Rassegna Stampa

Il derby, la sconfitta della città: ma adesso si deve dire basta

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 02-12-2016 - Ore 10:47

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Il derby, la sconfitta della città: ma adesso si deve dire basta

IL CORRIERE DELLA SERA - CONTI – «Il prefetto farà tutte le valutazioni tecniche. Certo è che noi dobbiamo salvaguardare la vita e la salute delle persone. Sulla sicurezza non si transige, non ci può essere alcun tipo di transazione. Su questo tema bisogna essere leali reciprocamente e sapere che se non ci sono le condizioni di sicurezza piene non si può modificare nulla». Soffermiamoci sulle parole pronunciate ieri dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, perché hanno un loro eloquente peso. Attenzione: si parla di «salvaguardare la vita e la salute delle persone», di «sicurezza». Tutto suggerisce un grave allarme. Ma non c’è un’insurrezione o una rivolta da affrontare. Espressioni tanto drammatiche, e preoccupate, del responsabile dell’ordine pubblico italiano riguardano il derby tra Lazio e Roma all’Olimpico. Il ministrodell’Interno si chiede se questa partita possa essere o meno il banco di prova per ripensare il sistema delle barriere all’Olimpico. Questione, si deduce dal rango dell’interlocutore, che impensierisce non solo i romani ma persino il governo. Eppure parliamo «solo» di una partita tra squadre della stessa città. Da anni «derby» a Roma è sinonimo di scontri, di feriti, di guerriglia. E di morti, come accade il 28 ottobre 1979 quando dalla Curva Sud parte un razzo a paracadute di tipo nautico che entra nell’occhio sinistro del tifoso laziale Vincenzo Paparelli. Il tubo metallico gli sfonda il cranio, dalla sua nuca esce del fumo, morirà poco dopoRoma è una città che vive non sull’orlo ma in piena crisi di nervi in ogni derby previsto dal Campionato.

Anche i romani calcisticamente indifferenti ricordano quel 21 marzo 2004, alcuni ultras organizzano un piano per far sospendere la partita, spargendo una notizia falsa: un bambino morto investito da un’auto della polizia fuori dallo StadioOlimpico. Lo stadio assiste a un’invasione di campo in un clima irrespirabile, l’arbitro Rosetti si consulta al telefono con l’allora presidente della Lega Calcio, Adriano Galliani, e il match viene sospeso. Poco dopo però questore e prefetto cercano di spiegare che la notizia è falsa e che non c’è motivo per non giocare. Ma la tensione, a quel punto, è diventata incontrollabile. Il bilancio finale è degno di una vera battaglia: bar e bagni dell’Olimpico devastati, sedili divelti, casotti e garitte incendiati, scontri violentissimi, 153 poliziotti feriti su 500 in campo. Quel 2004 è indimenticabile. Ma tanti, troppi altri derby hanno trasformato Roma in un teatro di guerriglia. Qualche esempio, senza seguire criteri cronologici e senza presunzione di completezza. Prendiamo il 25 maggio 2015. Dopo la partita, l’intero quadrante urbano intorno all’Olimpico è nel caos: dopo una lite al capolinea degli autobus di piazza Mancini, due tifosi romanisti finiscono al Gemelli in codice rosso, sono stati accoltellati. La polizia carica gli ultras in più zone, soprattutto sul lungotevere e addirittura fino a corsoFranciaRoma Nord e Prati sono paralizzati, il traffico si blocca in tutto il centro. Scontri e cariche della polizia anche per il Derby dell’8 aprile 2013, giocato- in mezzo a un mare di polemiche- in un qualsiasi lunedì di lavoro per centinaia di migliaia di romani: risse, ancora cariche, feriti, ambulanze. 29 aprile 2001, identica cronaca, motorini dati alle fiamme, un pino centenario incendiato. Nello stesso anno, il 27 ottobre, si ripete l’indecente rito: nuove cariche della polizia, lacrimogeni, l’asse del lungotevere inutilizzabile per il traffico normale. Potremmo continuare a lungo, ma si rischia una stanca ripetizione. C’è già tanta, troppa tensione in vista di domenica. Anche in questo, Roma detiene un record negativo. Molte altre città italiane hanno una doppia squadra cittadina. Milano ha il suo derby, ma non ci si accoltella per le strade.

Lo stesso succede a Torino. E persino Siena col suo palio, che si svolge sotto i riflettori di mezzo mondo, notoriamente si divide in tifoserie rivalissime e attraversate da spaccature secolari. Ma tutto viene metabolizzato (quasi) senza violenze. Roma no. Fa cupa eccezione, come se a ogni derby si dovesse obbligatoriamente celebrare un rito oscuro, ancestrale che blocca e terrorizza la città. I romani qualsiasi, di quelli indifferenti al calcio (maggioranza o minoranza? il dibattito numerico è aperto) sono condannati a convivere, accanto ai tifosi più ragionevoli, con un clima prima da assedio e poi da guerra civile urbana. Gli archivi sono strapieni di appelli caduti nel vuoto, di stanchi riti formali celebrati davanti a svariati sindaci smentiti dagli scontri del dopo partita. Se non fosse completamente inutile, verrebbe da dire basta, basta, basta così. Ma è, appunto, incivilmente e cupamente inutile.

Fonte: Il Corriere Della Sera

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articolo inutile e fazioso 02/12/2016 - Ore 11:14

considerazioni di parte e qualunquistiche Guido

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