Rassegna Stampa

Il calcio italiano, prima che di bravi dirigenti e manager, ha bisogno di gente perbene

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 27-07-2014 - Ore 11:28

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Il calcio italiano, prima che di bravi dirigenti e manager, ha bisogno di gente perbene
Se il buongiorno si vede dal mattino, in FIGC è buio pesto e la nottata sembra non passare più.

In un qualsiasi altro paese civile, dopo le frasi pronunciate dal candidato alla presidenza della Federazione Italiana Giuoco Calcio, Carlo Tavecchio, in merito ai giocatori africani che prima di essere titolari in Serie A mangiavano le banane, ci sarebbe stato sdegno da parte di tutte le istituzioni.
In Italia ad indignarsi e a far emergere l'episodio in tutta la sua crudeltà è stato il popolo del web. Tifosi, appassionati, gente comune che non vuole stare in silenzio e subire passivamente, mentre dirigenti come Tavecchio, che dovrebbero rilanciare la Federcalcio e portare il calcio in una nuova dimensione, si rendono protagonisti di episodi davvero spiacevoli.

Personalmente non credo che Tavecchio sia una persona razzista e con le sue frasi non voleva offendere nessuno, tant'è che ha chiesto subito scusa, ma le sue parole non possono e non devono passare inosservate, sono inopportune e non fanno bene al mondo del calcio, dove invece il razzismo è radicato molto più di quanto si pensi.

Pensiamo per un attimo a tutti i calciatori africani che giocano nel nostro campionato, persone che, grazie al calcio, ce l'hanno fatta e sono riusciti a ritagliarsi un futuro sereno lontano da guerre civili e barconi alla deriva. Ecco, come possono scendere in campo queste persone pensando che il numero uno della FIGC, durante il lancio della sua candidatura, li ha citati in un esempio orrendo e incivile?!

Carlo Tavecchio è vicepresidente della FIGC dal 1999 e all'epoca della sua elezione in tanti storsero il naso per i tanti guai giudiziari che lo vedevano coinvolto.

Nel passato di Carlo Tavecchio, ci sono troppe ombre che offuscano, inesorabilmente, la sua figura e la sua candidatura al vertice del calcio.

Il 18 ottobre 2010 in un’interrogazione presentata alla Camera dei deputati (seduta n. 384) dall’on. Amedeo Laboccetta (componente delle commissioni parlamentari antimafia, finanze e bilancio) emerse il "curriculum" giudiziario di Carlo Tavecchio.

"Condanna a 4 mesi di reclusione nel 1970 per falsità in titolo di credito continuato in concorso, 2 mesi e 28 giorni di reclusione nel 1994 per evasione fiscale e dell'Iva, 3 mesi di reclusione nel 1996 per omissione versamento di ritenute previdenziali e assicurative, 3 mesi di reclusione nel 1998 per omissione e falsità in denunce obbligatorie, 3 mesi di reclusione nel 1998 per abuso d'ufficio per violazione delle norme anti-inquinamento, più multe complessive per oltre 7000 euro".

Tavecchio ha respinto le accuse spiegando che l’interrogazione di Laboccetta non andò mai a protocollo e fu ritirata immediatamente dal deputato.

Oggi però quelle vicende tornano prepotentemente alla ribalta e la parola curriculum, termine utilizzato dallo stesso Tavecchio per spiegare cosa intendeva dire parlando di banane, può ritorcersi contro come un boomerang, portando alla luce il passato del ragioniere 71enne di Ponte Lambro.

Il calcio italiano, così come le istituzioni, la politica, l'economia necessitano prima che di bravi dirigenti, di gente perbene, perchè il rischio che si corre è quello di una società assuefatta al malaffare.

Fonte: sportbusinessmanagement - Giuseppe Berardi

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