Rassegna Stampa

“Giocavo a hockey ora per il mio Bologna sogno un calcio nuovo”

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 15-06-2015 - Ore 08:05

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“Giocavo a hockey ora per il mio Bologna sogno un calcio nuovo”

LA REPUBBLICA – AUDISIO - Saputo e il campionato dei proprietari stranieri “Un colpo alla Pirlo? No,preferisco i giovani” - E’ il terzo straniero ad investire sul calcio italiano più importante. Dopo Pallotta ( Roma) e Thohir (Inter), prima di mr. Bee (Milan). Ma è il primo a parlare la lingua e ad essersi guadagnato la promozione in A. Joey Saputo, 51 anni, imprenditore canadese di Montreal, settore latticini, immobi-liare e trasporti, ha salvato il Bologna dal fallimento e l’ha riportato tra le grandi. Senza fare proclami, con soldi veri (40 milioni già spesi) e l’aria dell’eroe per caso. Appartiene alla sesta famiglia più ricca del Canada. Sposato, quattro figli, non ha mai giocato a pallone, viaggia con aereo personale. Non l’avesse già usata il pubblicitario Seguela per Mitterand verrebbe da dire: la forza tranquilla.

Lei ha chiesto di incontrare i dipendenti del Bologna.

«Sì. Volevo conoscere la gente che ci lavorava. Squadra a parte. Sapere cosa pensavano delle loro mansioni, dell’ambiente, e di come si poteva migliorarlo ».

Anche il settore lavanderia.

«Si sono presentate due signore. Mi hanno detto: la lavatrice ha un problema, non funziona più bene, e allora tante maglie le laviamo a mano. Ho pensato: siamo nel 2015 e c’è ancora chi fa il bucato della squadra sciacquando i panni?» C’era bisogno venisse uno dal Canada per una lavatrice?

«Mio padre, Emanuele, siciliano di Montelepre, mi ha insegnato che in un’azienda la prima cosa che conta è il capitale umano. Quando avevamo mille dipendenti e non i tredicimila attuali, papà li conosceva tutti. Il Bologna era una società molto in sofferenza, ma c’erano margini per risalire, o almeno per provarci. Io nella crisi ho visto un’opportunità».

Lei è nato nel ’64, anno dell’ultimo scudetto del Bologna.

«Voglio essere chiaro e onesto. Papà è siciliano, mamma veneta, mia moglie ha origini calabresi. Io ho giocato a hockey su ghiaccio, non a pallone. E non tifavo Bologna, anche perché in Canada ho una squadra, il Montreal Impact, che partecipa all’Mls, alla lega americana di calcio. Non mi ha mosso la nostalgia per il grande passato, per Bulgarelli e le vecchie partite, ma la voglia di scoprire se ci poteva essere più futuro. Per me lo sport è intrattenimento. E va trattato seriamente, in maniera cool».

Le sembrano cool gli scandali, le scommesse, la violenza?

«No. Ma sono l’ultimo arrivato, non mi permetto di dire: ora vi faccio vedere io. Però se tratti la gente da animale non meravigliarti se ti morde. Il contenitore conta: è sostanza per la forma. Solidità e funzionalità fanno il resto. Andrea Agnelli mi ha detto: non posso cambiare il calcio da solo. Ha ragione. La Juve si è dotata di uno stadio moderno. Ma gli altri? Io stesso in Canada ne ho costruito uno. I grandi calciatori stranieri non vengono più in Italia. Perché dovrebbero, stipendio a parte, se la casa dove si esibiscono è sciatta, malridotta, senza spettatori? Non serve una squadra forte in una Lega debole. In America quando noi proprietari ci incontriamo è per vedere di raggiungere un bene comune. Non cambieremo il calcio con i proclami, ma lavorando tutti insieme, facendo sistema, migliorando il prodotto. E passando dalla responsabilità collettiva a quella individuale. Si punisca chi commette violenza. Le leggi ci sono. Costruiamo stadi moderni, ospitali, con parcheggi, e bella atmosfera. Ambiente diverso, calcio diverso».

Quindi riformerà quello di Bologna.

«Sì. Serve un rifacimento: per i primi interventi al Dall’Ara la data è settembre. Per la ristrutturazione generale entro due mesi avremo una prima valutazione dei costi. Credo attorno ai 4-5 milioni. Un anno per il progetto definitivo. Restyling, hospitality, curve, ampliamento parcheggio, copertura dello stadio. Anche il centro di Casteldebole va riammodernato, vorrei spazio per le giovanili e le donne. Una stessa casa per tutto il Bologna. È così che si costruisce il senso di appartenenza. Io sono grato di ricambiare questa città che mi ha accolto bene, ma a tutti dico: pazienza. Siamo ritornati in A, con molta fortuna, ora dobbia- mo lavorare per restarci. E a proposito: la nostra terza maglia la sceglieranno gli abbonati ».

Che modello ha in testa: Udinese o Fiorentina?

«Noi in America dividiamo tra società che vendono i loro pezzi più pregiati e chi anche acquista con un progetto. Per ora scelgo di stare a metà strada. Ma rafforzare il settore giovanile mi interessa molto».

Nel ‘97 a Bologna arrivò Baggio, a fine carriera. Ora c’è Pirlo libero.

«Non voglio mettere bocca nel mercato. Ognuno nella società ha i suoi ruoli. Ma confesso che siamo un po’ indietro perché l’arrivo in A è stato soffertissimo e incerto fino all’ultimo. Quale calcio mi piace? Non ho un’idea precisa. O forse sì, ho ammirato il Carpi che ci ha bastonati 3 a 0. Hanno corso dall’inizio alla fine, lottando su ogni pallone. Non ho nemmeno un calciatore preferito, ma evito attaccanti e portieri. Mi piace chi sta a centrocampo e costruisce gioco».

A proposito di Carpi e Frosinone.

«Conosco la polemica. Ma il risultato del campo va sempre rispettato. Il problema non è se arrivano in A città con scarso bacino d’utenza, ma se c’è una legge che imponga loro un impianto decente, una struttura moderna».

Risponde su Pirlo?

«Non serve urlare: compro questo o quello. Sono per gli investimenti a lungo termine. Pirlo è un grandissimo. Ma tra la polvere di stelle e un giovane campione con futuro scarto l’immenso passato. Piuttosto mi piacerebbe un po’ più di flessibilità nel sistema prestiti: perché a parità di trasferimento un giocatore può rifiutare? E meno barriere nella vendita biglietti, perché non si possono diversificare le offerte? Il marketing è importante, a suo modo gioca anche lui. Per questo vorremmo un solo sponsor sulle nostre maglie».

Sua moglie è gelosa delle sue trasferte in Italia?

«Carmie è solidale, anche se a volte fa finta di protestare: ma cosa ci vai a fare? Il calcio ci ha fatti innamorare. L’ho conosciuta a Pasadena, luglio ‘94, finale mondiale Italia- Brasile, siamo rientrati insieme in aereo. Due miei figli tifano Milan. Tornerò qui con la mia famiglia, andremo all’Expo e poi in vacanza a Milano Marittima. Ma la mia base resta il Canada».

Lei è chairman, carica insolita, Tacopina presidente.

«L’unico che decide sono io. Solo io posso firmare, con l’ad Claudio Fenucci. Tacopina è stato importante, mi ha coinvolto nella cordata, ero uno dei soci, quando ho capito che gli altri non avevano capitali, mi sono assunto tutta la responsabilità economica. È buffo: non volevo comprare il Bologna, solo trovare una sponda per i miei giocatori del Montreal, pensavo che potessero trasferirsi qui a imparare. Invece ci sono venuto io. E a questo punto le decisioni spettano solo a me».

Giuri che non se la prenderà con gli arbitri.

«Prometto. Anche perché per un’azienda è controproducente. Ho chiesto ai nostri tifosi di applaudire l’Avellino, che ci aveva appena battuti. Voglio un mondo di avversari, non di nemici».

“Sul mercato non metto bocca: ma siamo un po’ indietro. La promozione è stata soffertissima”

 

Fonte: LA REPUBBLICA – AUDISIO

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