Rassegna Stampa

Florenzi a rovescio: l’irresistibile potere dell’immaginazione

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 14-01-2014 - Ore 09:11

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Florenzi a rovescio: l’irresistibile potere dell’immaginazione

Alle dieci della sera nel bar di un albergo alle pendici del Machu Picchu esplode la rovesciata di Florenzi. Il barista la guarda e riguarda nel replay con la stessa espressione che noi occidentali abbiamo riservato per tutto il giorno alle costruzioni inca. Il concetto è il medesimo: «E questa roba qui come è venuta fuori?». Le guide stanno lì a spiegare la geometria, l’astronomia, la fede. Alla fine ammettono: «Per il novanta per cento non ne sappiamo e non ne abbiamo capito niente. Che cosa avessero nella testa per osare tanto, riuscendoci, secoli e secoli fa resta un mistero ».

Anche il gesto di Florenzi ha traiettorie geometriche, afflati di fede e mira alle stelle. E pure nel suo caso dobbiamo concludere che ciò che aveva in testa quando ha deciso di sdraiarsi sul nulla e da lì calciare resterà inspiegabile. E’ un mondo alla rovescia: dritto chi sgarra. A Florenzi arriva una palla sporca, in una posizione defilata. Se già di per sé la rovesciata richiede una scommessa con il destino, da lì si gioca contro un banco sprezzante che dà la quota 10 a 1. Ci sono due attimi straordinari in quel gesto atletico. L’ordine cronologico è diverso da quello di rilevanza. Il primo attimo è quello della decisione: invece di aspettare che la palla tocchi terra per cercare di domarla, andarla a incontrare in cielo. E’ una scelta a rischio, che presuppone qualche precedente, in partita o in allenamento. Il calciatore che toppa la prima rovesciata non se ne concede più. Cadere avendo mancato l’impatto o avendo ottenuto, invece della bomba, uno starnuto, espone a un ridicolo non ripetibile. Florenzi aveva già segnato così, ma in serie B.

Che conta? A Roma è l’anno dei mezzi miracoli, il profeta Garcia gli ha ordinato di osare. Se Zeman ha il merito di averlo lanciato in prima squadra, Garcia gli fa servire messa nella sua chiesa al centro del villaggio. Lo ha spostato in avanti, inventandogli un ruolo che può fargli perdere la nazionale oggi e conquistare molto di più domani. Florenzi è diventato una cosa che si cerca, nel calcio come nella vita: l’imprevedibile. Fa molti movimenti opportuni (rientra, si accentra, cambia fascia con Gervinho) e qualcuno che esce dal catalogo. Per questo può far saltare il banco e portarsi via la posta decuplicata. E per questo decide di andare all’appuntamento in aria mentre Roma- Genoa è sullo 0 a 0. Qui arriva il secondo attimo, quello più importante, eppure capace di sfuggire a ogni considerazione. La decisione va bene, ma poi, quando sei lì sospeso, con il difensore che si ripara la faccia e la palla a pochi centimetri, c’è, dev’esserci per forza, il momento in cui pensi: «Che ci faccio qui? Non potevo starmene al posto mio? E adesso che figura rimedio?».

Perché sì, al sovrano Pachacuti può essere venuta la bellissima idea di costruire un tempio dedicato al sole con pietre di ottanta tonnellate giustapposte alla perfezione e una porta che inquadri ciascun solstizio, ma poi com’è che si tira su questa baracca? Con ventimila uomini al lavoro per cinquant’anni? Hai detto niente. Il Florenzi rovesciato deve fare più o meno questo, e da solo: trovare l’angolazione perfetta con cui proiettare la palla in diagonale, a tutta velocità, facendola passare tra palo e portiere. Se nell’attimo in cui sta sdraiato sul nulla si facesse davvero delle domande non ci riuscirebbe mai. Edificare un tempio di pietra perfetto quando nessuno ha ancora inventato l’architettura e la geologia è impossibile. Ma se le cose non esistono ancora non ne hai bisogno: non le stai sfidando, semplicemente fai senza.

Così Florenzi: non è perduto in un calcolo, né nel desiderio di imitare qualcuno più grande di lui. È, in quell’attimo, semplicemente libero. Libero di fare una cosa irresistibile: immaginare. Non governa il tran tran, non mette giù la palla, non fa il furbetto, non simula un fallo da rigore. Immagina: che esistano delle possibilità negate a noi stessi per abitudine o viltà, che solo i grandi possano scrivere un grande romanzo ma a tutti possa uscire una grande pagina, che (questo lo ha letto in un libro) mai ti si concede un desiderio senza che ti si conceda, insieme, il potere di realizzarlo. Quando giocava in B, Florenzi deve aver immaginato di poter arrivare in A. Quando lo ha preso la Roma, di diventare titolare. Se due cose immaginate son diventate realtà, può farlo anche questa terza cosa qua: segnare il gol che riesce una volta nella vita. Poi immaginare che non sia finita lì e che dopo un tempio impossibile se ne possa costruire un altro. E un altro ancora.

Fonte: La Repubblica - romagnoli

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