Rassegna Stampa

Il fuoco di Luis vincente e stressato “Non so cosa farò”

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 08-06-2015 - Ore 08:18

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Il fuoco di Luis vincente e stressato “Non so cosa farò”

REPUBBLICA – AUDISIO - Lucho, il rispetto: «Mi dispiace per Buffon e Pirlo». Lucho, la vendetta: «I miei amici romani saranno contenti ». Chi: Baldini, Sabatini, il suo ex traduttore, Claudio Bisceglia, i suoi vicini di casa all’Olgiata? E già perché Luis Enrique, da giocatore e da tecnico non aveva mai battuto la Juve. In cinque incontri: 3 sconfitte, due pareggi, mai un successo. Ora invece, buona la prima, ciak: esordiente con la Coppa. Lucho, l’assurdo. «Non so cosa farò ora. Non ci ho pensato, non ho deciso». Ma come: hai 45 anni, vinci tutto in Spagna e in Europa, sei il numero uno assoluto delle panchine, uno che dopo appena tre stagioni (Roma, Celta Vigo, Barcellona), è arrivato in cima e non sai che fare? Ma Mister Enrique, asturiano, è così: si dà totalmente, e totalmente si ritira. Non ha ancora trovato l’equilibrio personale, il giusto dosaggio nervoso. Vive di scompensi, di energie eccessive, (si) brucia troppo. Come il suo attacco da Star Wars: 122 gol segnati dal trio MSN, messaggi in porta assicurati. Con il 83% di vittorie, meglio di Guardiola. Lucho è l’uomo che balla una sola stagione, un anno di contratto e poi via a rifiatare, non è insicurezza, è che proprio si secca come una foglia in autunno e ha bisogno di rinascere, di staccare, di prendere le distanze dal quel fuoco che lo divora. Quando a Roma in amicizia ai tavoli di Pommidoro, già luogo di Guardiola, cercarono di trattenerlo, si mise in mezzo la moglie: «Se gli volete bene, lasciatelo andare». Non era il capriccio di un incompreso, ma la necessità di uno che si comprendeva benissimo. E infatti maratona di New York, a cavallo sui Pirenei, 225 km di corsa nel deserto marocchino. Stress fisico per liberarsi da quello della psiche. E infatti lui con Joaquim, lo psicologo, ci faceva lunghe chiacchierate. Lucho, la riconoscenza. «Dedico questo titolo a Zubi». Andoni Zubizarreta, ex portiere, storico direttore sportivo dal 2010, fatto fuori nella notte dei lunghi coltelli a gennaio. Dopo che il Barcellona è battuto in casa dal Vigo, pareggia col Getafe, perde con il Real Sociedad, con Messi e Neymar in panchina. Per stanchezza? No, per la rotazione voluta da Lucho. Come dire a Gesù: scendi dalla croce, non è il tuo turno. Ma Messi si arrabbia e salta l’allenamento. Il 68% dei tifosi vuole un nuovo tecnico. Si inizia a pensare a un sostituto. E’ il grande freddo. Il presidente Bartomeu fa fuori Zubi. E’ un avvertimento a Enrique: occhio, il prossimosei tu. Lucho, l’inflessibilità. Quando De Rossi a Bergamo arriva con tre minuti di ritardo alla riunione tecnica, lui non lo fa giocare. «Perderemo, ma è una questione di principio». Quando a Roma nevica, lui per non fare tardi, arriva a Trigoria alle cinque di mattina, e non trova nessuno che gli apra. Lucho, non un innamorato di sé, ma di tutto quello che serve per la squadra. Anche il compromesso con le grandi stelle sudamericane, se è funzionale. Messi è capace di farti vincere, anche da solo. Quindi la pace in campo è un buono schema, e Messi non esce più. Lucho, non una grande firma egoista, amante dell’immagine riflessa dallo specchio, del possesso palla prolungato che diventa compiacimento, ma anzi uno che snellisce l’azione, rafforza la difesa, e trova il momento giusto per colpire. Se il Barcellona con Guardiola era il ricamo prezioso di una mano elegante, con Enrique è un ripetuto taglio alla Fontana e un assalto che arriva da dietro, dai lati, dal centro. La fame da gol dei singoli che diventa schema collettivo. Nell’azione del gol di Rakitic 16 passaggi e un tiro, con 9 giocatori coinvolti. Cinque mesi fa, Lucho era quasi fuori. Ora è molto dentro. Tanto che per la prima volta la squadra non solo l’ha lanciato in aria, ma adesso se lo tiene stretto. Quell’uomo così estremo, così severo, così da Champions.

Fonte: REPUBBLICA – AUDISIO

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