Rassegna Stampa

“Grande opera”. “Che fretta” Il Pd romano si spacca anche sul tempio giallorosso

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 05-09-2014 - Ore 09:42

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“Grande opera”. “Che fretta” Il Pd romano si spacca anche sul tempio giallorosso

Li raccontano sconcertati, increduli, a un certo punto persino convinti che si trattasse di uno scherzo. Quando, nell’infinito tira e molla sulla costruzione dello stadio, agli emissari di James Pallotta è stato suggerito di incontrare l’ennesimo esponente del Pd («perché sapete, il partito di maggioranza ha molte anime… e anche questa conta»), gli “americani” non riuscivano a capacitarsi. Persuasi che la trattativa sulla più grande opera pubblica finanziata da un privato che Roma abbia mai avuto si potesse (e dovesse) esaurire nel confronto con il sindaco e l’amministrazione comunale. Dall’altra parte dell’oceano sono abituati così: lì i ruoli sono chiari, i capi pure.

E in genere a decidere, al netto di polemiche e dibattiti, è uno solo. Invece in riva al Tevere Mark Pannes e Mauro Baldissoni, rispettivamente responsabile del progetto e direttore generale della A.S. Roma, sono stati costretti a parlare con una schiera di politici, a vari livelli. E praticamente tutti del Pd. Una maratona di sorrisi e strette di mano che racconta come meglio non si potrebbe la lotta tra bande che da oltre un anno agita i dem locali per la conquista della supremazia nel partito e dentro la città. Scatenata, anche, dalla presenza in Campidoglio di Ignazio Marino: uno che, a differenza di Veltroni e di Rutelli (leader politici prima che sindaci), è da sempre poco incline alle triangolazioni tra amministrazione, maggioranza e cosiddetti poteri forti che nella capitale si contendono business e capacità di influenzare tutti i processi decisionali.

Un’estraneità che ha scatenato il protagonismo di chi pensa o spera — dall’ex capogruppo Umberto Marroni alla renziana Lorenza Bonaccorsi, con il prudentissimo Enrico Gasbarra alla finestra — di potersi giocare il match della vita: diventare il principale interlocutore dei grandi interessi organizzati senza i quali, da queste parti, nulla si muove. E quale miglior occasione se non il mega investimento da 1,2 miliardi, tutti nel mattone, che ha riacceso la rivalità tra due dei maggiori costruttori romani? Con Luca Parnasi deciso a realizzare lo stadio a ogni costo, anche accettando tutte le condizioni di Marino. E Francesco Gaetano Caltagirone determinato, all’opposto, a non farglielo fare o, in subordine, a entrare nella partita con la forza d’urto dei suoi soldi e dei suoi giornali. Uno scontro in cui i vari esponenti del Pd, consiglieri comunali e parlamentari, hanno recitato da teste di legno, semplici comprimari indaffarati a tirare ora per l’uno ora per l’altro, nel tentativo di accreditarsi. Impegnati per tutta l’estate in una gara di dichiarazioni e interviste: ora per blandire, ora per bastonare. Con buona pace dell’unità del partito, finito nel frattempo in pezzi. Si son fatte sentire anche ieri, le bande: nell’ora dell’epilogo.

Restituendo la foto di un Pd mai d’accordo su nulla. Neanche quando (o forse proprio per questo) si disegnano i grandi progetti per la città. A dar fuoco alle polveri, il solito Marroni. Che all’esito della faticosa intesa raggiunta nella notte tuona: «Si sono fatti passi avanti ma non ancora sufficienti a garantire l’interesse pubblico dell’operazione». E chi se ne importa se sopra c’è il sigillo del Pd, il suo partito, che appena cinque giorni prima aveva partorito (lui assente deliberato) la linea poi recepita nella delibera di giunta. Troppo pure per il cauto segretario dem Lionello Cosentino. Che subito sbotta: «L’opinione di Marroni è legittima, ma non rappresenta la scelta del Pd di Roma, assunta in una riunione a cui hanno partecipato anche i parlamentari, i consiglieri regionali e comunali». Lui parla a titolo personale, insomma. Ma a smentire l’isolamento dell’ex capogruppo, ecco arrivare la solitamente silente consigliera capitolina Daniela Tiburzi, area popolare, vicina a Gasbarra, che a tempo scaduto lancia un assist a Caltagirone: «Il nuovo stadio dovrebbe sorgere a Tor Vergata, la sede della Città dello Sport, il luogo che Calatrava aveva indicato come “sito deputato” ad accogliere una struttura capiente e altamente funzionale alle esigenze non solo dei tifosi, ma dell’intera città». Chi è il costruttore lei non lo dice. Ma è superfluo. Tutti lo sanno: dentro e fuori il Pd.

Fonte: LA REPUBBLICA (G. VITALE)

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