Rassegna Stampa

Dzeko: "Ho visto la guerra, non posso aver paura di niente"

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 30-10-2015 - Ore 14:28

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Dzeko:

Un giorno qualcuno, non volendo fargli un complimento, pensò di chiamarlo «kloc», lampione, perché sembrava piantato in mezzo al campo senza troppa utilità. In effetti Edin Dzeko era alto e magro, ma aveva anche tanta luce dentro. Quella sufficiente perché crescendo riuscisse ad illuminare la strada che ha consentito al Wolfsburg di vincere la prima Bundesliga della sua storia e al Manchester City di tornare padrone della Premier dopo 44 anni. Adesso, però, la «cura Dzeko» è arrivata a Roma, dove lo scudetto manca da 14 anni. Se la missione riuscirà, tre quarti del Grande Slam europeo sarebbe in cassaforte. Insomma, domani a San Siro arriverà uno specialista in missioni difficili: l’Inter è avvisata.

A poco più di due mesi dal suo arrivo, si aspettava di vedere la Roma già in testa? 
“Perché no? Sapevo di essere arrivato in una grande squadra, ma la stagione è ancora lunga. Ciò che conta davvero è di essere primi alla fine. Da questo punto di vista la sfida con l’Inter non è ancora decisiva, anche se la partita è importante. Chi vince prenderebbe fiducia e per questo a perdere non ci penso proprio».

Qual è la rivale più pericolosa per lo scudetto? 
“Quest’anno non ci sono favorite. Ci siamo noi, l’Inter, il Napoli, la Fiorentina e anche la Juve. È sempre una grande squadra e si riprenderà”. 


L’argentino però segna a raffica, mentre lei al momento è fermo a quota uno. 
“Non sono contento, per me il gol è importante, ma non mi sento oppresso. La squadra conta di più. Penso che chiunque preferirebbe vedere la Roma vincere e Dzeko restare a un solo gol. Ma i gol arriveranno. E in ogni caso non mi fisso traguardi, non lo faccio mai. Ho sempre segnato e sono sicuro che segnerò anche qui, ma non voglio mettermi una pressione da solo”. 


Domani chi toglierebbe ai nerazzurri? 
“Va bene se ne tolgo un paio? Jovetic, perché è un grande giocatore, e Icardi. Stevan è un fenomeno, sono felice che stia bene e gli auguro il meglio, ma a partire dalla partita successiva”.

 
La Bosnia per lei significa anche guerra. 
“A me come a tanti bambini hanno rubato l’infanzia. È stato il periodo più brutto della mia vita. A Sarajevo vivevamo in 15 in 37 metri quadrati. Ci svegliavamo a volte senza avere quasi nulla per fare colazione. Mio padre era al fronte e tutti i giorni, quando suonavano le sirene, avevo paura di morire. Andavamo nei rifugi senza sapere mai quanto tempo dovevamo restarci. Certe esperienze rendono più forti e fanno apprezzare la vita nei momenti giusti. Quando hai avuto paura per la tua vita e quella dei tuoi familiari, i problemi del calcio sono niente al confronto. Non ho segnato? Fa niente, segnerò alla prossima partita. Le cose importanti sono altre”. 

Fonte: Gazzetta.it- Massimo Cecchini

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