Rassegna Stampa

Il manifesto Pallotta

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 16-04-2015 - Ore 15:19

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Il manifesto Pallotta

Via chi non si comporta da tifoso, alla Roma non serve, non servirà mai. Via chi insulta, scrive frasi orrende, organizza gogne, minaccia tutti, anche i giocatori che dovrebbe sostenere. Via, sciò, fuori: un tifoso deve incoraggiare la squadra che ama, criticarla certo, e soffrire con lei e per lei. Ma non può pretendere di diventare un giustiziere unico e impunito, non soggetto a leggi o regole, libero di sfogare i propri istinti. Più semplicemente ancora: un tifoso razzista e violento  -  in tutti i sensi: con le mani o con le parole  -  non è un mio tifoso, non lo riconosco più e non lo voglio più.

A suo modo il colorito James Pallotta la sua piccola rivoluzione l'ha già fatta, dopo quattro anni di intermittenti presenze e altalenanti risultati, più brutti che belli i secondi, più sporadiche che frequenti le prime. Potrà vantarsi di essere stato il primo presidente a dire parole così chiare e dirette sugli ultrà (ma bisogna stare attenti pure a questo: mica tutti gli ultrà sono uguali, neppure quelli di Roma e della Roma lo sono), dopo anni e anni di silenzi  e ammiccamenti, un po' ovunque in Italia.
Certo, lui è americano, lì gli striscioni che insultano la mamma di un ragazzo morto probabilmente non sarebbero neppure concepiti dallo sceneggiatore di una serie tv horror. Ma conta poco adesso la rivendicazione di Pallotta sul progetto di "cambiare la cultura" sportiva di Roma, che detto così pare un proclama a effetto, e di certo da solo Pallotta non ci riuscirebbe mai. Conta di più, invece, fermarsi a leggere e rileggere le sue parole: non più il famoso fucking idiots con cui aveva bollato i dieci, venti, cento che invece lo striscione di insulti alla mamma del morto lo avevano pensato, scritto e ostentato; no, restiamo alle parole di oggi (ieri, ndc), a quell'essenziale manifesto dei diritti e doveri del tifoso che nel calcio italiano fa, pensate, spalancare la bocca per lo stupore.

Pallotta dice cose in fondo banali: chi tifa non dovrebbe mai danneggiare la propria squadra. Dovrebbe volerne soltanto il bene, anche quando le cose vanno invece male, anzi, soprattutto quando vanno male. Non dovrebbe mai, un tifoso che ama la propria squadra, metterla in difficoltà avvolgendo i suoi giocatori in un clima di paura, intimidazione, stress insostenibile, il clima che  -  unito al calo fisico e tecnico  -  ha ridotto i giocatori della Roma a fantasmi terrorizzati di scendere in campo nel proprio stadio. Un tifoso è una risorsa, non un problema, dice Pallotta. Ma cosa sono stati per la Roma quei dieci, cento, mille tifosi che hanno assediato Trigoria, insultato i giocatori che l'anno scorso avevano portato la squadra a incantare l'Europa, organizzato la gogna nella gara con la Samp, fabbricato gli striscioni ormai famosi? Sono stati una risorsa? Davvero c'è qualche romanista che pensa che il clima innescato quest'anno da quella minoranza  -  indiscutibile  -  abbia giovato alla squadra? O, piuttosto, la spirale di rapidissimo declino in cui sembra essere precipitata, si è alimentata anche o soprattutto degli umori impazziti di una piazza perennemente incendiata?

Dice cose semplici, Pallotta, pensando essenzialmente, ancora prima che a una morale sportiva, ai propri interessi di imprenditore e presidente di un club di calcio. Sa che con un clima simile non si fa strada. E, dice, chi contribuisce a crearlo non è più un mio potenziale cliente, ma una mia potenziale minaccia. Quindi, ne faccio volentieri a meno, e pazienza se il prossimo striscione invece che a Ciro sarà dedicato a me, pazienza se mi faranno la guerra, grideranno al boicottaggio, mi rinfacceranno il mio non essere romano, italiano, malato di calcio fin dalla nascita come loro. La partita è più importante, e io non ho paura, perché penso che chi mi fa chiudere una curva, chi diffonde nel mondo un'immagine razzista e intollerante vada affrontato, non tollerato, non più. E che i miei tifosi, i miei clienti, siano tutti gli altri. E sono molti di più, infinitamente di più.

Certo, fa impressione che questo proclama arrivi dall'ultimo arrivato, o quasi, del nostro calcio. E ancor più fa impressione il silenzio dei colleghi e il timido appoggio delle istituzioni. Nessuna solidarietà da nessuno, affari di Pallotta, se la sbrighi lui la grana con i suoi ultrà. D'altra parte, Juve, Milan e Inter, per citare i club più importanti, hanno sempre accuratamente evitato di mettersi in contrapposizione con le loro teste calde, i loro idiots di turno: gente pericolosa, meglio stare zitti e semmai prevenire sottotraccia qualsiasi problema. Ora che Pallotta si è messo l'elmetto, ci mancherebbe altro che fossero i suoi rivali sul campo a dargli man forte, si arrangiasse, auguri. E chi potrebbe immaginare che Lotito, che pure ha avuto e ha ancora i suoi guai ed è stato il primo a farsi nemici i suoi ultrà, sia accanto al collega: il derby è derby, sempre, eterno, perpetuo. Quanto alle istituzioni, applausi sì, ma solo per aver rinunciato al ricorso contro la chiusura della curva. Bravo Pallotta, così si fa, ha detto Tavecchio, si dà l'esempio. Un italiano non avrebbe rinunciato, ha rafforzato il concetto Malagò. Infatti gli italiani tacciono, la Lega tace, i presidenti tacciono, gli allenatori tacciono. Anzi no, non tutti: c'è pure chi ha detto che farsi fare la ramanzina dagli ultrà, tutti zitti e a testa bassa, è stato un bello stimolo. Un vecchio, saggio allenatore italiano, appunto.

Fonte: A.Pontani-La Repubblica

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