Rassegna Stampa

Garcia: «Questo non è calcio»

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 22-11-2015 - Ore 07:56

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Garcia: «Questo non è calcio»

IL TEMPO-MENGHI- Niente alibi, s’era detto. Garcia non si aspettava, però, di dover aggiungere alla paura per il «terrorismo cieco» e ai titolari infortunati anche un campo annacquato. Più una piscina che un terreno di gioco. Al Dall’Ara far rotolare il pallone è stata un’impresa e, se Donadoni si è concentrato sui successivi errori arbitrali, l’allenatore francese rimprovera a Rocchi il peccato originale: l’aver fatto giocare la gara in quelle condizioni. «È stata una parodia del calcio, non una partita. Si faceva a chi spingeva meglio la palla in avanti. Era come una lotteria: poteva uscire una vittoria, una sconfitta o un pareggio e alla fine è uscito un 2-2. Scusatemi, non posso parlare di calcio perché non c’è stato calcio stasera. È stata pallanuoto con i piedi e l’unica cosa positiva è che non ci sono stati infortunati. Arrivederci», la rabbia di Garcia è tutta racchiusa in queste poche frasi rilasciate a fine match, poi ha spento il microfono e se ne è andato.

Un gesto «estremo» per non dare voce ad una polemica che così è apparsa ancor più lampante. Il direttore generale Baldissoni aveva fatto capire che la Roma avrebbe preferito non giocare i 90 minuti contro il Bologna già nel pre-gara: «Speriamo di fare una partita vera e non di tamburello. Non dobbiamo mettere in pericolo i giocatori, tra poco farò un altro test».

Nel sopralluogo effettuato dall’arbitro il pallone ancora rimbalzava su alcune parti di campo, ma col passare dei minuti sotto una pioggia incessante la situazione è ovviamente peggiorata. Rocchi ha scelto di continuare e non ha nemmeno chiesto una pausa per testare il rimbalzo a match iniziato. Nel secondo tempo le condizioni sono diventate impraticabili, le fasce sembravano un percorso a ostacoli dove gli ostacoli erano le pozze d’acqua e il fango e solo la parte centrale del terreno era percorribile. «Anche sull’1-2 poteva fermare la gara», ha sentenziato Garcia, che ha scaricato tutte le responsabilità sull’arbitro: «Come me lo spiego che si sia giocato? Non chiedetelo a me, vi ho detto la mia posizione». In poche e dure parole. Un momento di dolcezza lo ha riservato al ricordo delle vittime di Parigi: «Cantare la Marsigliese è stata un’emozione forte, forse l’unica cosa che mi è piaciuta di questa sera. Ringrazio il calcio italiano per l’idea che ha avuto di far suonare l’inno francese prima di ogni partita. È un messaggio da mandare sul fatto che siamo tutti uniti. Ora dobbiamo vivere normalmente ed è l’unica risposta da dare».

Scendere in campo per dire ai terroristi che hanno attaccato (anche) il calcio, ma non hanno privato l’uomo delle sue fonti di piacere, di cui lo sport fa parte. Certo Garcia non s’immaginava di dover mandare un segnale così forte a chi sta provando a destabilizzare la normalità giocando su un campo ridotto in acquitrino. L’allenatore ha boicottato le consuete interviste dopo aver spiegato il perché della rabbia, nascosta sotto il cappuccio a bordo campo e tanto evidente a volto scoperto, ed è stata una linea decisa dalla società, che ha anche scelto di mandare solamente Maicon davanti alle telecamere. Il senso di ingiustizia è reso ancora più grande dall’imminente sfida del Camp Nou: lì sì che ci sarà da evitare la vera e propria imbarcata.

Fonte: IL TEMPO-MENGHI

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