Rassegna Stampa

George Best

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 16-11-2015 - Ore 08:00

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George Best
REPUBBLICA - AUDISIO - Iniziò e finì. Fu bello e breve, come tutte le cose tenere.
Con una finta ubriacò tutti, anche se stesso. Ma non seppe smarcarsi dalla vita. Sconfinò, dribblò anche la sua epoca, mai stato regolare. Senza di lui Beckham, Messi, Ronaldo non avrebbero fatto affari. Capelli lunghi, basette folte, occhi azzurri. I pugni stretti intorno ai polsini della maglia rossa portata fuori dai calzoncini, calzettoni alla caviglia. Yesterday. Sono dieci anni che George Best non c’è più (25 novembre 2005). Un brasiliano travestito da irlandese. Pallone d’oro nel ‘68, il suo anno migliore, quello che cambiò i costumi del secolo. Vinse la Coppa Campioni con il Manchester United, primo titolo per una squadra inglese. Spaccone, sfacciato, ambidestro, ma soprattutto timido. Per cinque anni dal ‘66 al ’70, the best, il migliore: 474 presenze, 181 gol tra il ‘63 e il ’74. Una pop star, la prima del calcio. Fama, gloria, fan. Il quinto Beatle, appunto. Faccia da Carnaby Street, vestiti da Swinging London. Lì in un ristorante fu avvicinato da un uomo con zazzera e zigomi prominenti che fece un profondo inchino e gli disse: lei è un vero genio. Era Rudolf Nureyev.
Best era nato povero, in Irlanda del nord, a Cregagh estate, zona est di Belfast. Come diceva lui: «I soldi non erano un problema, nessuno li aveva». Un bel libro (“George Best, l’immortale” di Duncan Hamilton, 66thand2nd), ricorda l’uomo che scambiò gli avversari per fili d’erba e che bruciò le sue ali per essere all’altezza di se stesso. George aveva una sola religione, il calcio. Diceva: «Nessuno mi ha insegnato come si gioca ». Il Manchester United gli aveva mandato il biglietto per il traghetto, sulla corsa notturna dell’Ulster Prince. Ma George soffriva di nostalgia e se ne ritornò a casa. Il padre scrisse la lettera di scuse, Best la firmò e la inviò. E ritornò a Manchester. Matt Busby, “lo scozzese di ferro”, coach leggendario della squadra, restò impressionato dal piccoletto coi capelli neri. E lo mise a pensione dalla signora Fullaway, ad Aycliffe Avenue. Era mingherlino: 1.60 per 47 chili, braccia e gambe come canne di bambù. Secco come un chiodo.
Quando esordì, a 17 anni, fece un tunnel al terzino che lo marcava e che aveva due mazze al posto dei piedi. Quello (Graham Williams) lo colpì alla caviglia sinistra. Maurice Setters, compagno di George, lo rimproverò: «Sei bravo a prendertela con i ragazzini». E l’altro: «Questo non gioca come un ragazzino ». Dickie, suo padre, operaio ai cantieri navali, aveva paura: «Era solo un cucciolo, pensavo che lo avrebbero ammazzato». Un ragazzo tra uomini. Ma lui si firmava Garrincha George. «Gioco come mi sento». E non si sentiva quasi mai come gli altri.
A un anno e sedici giorni dall’esordio era già Best of the rest. Segnava anche scalzo: linee curve e incrociate, diagonali e ghirigori. Sei gol in una partita,sei donne in camera. Due fegati, una sola esistenza. Vissuta pericolosamente. La sua carriera vera, prima di emigrare negli Stati Uniti, durò sei stagioni. Poco, tutto velocissimo, il tempo di un rock’ n’ roll. La Coppa dei Campioni a 22 anni, vinta per 4-1 (con un suo gol) contro il Benfica di Eusebio a Wembley: palla presa a metà campo, tenuta incollata al piede, avversari scartati a uno a uno, ingresso in area, sguardo dritto negli occhi del portiere, ultima finta, fermo sulla linea di porta, saluto ai fans, tocco e rete. Non è un caso che gli piacessero Zorro e Oscar Wilde. Poteva giocare fino a svenire. Rabbiosamente competitivo, ma insicuro. Quando vinse il Pallone d’oro su Bobby Charlton uscì e si ubriacò. Ne fece sei al Northampton: il primo gol al 27’ e l’ultimo all’87’. Six of the Best, titolarono i giornali. Nessuno ricorda quando cercò nella bottiglia il sollievo. Si era sbronzato per la prima volta nell’estate del ‘64. Due pinte di birra che lo avevano fatto vomitare. Un anno dopo passò al vokda lemon. «Bevevo troppo per lunghi periodi e mi deprimevo con facilità». Una dozzina di drink a sera. La barba diventò più folta. Tante anche le donne. Poca la sua forma: saltava allenamenti, sempre più confuso, senza brividi. E Busby, che gli faceva anche da padre, non poteva capirlo, perché apparteneva alla generazione degli stoici, a quella sopravvissuta al disastro aereo di Monaco: non ti lamentavi, ti davi da fare, ti rimettevi in sesto. Ma Best ne era incapace: non reggeva la pressione, spaventato dal suo talento. Il calcio inglese allora non sapeva tutelare i suoi figli: non c’erano programmi per alcolisti, per chi guadagnava troppi soldi, più di 100 mila sterline nel ’68, per chi cambiava Jaguar e Rolls come fossero camicie, per chi aveva tanto credendosi in fondo poco. George passò il 26esimo compleanno a Marbella: teneva in allenamento solo il braccio con cui beveva. Il suo pallore diventò grigio malsano. Nel ’74 il Manchester United rescisse il contratto. Best a 28 anni era fuori, a 35 nell’85 ammise finalmente che aveva un problema. Forse perché nel ’78 era morta sua madre, Ann, alcolista anche lei. Best si sposò due volte, divorziò, continuò a giocare dove non contava. E a fare battute: «Dicono che sono uscito con sette Miss mondo, ma erano solo quattro, alle altre ho dato buca ». La cifra esatta erano due.
Quando in America a una cena Pelé brindò a Best come al più grande giocatore del mondo, lui cominciò a bere e non si fermò per 12 giorni. Tendeva a sabotarsi, all’autodistruzione. Come se sentisse il bisogno di rimproverarsi per le cose belle che il talento gli aveva concesso. Andò in terapia, ma inutilmente. Nell’83 fu condannato a 3 mesi di prigione per guida in stato di ebbrezza e aggressione a un poliziotto. Non volle giocare a pallone con la divisa della squadra del carcere. Nei 56 giorni passati in cella, gli venne restituita la libertà con un mese di anticipo, lesse 44 libri e perse sette chili. «Non mi sentivo così in forma da un’eternità». L’astinenza durò 10 giorni.
Nell’aprile 2000 andò in ospedale per un’insufficienza epatica. Vomitava e sputava sangue. Il suo organo funzionava al 20 per cento. Due anni e mezzo dopo subì un trapianto di fegato, l’operazione durò 10 ore, ebbe bisogno di 20 litri di sangue di trasfusione. Senza quel trapianto sarebbe morto nel giro di tre mesi, ma rovinò anche il fegato nuovo. Sapeva di aver fatto molte stupidaggini. Per questo verso la fine accettò di farsi fotografare sul letto di ospedale: sfinito, giallognolo, attaccato ai tubi, ematomi rossi e neri, un catetere sul collo. Un relitto umano: da 75 era sceso a 45 chili: «Non morite come me». Una polmonite e la setticemia lo fecero fuori a 59 anni. Ma riuscì a donare le cornee, quelle che avevano visto l’infinito in una selva invalicabile. Era sempre stato piccolo davanti ai problemi dell’esistenza, ma nel calcio era un gigante. Chi aveva giocato contro di lui sapeva riconoscere la sua unicità. Bobby Moore al West Ham disse che si teneva più lontano da Best che da chiunque altro. Ron Harris al Chelsea confessò che Best era the best. Emlyn Hughes al Liverpool: «Ci ha levato la pelle». E Bill Shankly, che non faceva mai complimenti agli avversari, aggiunse: «Ragazzi, avete appena visto un genio all’opera». Perfino a Sir Alf Ramsey scappò un rimpianto: «Magari avessi Best». A 35 anni, quando era già un alcolizzato che entrava e usciva dalla riabilitazione, segnò un gol per il San Jose Earthquakes contro il Fort Lauderdale, bevendosi tutti gli avversari. Leggerezza, finte, fantasia. Ken Fogarty, ultimo difensore, ammise: «Mi ha fatto sembrare un pinguino ubriaco su uno skateboard». Si sciupò, sprecò se stesso e le occasioni, ma non l’umanità: giocò 93 partite per beneficenza. E quando vide per strada Abert Johanneson, del Leeds, malmesso e strafatto, lui che a fine ‘64 era stato il primo giocatore di colore a scendere in campo in una finale di FA Cup, lo portò in un albergo di lusso dove i camerieri rifiutarono di servire uno che assomigliava a un barbone. Ma Best nell’altro, oramai alla deriva, riconobbe la terribile disperazione che aveva visto anche nel suo volto.
Il messaggio scritto con un pennarello nero sulla bandiera dell’Ulster il giorno del suo funerale, prima del lamento di una cornamusa in kilt, rimise a posto il mondo: «Maradona good. Pelé better. George Best». L’aeroporto di Belfast porta il suo nome. È l’unico dedicato a un calciatore. Let it be. George sapeva come volare.

Fonte: REPUBBLICA - AUDISIO

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