Rassegna Stampa

I fumogeni in quel derby bomba

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 07-01-2014 - Ore 09:08

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I fumogeni in quel derby bomba

A quanto pare se in quella sera di marzo non abbiamo vissuto tutti un dramma che sarebbe entrato di peso nella storia italiana al pari della strage di Piazza Fontana o di quella della stazione di Bologna lo dobbiamo a qualche circuito elettrico che al momento opportuno non ha voluto saperne di attivarsi. Provo a ritornare con la memoria a quelle ore ma non ricordo nessun segnale premonitore, nessuna atmosfera particolare.

Mi torna in mente invece, chiarissimo, il senso di fastidio, e poi di vera e propria rabbia, per la cappa creata dai fumogeni. Dalla Curva Sud, dopo quasi dieci minuti dall’ingresso in campo delle squadre non si riusciva assolutamente a distinguere il campo, avvolto da una nebbia impenetrabile. Beppe Signori sbucò dal nulla, come un malanno fuori stagione (mi scuserà il buon Beppe, ma ai tempi in cui indossava la maglietta biancoceleste non ho mai avuto grande simpatia per lui…) e noi potemmo solo vedere la palla scuotere la rete.

Tonino Cagnucci, animo di poeta, mi ha imposto di scrivere che la SUD quella sera continuò a cantare sempre, devo essere sincero, quello che è rimasto impresso al sottoscritto, furono i cori degli amabili tifosi bianco-celesti subito dopo la rete: «Serie B – Serie B». Mi sembra, però, che dopo quell’azione da pianura padana, da Cassino dei mesi invernali, la Lazio non passò più la metà campo.

Le cronache che sono andato a rileggere parlano del raddoppio sfiorato da Boksic, ma giuro, l’ho completamente rimosso. Se chiudo gli occhi invece, riesco ancora a sentire sulla pelle la smorfia di disapprovazione che ebbi quando vidi Gascoigne che piangeva portato fuori a braccia … non riesco a ricostruire fino in fondo però, se la disapprovazione fosse per “Gazza” e il suo comportamento non proprio gladiatorio o per il suo sostituto Fabrizio Di Mauro, che non era molto popolare in quei mesi tra i tifosi della Roma.

Maledetta partita, maledetto il derby, una gara che ho sempre odiato, non riuscivo ad accettare che la Roma potesse perdere una gara con la Lazio, non tanto per motivazioni tecniche, quanto per una questione ideale. La Roma è nata come la squadra del popolo, anzi come la squadra di un popolo in cerca di riscatto …. è nata assumendosi la responsabilità di portare la responsabilità di una storia millenaria. La Lazio è sempre stata la squadra di una elite, dei cultori del mito greco: “Ma si può perdere contro questi?”.

Balbo, ad un certo punto colpì il palo, diventai paonazzo, ma persi letteralmente il lume della ragione solo quando Mazzone, in apertura di ripresa, tolse dal campo “ruspa” Piacentini per inserire Totti. Francesco, esilino, aveva una maglia che era il doppio di lui. “Ecco – urlai – adesso mette dentro i ragazzini, siamo alla follia … legatelo, portatelooooo via”. Ancora una volta avevo partorito una delle mie brillanti valutazioni tecniche. Mi accorsi quasi subito però che ad essere portato via di peso dovevo essere io e non Mazzone, visto che il ragazzino, spostato sulla fascia era incontenibile, saltava sistematicamente Negro e Bergodi, con una facilità quasi imbarazzante. A venti minuti dal termine, lo spunto sulla destra di Totti è irresistibile, Negro superato nel football si dà al rugby e abbatte Francesco in area di rigore, neanche aspettiamo il fischio di Luci che la Sud esplode: “E mo, chi batte?”.

Sul pallone si presenta Peppe Giannini, reduce da due settimane d’inferno. Il suo rapporto con la Società è ormai logoro, ma segnare quella rete può rappresentare la più grande delle rivincite verso chi non ha avuto fiducia in lui. A fianco a me, qualcuno urla tremendamente prendendosela con Marchigiani, reo di continuare a masticare gomma. “A ciancicone….” il resto della frase è irripetibile, ma anche a me, non so più perché, sembrò giusto odiare la gomma di Marchegiani … ebbi ancora il tempo di ripensare per un attimo a tutti i gol che “Peppe” gli aveva rifilato dal dischetto nella finale di Coppa Italia dell’anno precedente: “Qui ne basterebbe uno”, pensai. Il capitano prese la rincorsa, appena calciò rimasi di ghiaccio perché vidi (o mi sembrò di vedere ) una nuvoletta di gesso alzarsi dal dischetto, come se il pallone fosse stato colpito sporco, rallentato da una zolla di terreno.

Quando Marchegiani, con la sua orrenda maglia che somigliava a un pigiama di un discount respinse, non dissi una parola. A dire il vero, nonostante il ricordo di Tonino Cagnucci non aprii più bocca fino al triplice fischio, quando divenni un fiume in piena: «Ma se po’ perde co’ questi?». A ripensarci ora la Roma, in realtà era ad un punto dal quartultimo posto, ovvero dalla serie B, mentre la Lazio si trovava a tre punti dal secondo posto. Nonostante questo mi sembrava incredibile aver perduto un derby in quel modo balordo. Anche il presidente Franco Sensi era stravolto come tutti noi e si lasciò sfuggire una dichiarazione sul Principe, che a mente fredda, ne sono certo, non avrebbe mai fatto.

Ma Franco Sensi era un passionale e i romanisti gli hanno voluto bene soprattutto per questo. Sfollammo arrabbiati quella sera, inveendo contro la sfortuna e sfilando ignari vicino a svariati chili di esplosivo rimasti miracolosamente intatti. Avremmo scoperto solo in seguito quanto fortunata era stata quella serata sia per i tifosi della Lazio che per quelli della Roma.

Fonte: Il Romanista - Izzi

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