Rassegna Stampa

Il calcio che vorrei

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 27-10-2014 - Ore 08:32

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Il calcio che vorrei
Francesco ha 12 anni e sentì lo sparo. Stava andando allo stadio, «e in quel momento», scrive, «tutti scapparono nel senso opposto »Lo shock del 3 maggio, gli scontri a Tor di Quinto, la morte di Ciro Esposito sono un trauma che il calcio italiano ha provato in tutto questo tempo a guardare negli occhi il meno possibile. Sono passati sei mesi da quella sera e del “dopo” non s’è occupato più nessuno. Chiedetelo allora a Francesco e ai suoi coetanei cos’è Napoli-Roma di sabato prossimo, partita che fa così paura al punto che i grandi, gli adulti, l’hanno ignorata. Finché non è giunto il suo momento, 1° novembre, ore 15, sette giorni e ci siamo. «Mi chiamo Francesco Saverio Rossi, ho dodici anni, sono nato a Roma e tifo Napoli. Ho molta esperienza sulla partita Napoli-Roma poiché sono andato alla partita di Coppa Italia in cui il Napoli vinse 3-0 un bellissimo match clou, però dopo la partita ha avuto degli scontri nei pressi dello stadio».
Tema: “Il calcio che vorrei”. Per leggere quel che il 3 maggio ha lasciato fra i pensieri dei più piccoli, Repubblica è andata in due scuole medie inferiori, una a Napoli, quartiere Scampia, dove viveva Ciro Esposito; l’altra a Roma, in viale Medaglie d’oro, a dieci minuti dallo stadio Olimpico. Francesco era lì nella sera in cui un ragazzo cominciava a morire di calcio, mentre un capo ultrà a torso nudo occupava la scena sotto gli occhi delle più alte cariche dello Stato. «Ero uno dei tanti tifosi». E scrive ancora: «Un altro problema da risolvere sono i cori razzisti che ricevo quasi ogni giorno da parte dei miei compagni di scuola che prendono il cattivo esempio da queste persone». Sono i cori chiamati sfottò per tutto lo scorso anno dai dirigenti del nostro calcio. I grandi. Gli adulti.
In sei mesi è cambiato un presidente federale, più per un gol preso da Godìn ai Mondiali che per la tragedia di un movimento. A Roma è cambiato il questore. E poi? Nessuna iniziativa da parte della Lega Calcio per mettere intorno a un tavolo Napoli e Roma, le assemblee tenute da maggio a oggi hanno ignorato l’argomento. Nella scuola media romana Giovanni XXIII guidata dalla preside Brunella Maiolini, istituto comprensivo Monte Zebio, in viale delle Medaglie d’oro, i ragazzi della I e della II A su un cartellone hanno incollato striscioline delle piante più diverse, fino a formare un grande prato di calcio. Elogio delle differenze, dell’unione e della complessità. A centrocampo il simbolo della pa-ce. Matteo Piastra e Federico Febi hanno sistemato su un foglio le foto di due striscioni anti razzismo: ‘Il calcio va giocato tutti insieme’. E Michele Medugno ha messo in fila prima gli orrori (striscioni sul Vesuvio, sull’Heysel, su Superga, su Auschwitz) poi qualche coreografia virtuosa, come la sciarpata dei tifosi del Liverpool. You’ll never walk alone.
I disegni degli alunni della professoressa Chiara Cammarata sono pieni di mani che si stringono, bianche e nere, insieme. Un grido d’aiuto. Sono questi i ragazzi che tra un po’ cominceranno ad andare da soli allo stadio. Forse. Ludovica Baggi sceglie di dirlo in rima: «Non voglio più avere paura di andare allo stadio, voglio poter urlare il nome della squadra che amo, non voglio nascondermi dentro un armadio, voglio incitare la gente a dire: cambiamo. Vorrei un calcio che sia d’esempio, odio che il calcio sia diventato uno scempio». Come pure Carlotta Nardovino D’Agata: «Questo soltanto è il calcio che voglio, gioco leale sempre corretto, così posso tifare con vero orgoglio, meglio se vinco anche lo scudetto». E Fabrizia Carradore trova che il calcio sia«un gioco sleale, per niente speciale, ormai diventato abituale».
Gabriel Brito Duarte, dodicenne anche lui, da 4 frequenta una scuola calcio. Scrive: «La violenza fra tifosi mi fa vergognare del nostro Paese». Valerio Valla ripensa alla finale di Coppa Italia: «A quella partita erano andate famiglie con bambini per godersi una serata di sano sport». Antonietta Foschini: «La maggior parte dei tifosi hanno perso lo spirito sportivo. Se perde la propria squadra si deve accettare la sconfitta sportivamente». Lorenzo Scarsciafratte e Tommaso Armato: «Il calcio che vorremmo, ci piacerebbe fosse accessibile a tutti, non è giusto che solo pagando cifre alte si possa andare allo stadio a tifare la squadra del cuore. Infatti o si paga molto per andare in posti tranquilli oppure ci sono le curve dove gli scontri tra tifosi violenti sono all’ordine del giorno ». E a Sergio Maria Morganti, romanista che in fondo si confessa tiepido, non vanno giù «quelli che giocano solo per i soldi, e quando stanno in campo, o stanno seduti, dicono parolacce all’arbitro, sperando di imbrogliarlo ». Ci sono le firme di tutta la III B a condividere il pensiero secondo cui «per un futuro migliore del calcio bisognerebbe attingere dal passato, quando il calcio era uno sport e non un business».
Scampia, Napoli. Il quartiere di Ciro Esposito. La scuola è la Virgilio 4, dove il preside Paolo Battimiello difende spazi di sperimentazione in un quartiere difficile: l’insegnamento della matematica anche attraverso giochi al pc, oppure il laboratorio di giornalismo “Scampia, terra di pace”. Valerio Feola chiude il suo tema con il disegno di una grossa N azzurra e la scritta “Ciro vive in noi”È un calcio distante e malato, quello che appare ai ragazzi di qui. Marco De Biase: «Io vorrei che le partite fossero belle, senza mafiosi e senza sparatorie. Il calcio è uno sport bello se si rispettano le regole e i valori di amicizia e fratellanza». Anna Russo: «Vorrei che non ci fosse sangue, odio, niente di cose violente». Enzo Del Sole: «Vorrei che gli stadi fossero come quelli delle squadre inglesi, che alla fine della partita da veri sportivi si potrebbe andare a stringere la mano agli avversari ». Luigi Desce, da tifoso: «Vorrei che il presidente del Napoli facesse impazzire la città napoletana». Angelo Tella, da opinionista: «I campionati vorrei che fossero più emozionanti». E Raffaele Capasso desidera che le squadre importanti «si allenino a porte aperte, per imparare noi giovani qualcosa da loro». Senza disastri, aggiunge, senza risse.
Ma sono le voci degli invisibili, voci che il calcio non ascolta. I bambini riempiono gli stadi soprattutto se c’è una squalifica da scontare. Per Napoli-Roma, il Comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive (Casms) ha deliberato il 21 ottobre scorso il divieto di vendita dei biglietti nella regione Lazio. Ma le ultime due righe della nota sono passate sotto silenzio.“Le due società – c’era scritto – potranno comunque organizzare iniziative di legalità tese a portare allo stadio giovani delle scuole e delle scuole calcio rappresentative dei due club”Un invito non raccolto. Parole che bastavano a immaginare uno spicchio di San Paolo pieno di piccoli tifosi del Napoli e della Roma insieme, una scena che ad avere il coraggio di metterla in piedi avrebbe più potenza di mille convegni. In sei mesi non s’è mosso nulla. Restano sette giorni. «Quando muore un tifoso è come se morisse un calciatore», questa è ancora la voce di Francesco. Troppo semplice per noi adulti.

Fonte: LA REPUBBLICA (A. C. TENUTO)

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