Rassegna Stampa

Il campione espiatorio

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 03-09-2013 - Ore 20:46

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Il campione espiatorio

Danielino. Urla, corre, salta, esulta, urla, urla, urla.Danielino, grida Carlo Zampa dalla radio e grida dentro di sé De Rossi. Un anno e tre mesi chiusi in un tiro da 24 metri e settanta centimetri. La palla non gira neanche, va dritta in porta: ci mette due secondi giusti e si porta appresso gli insulti, le cattiverie, le dicerie, le vigliaccate, i cattivi pensieri. De Rossi è un monumento sfregiato troppe volte. Danielino. Un altro campione espiatorio costretto a portare un peso enorme: suo, dei compagni, della città, degli intoccabili. Perché c’è chi può essere insultato e chi no. A lui Roma ha dato questa croce da portarsi a spasso. Guarda quella storia di Capitan Futuro: a trent’anni non è più un soprannome, è una condanna. E’ come dire ogni volta: vedi caro, questa città, questa squadra, questa gloria, questo stadio, questo amore, ecco tutto questo un giorno non sarà tuo. Nell’ultimo anno hanno aggiunto il carico: non solo non sarà tuo, ma perderai anche la gloria, lo stadio, l’amore. Ne hanno dette tante, senza vergognarsi. Daniele ha incassato, ha metabolizzato, ha inghiottito. Ha pensato di andarsene, è rimasto. Parlerò tra un po’, ha detto. Prima delle parole è arrivato quel tiro da 24 metri e settanta centimetri, quei due secondi tra il suo piede e la rete della porta avversaria. Il primo gol della stagione della Roma suo, di Danielino. Con le urla, l’esultanza, la corsa, le urla, le urla, le urla.

A Livorno, alla prima di campionato, è ricominciata una storia. Casualmente o no è successo lì, una città alla quale De Rossi ha sempre detto di essere legato. Una città che gli ha dato né la vita, né l’accento, né il modo d’essere, ma che è fondamentale: “Il mio primo ricordo non è un campo di calcio. E’ quello di una casa di Livorno dove papà giocava. Ricordo i giochini che facevo. Mia madre dice che è impossibile, che ero troppo piccolo, che avrò visto delle foto. Invece io ho ricordi nitidi: anche il primo stadio di cui ho memoria è quello di Livorno, per me era come il Maracana. I primi ricordi ce li ho legati a quella città, dove papà ha vissuto momenti felici”.
Ecco, e ora? Ha segnato un anno e tre mesi dopo. Ma c’è ancora l’Olimpico. C’è casa vera. Daniele è tornato domenica dove è un principe e dove qualcuno ha deciso di prenderlo come bersaglio. Che volevano quegli ingrati? Sono saliti sulla statua e hanno provato a fargli uno sfregio più grande. Vediamo adesso. Prima partita in casa dopo quel gol che ha chiuso una stagione difficile, sbagliata, inversa, dove qualcuno ha provato a togliergli le certezze: forse speravano che se ne andasse. Come ha fatto Roma a dare così tanto retta a Zeman? E’ stato quello l’inizio delle cattiverie su Daniele, quando non è entrato in sintonia con l’allenatore, un allenatore che considerava tutti uguali tranne uno, che non faceva differenze tra campioni e ragazzi, che pensava di gestire fenomeni come se fossero neofiti. Totti è Totti, non si discute. Ma De Rossi è De Rossi: è uno che ha cominciato nei pulcini, poi è passato agli esordienti, ai giovanissimi, agli allievi, alla primavera, è arrivato in prima squadra, ha vinto due Coppe Italia e una Supercoppa italiana, è campione del mondo del 2006, è vicecampione europeo, campione europeo under 21 e medaglia di bronzo all’Olimpiade di Atene 2004. E’ il romanista con più presenze in nazionale e più gol segnati. De Rossi non è uno qualsiasi. Lo sa ogni allenatore che sia un allenatore. Faceva fatica ad adattarsi alla mentalità di Zeman. Perché troppi, direi quasi tutti, hanno pensato che fosse solo colpa sua?

La verità s’è capita dopo: Zeman ha sbagliato con lui, non ha compreso il talento di Osvaldo, ha cercato di distruggere quello di Pjanic. Allora sicuri che fosse colpa di De Rossi? Eppure questo è accaduto. Daniele è sempre stato in discussione, non ha mai avuto il privilegio dell’intoccabile a prescindere: sempre tenuto come ipotetica merce di scambio o di guadagno in caso di necessità del club. E’ rimasto, per volontà sua e di allenatori che ne riconoscevano il valore. Luis Enrique, trattato molto peggio di quanto meritasse (l’esatto opposto di quanto è accaduto con Zeman) arrivò e disse: questa squadra esiste se c’è De Rossi. Stop. Lo adorava Capello, lo amava Spalletti così come Ranieri. Fuori da Roma, praticamente ogni grande club d’Europa ha cercato di prenderselo: il Milan di Ancelotti, il Chelsea di Mourinho, il Real Madrid (sempre di Mourinho), il Paris Saint-Germain (sempre di Ancelotti). Lui è rimasto: Roma per sé, per la sua storia, per la sua ambizione. Voleva vincere con la sua squadra. E’ l’unico esempio di bandiera volutamente bandiera che invece d’essere amato alla follia è amato a certe condizioni. Cioè che sia sempre al cento per cento.

Quello che è accaduto lo scorso anno grida vendetta. Daniele s’è sentito dire cattiverie immeritate, calunnie scandalose: guadagna troppo e non rende in campo, in nazionale si impegna di più, una volta era Capitan Futuro ma adesso beve ed è capitan Ceres, è un mangia-allenatori e l’ultima sua vittima è stata Zdenek Zeman, si allena quando vuole, più che a giocare pensa a frequentare i suoi amici attori. Qualche settimana fa, Luca Valdiserri, sul Corriere ha ragionato sullo strano atteggiamento che ha un pezzo di Roma e un pezzo dei tifosi della Roma con De Rossi: “Secondo una fetta di tifosi giallorossi, che da piccola si è fatta via via più grande, dovrebbe andarsene, liberare la Roma dal suo impegnativo contratto (10 milioni lordi a stagione, più incentivi, fino al 30 giugno 2017) e fare spazio a Radja Nainggolan, che sarà sicuramente un grande giocatore ma nella Nazionale del Belgio (non stiamo parlando di Spagna o Brasile) ha giocato quattro partite, tutte amichevoli. Ogni opinione è lecita e non c’è dubbio che l’ultima stagione di De Rossi, come quella di molti altri romanisti, sia stata al di sotto della sufficienza. Resta però da capire perché quello che dovrebbe essere un simbolo, adesso, è considerato un peso. Dalla nazionale, impegnata nella Confederations Cup, De Rossi ha parlato chiaro: “In azzurro non dico di essere considerato una stella, ma un giocatore molto importante. A Roma devi stare attento a come ti muovi o a quello che dici perché ti vengono attaccate addosso delle etichette vergognose. Chi calunnia è peggio di chi fa la spia. E a Roma si vive anche di certe calunnie”. Risulta comunque difficile capire come si possa essere arrivati a questo punto con un giocatore che non ha vestito altra maglia che quella giallorossa. La critica non è più tecnica, è diventata personale. Difficile dire se De Rossi resterà o no alla Roma. Ma, in fondo, non è nemmeno questa la considerazione più importante. Esisterà una Roma con o senza di lui. Ma, quando si parlerà di calcio senza più bandiere, bisognerà avere anche l’onestà intellettuale di dire che è il calcio che non le vuole più. A meno che non vincano. O non siano sempre i migliori in campo.

Daniele è rimasto. Ed è la Roma che ci ha guadagnato. Daniele ha segnato, ha esultato, ha urlato, ha corso. Con lui, dietro di lui tutta la squadra. Perché finché ci sarà Totti non sarà mai il numero uno ma resta un grandissimo per i compagni. Ora che farà la gente? Che succede se De Rossi sbaglia una partita? Il monumento non si può sfregiare in eterno. E’ già successo troppe volte. Perché è il contrario delle famiglie: qui il secondo non ha la strada spianata, no. E’ l’opposto. Altrove Daniele sarebbe stato un numero uno. A Roma, alla Roma, deve accontentarsi di essere il due. Totti non molla, Totti non mollerà: i sette anni di differenza tra Francesco e Daniele non sono un margine sufficiente a regalargli la successione. Lo sarebbero stati se Totti fosse durato meno, se avesse già smesso. La sua eternità ha fagocitato De Rossi. Capitano di un futuro che avrebbe dovuto già essere presente da tempo. Il bello è che Daniele non ne ha mai fatto un problema. Sono gli altri a sfruttare questa storia per prendersela con lui: non potendotela prendere col re, attacchi il principe. E’ la codardia dell’animo umano, oltre alla consapevolezza che esiste un codice di comportamento che esenta Totti dalle critiche a prescindere. Allora tocca a Daniele. Lui le prende, però non chiedetegli di essere contento. Non chiedetegli neanche di capire. Lui dà e riceve in cambio molto meno. E’ un tipo che sa soffrire, gliel’ha insegnato il calcio e la vita. Fortunato, ma meno fortunato di altri come lui. Mai fatto pesare a qualcuno? Parla poco e parla bene. Forse paga anche questo. Non dice cose banali, non scivola nel luogo comune, non solletica gli istinti. Lui semmai è cattivo in campo: la gomitata, il fallo, la reazione. E’ pallone vivaddio. Si prendono e si danno, anche con la scorrettezza che se beccata vale il rosso. Ne ha fatte molte, figlie quasi tutte dell’impeto e della voglia di vincere, dell’attaccamento estremo a una maglia che a volte non meriterebbe neanche tutta questa grinta. Fuori no, però. Fuori non c’è scorrettezza, non c’è neanche quel gioco furbo che fanno molti giocatori in Italia e all’estero: dico ciò che i tifosi vogliano che dica e così mi conquisto l’infinito. No, lui, non ce la fa a dire che Capello è un traditore solo perché questo è quello che gira a Roma nel popolo romanista: “Se fossi stato soltanto un tifoso sarei caduto in questo sentimento e non nego che da tifoso prima di iniziare a giocare a pallone, odiavo personaggi che poi sono diventati importantissimi nella mia vita: ero anti Juve o anti Lippi, quando poi Lippi è diventato per me quasi un padre. E lo stesso è accaduto con Capello. Se fossi arrabbiato perché lui è andato alla Juventus sarei vergognoso, perché mi dimenticherei che quando è venuto lui nella Roma io stavo negli Allievi, mentre quando è andato via stavo in Nazionale A. Vuol dire che qualcosa di buono, almeno per me, l’ha fatto”.

Parla così, Danielino. E non è un caso che la migliore intervista degli ultimi anni l’abbia fatta con Chiara Gamberale nell’autunno del 2011. In radio, in un programma che non c’entrava con lo sport, ma con la vita e con l’inconscio. Fu una confessione serena di un uomo buono, sincero, onesto. Chiara gli chiese delle cifre folli che girano attorno al calcio: “Credo che ci sia un mercato che fa i prezzi come quando fai la spesa. Il calcio muove cifre stratosferiche, i calciatori sono i primi attori, è cosi il calcio da sempre. Non è bellissimo dirlo, ma non provo sensi di colpa, mi sento un miracolato: oltre a fare un lavoro bellissimo, lo faccio a livelli altissimi e con guadagni alti. Sono fortunato, ma non mi vergogno di quanto guadagno”. De Rossi è il contrario di quanto molti abbiano voluto fare credere. Paga il prezzo di dire che oltre al calcio esiste altro. Paga l’onestà intellettuale di dire che a Roma “siamo dieci anni indietro rispetto al resto del mondo” in riferimento alla cultura sportiva e calcistica. Paga quel distacco che per la vulgata non è ammissibile se hai un ruolo pubblico come il suo. Lasciatelo in pace, una volta. Lasciatelo essere diverso dagli altri. Lasciate che lo sguardo triste che l’accompagna si trasformi in campo, che s’illumini per un gol, per un salvataggio per un assist. Vuole giocare. Vuole stare al centro: con Luis Enrique c’era quella scenetta di inizio partita con i giocatori disposti in cerchio e lui al centro a guidare il rito. Daniele è un principe senza regno, ma riconosciuto dalla corte come leader. E’ la forza del suo essere nato e cresciuto a Roma, dell’essere centrocampista, dell’essere mediano, dell’essere al centro del centro del centro del gioco. Occhio quando carica il tiro: è un compasso, una molla, una stecca. Ora valla a prendere sta palla. La ragnatela del sette è appena volata: quella è la “casetta”, dove il pallone prende alloggio e sembra che si fermi. Sta lì, che è la tua stanza. Quante volte l’ha presa. Daniele si diverte a entrare e uscire: non cerca la finezza del tiro a giro, il suo è teso e preciso. Gli altri si tengano il Pallone d’Oro. Poi però contano anche gli altri, quelli giù, sotto, defilati: quelli alla Gerrard, o alla De Rossi. Centrocampisti che segnano come attaccanti, che tengono una squadra insieme come leader, che attaccano, difendono, costruiscono, distruggono. Modesti, però tosti. Timidi, però decisi. Steven tira su la fascia da capitano, alza il calzettone, infila la maglia nei pantaloncini. Daniele strappa una manica lunga facendola diventare corta, con quell’asimmetria del look che è tutta sua e della sua scaramanzia. Poi comincia a correre. Dodici anni così, dall’esordio del 2001 a oggi. Uno che come prima apparizione della carriera subentra in una partita di Champions League non è uno normale. E’ uno che dirà qualcosa al pallone. Daniele l’ha detto. Daniele lo dice. Perché ci sono calciatori che fanno parte del presente e non ti chiedi mai quand’è che abbiano cominciato. De Rossi ha 30 anni ed è un giovane vecchio: ha compiuto dieci anni da titolare. Era il 10 maggio 2003. Esordio e gol, contro il Torino. Dieci anni di un eroe. L’enfasi stride con la sua faccia, con la sua espressione da normale, quasi banale, da ragazzo qualunque con un dono unico. La barba gli ha dato maturità d’aspetto, perché quella da calciatore non gli serviva. Forse non la vuole, neanche. De Rossi ha sbagliato tante volte e sbaglierà, sempre per lo stesso motivo: troppa voglia di vincere con la Roma.

Perché è quello: un piccolo tifoso, poi piccolo calciatore nei pulcini, negli esordienti, nei giovanissimi, negli allievi, in primavera. Poi in prima squadra. Poi come leader della squadra. Non se n’è andato per non darla vinta ai vigliacchi. Non se ne va perché pensa ancora di poter vincere con quella maglia che troppi hanno cercato di strappargli via: “Nasco tifoso della Roma. Da bambino sognavo lo scudetto. Ci stavo dentro a quel sogno, era a mia misura, mi sembrava possibile. Poi è finita che ho vinto il Mondiale e che lo scudetto sto ancora ad aspettarlo”. E’ questo il centrocampo di De Rossi, questo il tiro da 24 metri e settanta centimetri. E’ un traguardo, difficile, impossibile, talmente impossibile che smette di essere un obiettivo e ti libera dai pesi. Gli altri? Che si fottano. Capitano o no, chissenefrega. A trent’anni si fanno i conti solo con un pezzetto di futuro. Nel pallone può essere il migliore.

Fonte: ilfoglio.it - Beppe Di Corrado

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