Rassegna Stampa

Giocatore universale, lo trovavi ovunque. Amatissimo, ma quella notte col Liverpool…

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 29-03-2014 - Ore 09:37

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Giocatore universale, lo trovavi ovunque. Amatissimo, ma quella notte col Liverpool…

Ottavo re di Roma, o anche «Divino». Lo chiamavano così. Ma in entrambi i casi Paulo Roberto Falcao lo è stato per un tempo brevissi­mo. Qualcosa di molto lontano, tanto per inten­derci, dalla sopraggiunta immortalità pluriven­tennale di Totti, che di Roma oggi non è più sol­tanto il re, ma anche l’imperatore e il Papa  (Francesco).

Falcao ha consumato tutto in quei suoi quattro fantastici anni, o meglio ancora ne­gli ultimi due, quello dello scudetto 1982­-83 e quello immediatamente successivo, della finale di Coppa dei Campioni, allora si chiamava così, all’Olimpico contro il leggendario Liverpool di Dalglish, Souness e Rush.

 Persa ai rigori, col gran rifiuto del «Divino» di tirarne uno, mentre Conti e Graziani stremati sbagliavano dal di­schetto.

Fu la notte in cui Falcao, complici certi cattivi consigli del suo avvocato che di nome fa­ceva Cristoforo Colombo, perse in un colpo solo lo spogliatoio, l’amicizia di Dino Viola, la città.

Un ginocchio malridotto e ulteriori beghe legali accelerarono l’epilogo l’anno successivo, il quin­to. Quattro partite. La Roma con lui non ne per­se nemmeno una ma poi finì settima e in un campionato a sedici squadre.

Prima di Natale era già tutto finito. Poi, la rescissione con Viola che vinse una causa epocale risparmiando un sacco di quattrini.

Il  meno  brasiliano  dei  brasiliani.

Eppure, chi c’era e se lo ricorda bene, scevro da sentimenta­lismi di bandiera, Falcao può descriverlo solo  così: un fenomeno.

Il meno brasiliano dei brasi­liani.

Un giocatore totale, universale come si di­ceva a quei tempi con ancora negli occhi e nella mente l’effetto Olanda di Johan Cruijff di dieci anni prima. Centrocampista, difensore e attac­cante Falcao era l’uomo del salvataggio sulla linea di porta e dell’ultimo passaggio per i gol di Roberto Pruzzo.

25 ottobre 1981, Ro­ma-­Fiorentina 2-­0, il suo assist con un acro­batico colpo di tacco per il colpo di testa del «bomber» può essere ancora oggi cliccato su Youtube.

Chi se lo è perso, corra a rime­diare. Falcao maratoneta dalla corsa leg­gera e dai piedi buonissimi, lo trovavi ovunque, a far reparto in ogni angolo del campo, con quel numero 5 che era un marchio di fabbrica.

Un giocatore di una modernità assoluta, all’ombra del quale compagni appena «normali» hanno vis­suto stagioni da protagonisti.

Per credere, scor­rere la rosa dei quattordici titolari (altri tempi!) della Roma campione d’Italia 1983: accanto a mostri sacri come Conti, Ancelotti, Vierchowod e Pruzzo, potrete trovarci Maldera, Iorio, Chie­ rico, Nappi, Valigi…

Tempi in cui la corsa era un optional, e l’indimenticato Ago Di Bartolomei e Prohaska venivano soprannominati «lenti a con­tatto».

Con Falcao a dirigere l’orchestra era un costante andare oltre.

La cosa curiosa è che Fal­cao fu un ripiego.

A Roma nell’estate dell’80 do­veva arrivare il ben più celebre Zico, che poi finì a Udine tre anni dopo. Scetticismo e disincanto tutto romano accompagnarono così l’esordio di Falcao, brasiliano anomalo e ai più sconosciuto.

Per capirlo, e per comprendere che colpo di fortuna era capitato alla Roma, l’Olimpico giallorosso ci impiegò qualche settimana. Ma in panchina… Tutto ti saresti potuto aspettare da uno così, ma non che non sarebbe stato capace di sfondare come allenatore.

Proprio lui, che in campo dirigeva il traffico consentendo a Liedholm pomeriggi di tutto riposo in panchina. Ci ha provato, ma non ha funzionato. Questione di chimica, più che di testa. La stessa che regalò all’ottavo re di Roma l’opportunità di restare tale in eterno. Ma che non fu sfruttata.

Fonte: Gasport (R. Palombo)

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