Rassegna Stampa

Federer: “Io, Totti e Rossi incarniamo i nostri sport. Totti vuole continuare? Ne ha il diritto e io faccio il tifo per lui”

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 11-04-2016 - Ore 08:00

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Federer: “Io, Totti e Rossi incarniamo i nostri sport. Totti vuole continuare? Ne ha il diritto e io faccio il tifo per lui”

CORRIRERE DELLA SERA - PICCARDI – Il ristorante dei giocatori è una suburra chic di bocche piene, mascelle ruminanti, stomaci da riempire. C’è Rafa Nadal, alle prese con un quarto di bue. C’è quel che resta di Boris Becker, azzoppato da quindici anni di professionismo. C’è Milos Raonic, la più affilata delle giovani pistole, due metri di figliolo che saziare con un piatto di fusilli al salmone auguri. E poi c’è lui, il Tennis. In tuta nera, avambraccio peloso e barba lunga della domenica Roger Federer emana il fascino di una creatura unica nel suo genere anche senza racchetta in pugno. Preceduto dalla sua stessa leggenda, è ieratico quando suona banale, definitivo se indeciso, carismatico pur al rientro da uno stop forzato, per lui una rarità: «Sono arrugginito, a Montecarlo non mi aspetto granché. Ma ho voglia di ributtarmi nella mischia». Prima dell’avvento del ginnasta Djokovic, uno che mastica il tennis come fosse chewing-gum, nessuno dubitava che i 17 Slam dello svizzero potessero essere eguagliati. Roger ha 35 anni (8 agosto), non gioca dall’Australian Open perché nel preparare i bagnetto alle figlie si è rotto il menisco come il ragioniere del circolo, tre su cinque non batte il serbo da Wimbledon 2012 («Ma l’anno scorso, due volte, ho vinto io»), non a caso il suo ultimo Major. Gioca ancora: è un dignitosissimo e nobile numero 3 del ranking. Eppure ne parliamo con cordoglio, già rimpiangendone l’enorme presenza; mentre si scusa per il ritardo (con lo stile con cui deposita sulla riga una demi-volée), su di lui si posano occhi invidiosi e occhiate concupiscenti di uomini (che sognano una stilla del suo talento) e donne (che vorrebbero essere al posto di Mirka). Federer, immensamente superiore a tutto, è molto meno alieno di come ce lo racconta il suo ufficio marketing, continua a essere Federer, quell’esperienza religiosa che un giorno, al capolinea, renderà impossibile qualsiasi altro atto di fede. Sorride: «Dieci anni fa avevo un unico desiderio: essere ancora competitivo a 34 anni. Ed eccomi qui».

 

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