Rassegna Stampa

GARCIA: "Lo scudetto? Non dipende da noi"

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 28-02-2014 - Ore 21:40

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GARCIA:

Rudi Garcia in una lunga intervista al "Magazine Francese" Le Foot Mondial con stralci di quanto rivelato nella sua autobiografia... Si parla di Roma, di famiglia e non solo...

Sul rapporto con il padre.

Il rapporto con mio padre è qualcosa di personale. Era un modello per me, un esempio. Lo è stato sempre e ancor di più da quando lui non c’è più. Voglio essere all’altezza di ciò che lui si aspettava da me, almeno negli intenti. Farlo sapere è stato importante, è un modo per rendergli omaggio rispetto a tutto ciò che mi ha dato nel corso della mia vita.

E’ stato difficile confidarsi?

Non proprio. Non mi piace parlare in pubblico. Quando ho parlato con Denis (Chaumier ndr), è come se stessi parlando con un amico. E’ più facile parlare con un amico. Spiega perché nel libro le mie sensazioni siano così profonde.

Era questo il momento giusto per raccontare i dettagli della sua gestione?

Non so se era il momento giusto. Dall’anno dopo il titolo – quando finimmo terzi – abbiamo iniziato a lavorare al progetto con Denis. Non ho fatto calcoli. Sarebbe stata una sciocchezza non procedere così. O facevo il libro dicendo quello che sentivo nel mio profondo, o non lo facevo. Questo avviene più facilmente se si ha fiducia nella persona. Nei rapporti con i giornalisti, quando non si è sulla difensiva, c’è sempre questa possibilità di dimenarsi quando sei con un professionista che conosce bene le cose. Si sa anche che non è per dire ‘tutto è bello tutto è rosa’, ma che sarebbe abbastanza intelligente riportare fedelmente le affermazioni. È sicuramente questo rapporto molto forte con Denis che mi ha permesso di liberarmi tanto.

Alla lettura del libro e delle allusioni alla DTN o a Francia ‘98, scopriamo il ritratto di un marginale, è il messaggio che desiderava far passare?

Non nello specifico. È giusto per segnalare che anche senza avere un passato da giocatore internazionale, si può arrivare. Ma non è proprio solo del calcio, ma della vita in generale. Il messaggio che io ho voluto far passare è che quando si è appassionati e si dà tutto per la propria passione, si può arrivare e raggiungere delle belle soddisfazioni.

Contrariamente alle sue abitudini, ha dato qualche numero. Ma rimane in silenzio su i suoi stipendi a Lille o a Roma. Perché?

Quando ho smesso la mia carriera nei primi anni ’90, circa 20 anni fa, ho accusato il colpo. Ho allenato l’AS Corbeil-Essones , ho lavorato con Canal+ come consulente , sono tornato sulle rive dell’università di Orsay, per guadagnare solo il salario minimo con tutto questo. All’epoca, non ero più infelice di adesso. Soltanto lo scrivere mi ha permesso di essere trasparente: posso dire che non ho guadagnato più a Lille che a Le Mans, e a Le Mans non più di Dijon. Il salto l’ho fatto poco a poco, perché ho avuto dei risultati con il Lille e sono arrivato in un gran club europeo.

Come ha recuperato le foto che vediamo nel libro?

Vengono dall’album personale, ma soprattutto da quello di mia madre.

Perché scrivere il libro oggi?

Il progetto è nato da più o meno due anni. Abbiamo deciso di farlo con Denis Chaumier. Mi ha convinto a fare una pausa che non rimpiango affatto e che mi è servita. Sono uno che non vive nè proiettandosi nel futuro nè guardando al passato. Ciò che mi è successo nella vita da uomo mi è servito per immagazzinare esperienze, ma sono uno del presente io.

Totti ha parlato di lei come dell’allenatore del futuro. Ricordiamo che il LOSC è stato una delle piú belle squadre in termini di gioco negli ultimi 5 anni. Lei è un rivoluzionario?

No, non mi sento un rivoluzionario. È stato un bel complimento da parte di Francesco perchè è importante avere un’opinione positiva da parte dei propri giocatori. Li convince che il progetto e l’identità di gioco possono spingerci a ottenere dei risultati e a provare delle soddisfazioni, è sempre ciò che cerca un allenatore. Ho sempre avuto questa convinzione che un calcio collettivo, d’attacco, fosse molto più gratificante per i giocatori. Loro partecipano più facilmente a questo genere di progetto di gioco, dove sanno che avranno la palla, produrranno calcio di qualità, in grado di fornire opportunità per segnare dei gol. Non è niente di rivoluzionario, ma penso che se i miei giocatori hanno piacere a stare in campo, lo trasmettono automaticamente ai tifosi. Ed è vero ancor più vero oggi in un momento in difficile per tutti e in particolare in Francia e in Italia. Vedo che ci sono famiglie che stanno tagliando i loro bilanci per venire allo stadio. E’ importante farli divertire, e questa emozione collettiva che può essere avvertita quando la propria squadra vince consente di vedere un piccolo pezzo di cielo blu nel grigiore della vita di ogni giorno.

Il suo personaggio si è costruito nel corso degli anni, mano a mano si è indurito. E’ quello che vuole far questo passare?

Ho sempre avuto un carattere forte, tra virgolette, perché mio padre è sempre stato molto severo con me, soprattutto perché ero uno dei suoi giocatori nelle categorie giovanili. Sono sempre stato il più piccolo del gruppo, sia in aula, dove ero un anno in anticipo, sia nel calcio, dove ho sempre giocato con le categorie superiori. Quando si è più piccoli bisogna fare la propria strada. Il carattere l’ho sempre avuto. Mi piace che le cose vadano bene, mi piacciono i rapporti sani. Il carattere non è cambiato, ma forse io sono un po’ meno ingenuo rispetto al passato.

I primi mesi a Roma hanno fatto cambiare il suo approccio da allenatore?

Non credo. Ho trovato un ambiente terribile quando sono arrivato qui, molte auto della polizia, giocatori insultati, una disaffezione dei nostro tifosi che posso capire. Ma una piccola frangia di pseudo-tifosi è andato oltre il rispetto dei giocatori. Non potevo banalizzarla. Come un padre di famiglia, quando viene attaccata la sua famiglia, egli deve essere la prima linea di difesa. Ovunque sono andato, ho sempre difeso i giocatori, il che non mi impedisce di dire quello che penso quando siamo tra di noi. Tra le quattro mura del mio ufficio o quelle dello spogliatoio. Internamente, tutto si può dire. Quando sono giustificate le critiche devono essere avanzate, ma quando sono gratuite mi trovano di traverso. No, questi mesi non mi hanno cambiato. Sono stato felice di vedere come un gruppo di giocatori paurosi, intimiditi e scossi psicologicamente sia stato in grado di ricostruire grazie al piacere di allenarsi e andare in campo. Io penso che la fiducia nella vita e nel proprio lavoro siano fondamentali per dare il meglio di se stessi. E’ un piacere lavorare con questo gruppo. Ho trovato similitudini con il gruppo che ho incontrato a Lille e con cui abbiamo vissuto tanti bei momenti.

Come è stare di fronte a una leggenda come Francesco Totti?

E’ molto semplice. Prima di venire qui, giù sapevo dove sarei arrivato: il club della capitale, uno dei principali club italiani con un giocatore icona, anzi persino due con Daniele De Rossi, anche se Francesco ha vissuto più cose. Con l’esperienza e gli anni, si impara a essere molto più se stessi e più completi, ho quindi deciso di applicare il fair play con Francesco. Quando si ha la possibilità di avere una simile risorsa… anche se ha 37 anni, è molto facile vincere qualcosa con una leggenda come Francesco. Penso, inoltre, che i più grandi giocatori, tra cui Francesco, siano quelli capaci di giocare il più semplicemente possibile. Sono anche i più umili, e non approfittano della loro notorietà. Lui non voleva un trattamento speciale, vuole che si parli chiaro, che si dica quello che si pensa. In sette mesi si è creata una vera sintonia tra me e lui, una simbiosi. Con Francesco è sufficiente uno sguardo e sappiamo che pensiamo la stessa cosa. Parliamo la stessa lingua, abbiamo la stessa passione e la stessa voglia di vincere.

Come vedi il tuo futuro?

Sinceramente non so cosa mi riserverà il futuro. Non so dove sarò domani. Quello che voglio è stare alla Roma e vincere trofei qui, questo è il progetto del club. I proprietari americani vogliono farci diventare vincenti non solo in Italia ma anche sulla scena europea. Dio sa che ci vorrà tempo e che sarà difficile. Questo è un progetto ambizioso e finché sarà così sarò felice di essere qui. Si sa che un allenatore non può decidere la sua longevità in un club. Non si dovrebbe mai dire mai. Tornerò ad allenare in Francia entro la fine della mia carriera? Non ne ho idea. Per adesso sono così calato in questa avventura italiana, nell’apprendimento della lingua, nella scoperta del calcio italiano e dello stile di vita italiano, che non ho pensato neanche per un attimo ad un ritorno in Francia o a ciò che accade nel campionato francese o nel calcio francese in generale. Poi ovviamente sono contento che i blues vadano in Brasile, so che il PSG è primo in classifica, che il Monaco lo insegue e che il Lille sta facendo un buon campionato. E devo dire che mi piace. Non è possibile passare cinque anni al Lille con due vittorie importanti senza che questo lasci delle tracce. Il primo risultato che guardo il fine settimana è quello del Lille, ogni volta sperando che vinca.

Dagli aneddoti che ha raccontato (la firma tardiva sul contratto, il sistema delle “buste”), notiamo che l’Italia riserva sorprese. C’è stato altro?

Una cosa negativa è il degrado degli stadi. La Juventus ha costruito il suo Juventus Stadium, ma francamente… la prima giornata di campionato, a Livorno, non c’era il tabellone con il risultato: è una cosa che non avevo mai visto. A proposito degli stadi, ho un aneddoto. Si puó dire che mi perseguita un po’ nelle mie differenti esperienze, perché ogni volta che arrivo in un club c’è una pista d’atletica e un progetto di stadio in costruzione (ride,ndr). È abbastanza divertente. A Roma ho di nuovo una pista allo stadio Olimpico e di nuovo un progetto, sul quale gli americani hanno tra l’altro hanno fatto molti progressi. Mancano due stagioni e mezzo. Ma gli stadi sono abbastanza vecchi. Stanno rivalutando le leggi per permettere ai club di diventare proprietari dei loro impianti. Questo è un passo obbligato per i club italiani, altrimenti diventa complicato.

Come si trova con il clima della vita italiana?

Io sono abbastanza rustico, molto casalingo. Ho la fortuna di avere dei vicini che sono romani. Mi hanno fatto quindi scoprire la città sotto un altro aspetto, oltre a quello turistico che conoscevo grazie a un weekend fatto tre anni fa. La Roma dei romani, è la Roma delle viuzze tortuose. Questa è una città fantastica. Parigi è una città splendida, ma Roma ha anche questo lato magico. Soprattutto abbiamo la possibilità di avere un clima molto mite qui. E ‘una vera soddisfazione. Per contro, bisogna arrivare all’ultimo momento al cinema e al ristorante. Per ora, c’è una passione positiva che anima i tifosi, è bello. Ma va anche detto che, a volte, è eccessivo, come ho sperimentato all’inizio della stagione, può essere eccessivo nella direzione opposta. A me piace la misura, e a volte manca un po’ qui.

Come si stacca dal calcio?

Infatti, ho imparato a farlo. A Digione, durante la mia prima esperienza come allenatore e direttore generale, ho capito che lavorare h24 non ha solo vantaggi. E, soprattutto, si può perdere la freschezza e la lucidità nel prendere decisioni efficaci. Bisogna avere il tempo di recuperare, fare qualcosa di diverso, staccare tutto e non pensare più al calcio. In breve, avere una vita parallela. A Lille, mi è servito perché ho contato tra i miei amici Guy Marseguerra che è direttore del teatro, quindi ho potuto vedere molti concerti e spettacoli teatrali . Anche se non era spesso e non per molto, comunque mi ha permesso di rilassarmi un po’. Bisogna imparare come fare per tornar freschi e pronti per la propria professione.

E’ riuscito a parlare con i tecnici della serie A?

Un po’, solo un po’. Anche in Italia, come da noi in Francia, c’è na riunione con i capitani, gli allenatori e gli arbitri. Il giorno della partita è complicato: a parte i complimenti di rito che si fanno prima della partita, come esige la correttezza, dopo la partita indipendentemente dal risultato, non è così scontato confrontarsi con gli allenatori. Anche con Rafa Benitez, che ho affrontato tre volte in poco tempo, gli scambi sono stati brevi. Tuttavia, ho grande rispetto per gli allenatori, gli italiani per primi, perché ve ne sono di eccellenti, e per gli stranieri. Ce ne sono pochi qui in Italia. Oltre Rafa Benitez, c’è Sinisa Mihajlovic della Sampdoria. Ma purtroppo c’è troppo poco tempo per parlarsi. Dovremmo trovare il tempo per vederci a inizio settimana, ma è complicato con i calendari, tra quelli che giocano la Champions ecc.

Ha stappato le due bottiglie di Romanée-Conti offerte da James Pallotta?

Una la stessa sera. E posso già dirvi che è un vino incredibile! L’altro è in cantina in attesa di aprirla alla fine della stagione, mi auguro, per festeggiare la qualificazione in una coppa europea.

E lo scudetto?

E, non dipende da noi. La Juve sta facendo un percorso che può portarla a più di 100 punti alla fine della stagione, quindi… L’obiettivo è quello di continuare a vincere, e perché no, se la Juve rallenta fare ogni sforzo per raggiungerla. Per ora, il nostro cammino è eccellente, ma non ci ah ancora permesso di vincere qualcosa.

Fonte: LE FOOT MONDIAL

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