Rassegna Stampa

Fair Play finanziario "made in Italy", ecco come funziona

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 25-08-2016 - Ore 12:59

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Fair Play finanziario

Con l’avvio della stagione 2016/17, di fatto, entrerà in vigore il Financial fair play made in Italy, ovvero il set di norme contabili che la Figc ha reintrodotto lo scorso anno per evitare nuovi casi Parma. A metà degli anni Duemila, per venire incontro alle difficoltà finanziarie di molti club, anche di prima fascia, furono alleggeriti (e di molto) i criteri per l’iscrizione alla Serie A. In pratica, fino al default del Parma, era sufficiente dimostrare di aver pagato regolarmente gli stipendi e le ritenute Irpef fino al 31 marzo della stagione precedente. Ecco perché molti club si concentravano su questi pagamenti, lasciando indietro tutti gli altri e vedendo crescere il proprio livello di indebitamento.  

In cosa consiste il fair play finanziario tricolore? Innanzitutto le società per partecipare al massimo campionato tricolore dovranno aver pagato gli stipendi e i contributi fino alla mensilità di maggio (inclusi i cosiddetti incentivi all’esodo), oltre ad aver saldato i debiti da calciomercato verso società estere (incluse le indennità di formazione).

I club dovranno poi dimostrare di poter far fronte a tutti gli impegni finanziari che avranno durante l’anno. Questo criterio, denominato “indicatore di liquidità”, è calcolato attraverso il rapporto tra le attività correnti (i soldi depositati sui conti correnti) e le passività correnti (i debiti con scadenza entro i 12 mesi). In caso di squilibrio si dovrà colmare il buco.  Questo rapporto dovrà essere pari a 0,5 per la stagione 2016/17 (poi salirà allo 0,6). Il mancato rispetto della misura minima stabilita per l’indicatore di liquidità comporterà il blocco del calciomercato, salvo che il club ripiani la carenza finanziaria.

La Figc ha creato due indicatori correttivi. Nel caso in cui, ad esempio, ci fosse uno squilibrio dell’indicatore di liquidità di 30 milioni, si andranno a valutare altri due parametri: un indicatore di indebitamento e il costo della rosa. Se il club dimostrerà, conti alla mano, di rispettare un certo rapporto (pari a 1,75 per la prossima stagione, a 1,5 per quella successiva) tra i debiti totali e il fatturato (la media triennale dei ricavi) allora avrà uno sconto di un 1/3 sull’importo da ripianare. E un ulteriore sconto di un terzo la società potrà ottenerlo se rispetterà un “indicatore di costo del lavoro allargato”, vale a dire di ingaggi più ammortamenti.

In particolare, il costo della rosa allargato non dovrà superare l’85% dei ricavi (sempre sulla media triennale, incluse le plusvalenze) nella stagione 2016/17 (e l’80% nelle stagioni seguenti). A livello Uefa si conteggiano solo gli stipendi e non gli ammortamenti e gli ingaggi non devono superare il 70% del fatturato. In definitiva, un club che non fosse in linea con l’indicatore di liquidità (nell’esempio, per 30 milioni), ma dovesse rispettare gli altri due, dovrebbe ricapitalizzare per soli 10 milioni.

I bilanci dei club sono stati valutati già all’inizio della stagione 2015/16 dalla Covisoc anche se non erano  previste sanzioni e il risultato dell’esame  non è stato ufficializzato. Il presidente della Figc Carlo Tavecchio, tuttavia, ha raccontato più volte che le società già in linea si contavano sulle dita di una mano. Se gli scostamenti si protrarranno nella stagione 2016/17, come detto, scatterà il blocco del calciomercato (salva l’integrazione del capitale) e in caso di ulteriore inadempienza ci sarà il divieto di iscrizione al torneo 2017/18. La Figc ha dunque scelto un approccio graduale che dovrà tuttavia portare tutti i club tricolori a raggiungere il pareggio di bilancio nella stagione 2018/19.

A gennaio 2016 inoltre la Figc ha anche introdotto parametri sul risultato d’esercizio. La valutazione sarà fatta sulle tre annualità precedenti rispetto al campionato di Serie A al quale ci si vuole iscrivere..  A differenza del Fair play finanziario Uefa che fa riferimento a una cifra assoluta di perdita ammissibile (ora 30 milioni), la Figc tollererà una “deviazione” pari al 25% della media del fatturato dei tre esercizi. Qualora il deficit sia superiore a questa soglia, la differenza dovrà essere integralmente coperta dalla proprietà con apporti di capitale.

Nelle situazioni più gravi, quando il deficit complessivo eccederà il 50% della media del fatturato triennale, la Covisoc potrà disporre anche il divieto di tesseramento di nuovi calciatori per due sessioni di calciomercato a decorrere dalla stagione 2019/2020. Per agevolare i club si prevede una norma transitoria in base alla quale per ottenere la Licenza di Serie A 2018/2019, il periodo di rilevazione comprenderà gli esercizi chiusi nel 2017 e nel 2016 e nel caso in cui il bilancio 2016 presenti un deficit lo stesso peserà sul conteggio finale solo per il 50%.

L’aver definito un criterio percentuale per valutare le perdite ammissibili rispetto al fatturato e non un  valore assoluto con in ambito Uefa garantisce senza dubbio maggiore elasticità, ma alla lunga potrebbe favorire i club con un giro d’affari elevato che possono “permettersi” perdite assoluti più consistenti degli altri. Ma è anche vero che i club più ricchi sono in genere tenuti a rispettare anche i parametri Uefa per poter partecipare alle Coppe e dunque questo vantaggio appare più sfumato.

Fonte: goal.com

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