoso, pratico e vanitoso, mai violento. Ha viaggiato in ogni latitudine, ha giocato al caldo e al freddo, come una telenovela che non finiva mai.

Ha riempito giornali e libri, cronaca e letteratura, con le sue fragilità e le sue forze. Non ha mai esaurito la sua materia. Ha sempre funzionato come pietra di paragone, infatti il Portogallo viene definito (e non solo per lingua) un piccolo Brasile. In Italia e in Europa i suoi calciatori hanno fatto storia e dato storie: sportive, sentimentali, sessuali, bizzarre, alcoliste, emotive, trasversali. Da Falcao a Zico, da Ronaldo a Ronaldinho, da Edmundo a Adriano, il calcio non ha salvato tanti campioni dai capitomboli, ma almeno chi veniva e chi viene dalle favelas più o meno rappacificate, dove gli aquiloni non sono un gioco da bambini, ma un modo per avvisare i narcos degli spostamenti della polizia, ha potuto avere gloria e occasioni. Gli stadi non sono finiti, nemmeno gli scioperi, il traffico è una sabbia mobile che inghiotte, tutto è in ritardo, c’è poco che funzioni come dovrebbe. Ma che il Brasile non fosse la Svizzera si sapeva e nemmeno un dio della chirurgia plastica come Pintaguy poteva cambiare faccia al paese. Ma oggi non importa più.

Ora tocca a Neymar che aveva 10 anni quando il Brasile vinse l’ultimo titolo. E in panchina c’era sempre Scolari. «Mi feci il taglio di capelli come Ronaldo e a casa di mia nonna festeggiammo con un churrasco in giardino». Fame e sazietà. Il calcio più bello del mondo.

Fonte: LA REPUBBLICA (E. AUDISIO)

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